LIBERTA' E INTERESSI

Internet, per il Pd la censura deve arrivare dall’Agcom: «sequestri senza giudici»   

Reprimere con la scusa di “normare” il web meglio un emendamento estivo che una legge organica

WhatsApp PdN 328 3290550

Reporter:

WhatsApp PdN 328 3290550

Letture:

245

Internet, per il Pd la censura deve arrivare dall’Agcom: «sequestri senza giudici»   

Orlando e Baruffi

 

 

ROMA. Tra le tante cose che consente la nuova norma è il sequestro immediato di contenuti giudicati dalla parte “scomodi”. La cosa grave e sospetta di forte incostituzionalità è che nel provvedimento di sequestro non viene coinvolto nessun giudice.

Una sorta di usurpazione del potere giudiziario da parte della politica.

  

Tutto previsto da un emendamento proposto dal parlamentare del Pd, Davide Baruffi, vicinissimo al ministro della Giustizia Andrea Orlando, e da una manciata di deputati dello stesso partito, inserita “last minute” il 19 luglio nelle «Disposizioni per l’adempimento degli obblighi derivanti dall’appartenenza dell’Italia all’Unione europea – Legge europea 2017» e approvata il 20 luglio.

 

Ora dovrà essere approvata in Senato e poi potrà essere vigente.

 

La norma prevede che su richiesta di chiunque, l’Agcom – l’Autorità Amministrativa che vigila sulle comunicazioni – possa disporre non solo la cancellazione del contenuto di un sito ma anche che lo stesso sito, provider, blog o forum (o anche tutti insieme i soggetti) impedisca che ci siano altre violazioni su Internet.

La norma si applica a tutte le piattaforme elettroniche, quindi anche a Facebook, Youtube, Instagram, Twitter fino a blog e forum.

Il pretesto è il diritto d’autore che, come è noto, in Italia prevede che pubblicare anche pochissimi frammenti di una conversazione, di un articolo di giornale, o semplicemente di una conversazione critica sui social media, possa essere considerato una violazione e comportare la chiusura del sito (eccezione fatta per i giornali coperti dal diritto di cronaca). Tutto questo senza che, secondo l’emendamento approvato, la cosa venga mai sottoposta al controllo di un giudice.

 

L’avvocato Fulvio Sarzana ha già fatto notare su Il fattoquotidiano le incongruenze sulla ammissibilità dell’emendamento «non solo le disposizioni comunitarie a cui si riferisce l’emendamento sono state già inserite in Italia (esattamente con il decreto legislativo 140 del 2006), ma le stesse statuizioni europee citate nel testo approvato prevedono esattamente il contrario di quello che Baruffi ed altri hanno fatto approvare alla Camera dei deputati. Gli articoli 3 e 9 della direttiva 2004/48/CE che secondo Baruffi darebbero ad un’autorità amministrativa il potere di“sequestrare” il web, prevedono invece che sia solo l’Autorità giudiziaria competente ad adottare, in casi limite, il potere di adottare misure cautelari sul web.  In Italia, invece, farà tutto l’Agcom: giudicherà anche se stessa se per caso qualcuno non dovesse essere d’accordo».

 

 

 

Non ci sta l’assoprovider che unisce i gestori delle piattaforme online (quelli che sarebbero principalmente colpiti dall’emendamento) e attacca: «i diritti dei cittadini sul web e delle PMI italiane vengono calpestati per favorire le grandi multinazionali dei contenuti».

Anche secondo Assoprovider «la norma conferisce all’Autorità di Garanzia per le Comunicazioni il potere di cancellare siti web, contenuti, blog e forum, ordinando alle piccole imprese italiane di impedire l’accesso ad internet ai cittadini italiani, su semplice richiesta delle grandi multinazionali dei contenuti. E’ stupefacente che il legislatore italiano abbia la massima sensibilità solo per i diritti economici delle multinazionali e trascuri totalmente i diritti economici delle piccole aziende Italiane, che vengono chiamate ad operare gratuitamente e quindi con i propri mezzi economici senza alcuna previsione di ristoro, al solo fine di tutelare i diritti economici altrui.  Questo con grave danno della libertà di espressione e di iniziativa economica previste dalla nostra Costituzione».

Secondo l’Assoprovider ci sarebbero anche pesanti ripercussioni dal punto di vista della libera concorrenza.

«La funzione censoria attribuita ai provider dall’emendamento Baruffi», spiega Dino Bortolotto, presidente Assoprovider, «priva peraltro i giovani dell’accesso ad internet, deprimendo ancora di più il mercato delle libere fonti informative sulla rete e la scelta nella selezione dei contenuti informativi presenti sul web.  Con questa misura il legislatore inoltre dimostra di non aver in alcuna considerazione i piccoli provider che senza alcun contributo pubblico da anni stanno rendendo meno pesante il digital divide in molte parti d’Italia e che tutto questo possa essere distrutto in nome della tutela dei diritti economici delle multinazionali dei contenuti».