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Ruzzo Reti, licenziare i raccomandati? La patata bollente che nessuno vuole affrontare

Da anni “la bomba atomica” viene passata di mano in mano: caso dagli effetti devastanti

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Ruzzo Reti, licenziare i raccomandati? La patata bollente che nessuno vuole affrontare

 

 

 

TERAMO. La legge non è uguale per tutti. Alla Ruzzo Reti sanno da sempre di aver fatto qualcosa che non si doveva: assumere dipendenti (circa 110) a chiamata diretta. Roba da Prima Repubblica ma sempre molto utile.

All’epoca tutte le forze politiche ne hanno giovato in termini di consenso ma ora quei dipendenti rischiano di perdere il posto ma non il sostentamento di uno stipendio.

Già perchè il pasticcio creato da amministratori spregiudicati e sempre pronti a creare carrozzoni che producono deficit è molto più complicato di come appare.

I contratti potrebbero essere nulli o annullabili, cioè interrotti in ogni momento (se il datore di lavoro lo volesse) ma i dipendenti assunti senza concorso avrebbero comunque diritto ad una tutela come il mantenimento degli stipendi e pure un risarcimento del danno.

Come dire che loro non hanno colpe ma chi li ha assunti neppure, visto che in molti casi simili i tribunali hanno assolto dal reato di abuso d’ufficio e non si rinvengono in Abruzzo sentenze per danni erariali prodotti.

Insomma una questione spinosa sulla quale si sono concentrate le migliori menti abruzzesi e che appare più come una bomba atomica che da oltre un decennio continua a passare di mano perchè nessuno vuole affrontare  e risolvere il problema per evitare ulteriori iatture.

La situazione che interessa la Ruzzo Reti però è comune a tantissime amministrazioni pubbliche e società partecipate e proprio perchè fenomeno tanto comune sembra non destare l’attenzione degli organi di controllo.

 

 

 

RUZZO UN ESEMPIO (NEGATIVO) ITALIANO

  Il 12 ottobre 2011 l’ex presidente della Ruzzo Reti spa, Claudio Strozzieri, avvocato, firma un esposto alla procura regionale della Corte dei Conti per denunciare la situazione dei 110 dipendenti, la gran parte entrati senza concorso quando era presidente Giacomo Di Pietro (Pd) con Giuseppe Cargini, Alessandra Cristofori, Carlo Ciapanna nel cda.

 

Quelli sono tempi cruciali perchè dopo aver messo a segno il “colpaccio” delle assunzioni dirette, dopo alcuni anni, la vicenda è emersa nei bilanci e nelle carte e se ne cominciò a parlare.

Quale fu l’effetto?

Nel 2011 tre presidenti gettarono la spugna in poco tempo.

Dopo Di Pietro fu la volta per pochi mesi per Carlo Ciapanna, poi Claudio Strozzieri e Vittorio Scuteri.

Nessun presidente, nonostante fosse sostenuto da partiti importanti -qualche volta dal Pd, qualche volta dal centrodestra- è riuscito a risolvere i problemi del grosso indebitamento, effetto diretto delle assunzioni senza concorso.

Così i conti peggiorarono e l’ossessione continua fu quella delle poltrone piuttosto che la sana gestione del servizio pubblico.

Figurarsi a chi poteva importare da dove si prendesse l’acqua e se ci potevano essere pericoli di contaminazione e se l’emergenza Gran Sasso fosse finita davvero…

 

L’inconcludenza è certificata dalle carte che bastava controllare e leggere.

Per esempio il parere del Responsabile dell’Avvocatura del Ruzzo, Vincenzo Di Marco, datato 15 settembre 2011.

Il parere dice chiaramente che le assunzioni dirette sono illegittime «affetti da nullità per violazione di legge perchè si è provveduto senza concorso» .

  

Con questo parere, controfirmato il 12 ottobre 2011, Strozzieri presidente firma l’esposto alla Corte dei Conti che viene archiviato senza processo perchè tra le  sentenze non vi è traccia di alcuna pronuncia in merito.

 Ma quello fu solo l’inizio perchè la volontà politica è stata chiarissima da subito: rimandare sempre.

E così ogni cda che è arrivato si è sentito in obbligo di far finta di non aver letto i pareri precedenti o di non ritenerli utili, veritieri, professionali, corretti o chissà cos’altro.

Il cda incarica il 18 aprile 2012 Franco Di Teodoro di firmare un altro parere sulle assunzioni dirette.

Poi è la volta il 19 febbraio 2013 di un altro incarico allo Studio Legale Pelillo.

 Ma niente, nessun parere è buono  per capire che fare e come. Eppure nonostante siano scritti da avvocati e spiegano questioni tecnicissime le conclusioni sono chiarissime...

Il 20 giugno 2015 il Cda decide di coinvolgere i soci (cioè i sindaci ) e si apre un dibattito lungo e noioso dove tutti espongono il loro punto di vista.

Tante chiacchiere, fatti zero.

Anzi dopo il «proficuo dibattito» (un anno e mezzo dopo) si stabilisce di dare un ulteriore incarico per un parere legale agli avvocati Giardetti, Venturella, Carlo Malinconico.

 Pare che doveva arrivare entro dicembre 2016.

Così sono quasi 10 anni che si attende un parere che finalmente possa certificare la regolarità delle assunzioni dirette.

Impossibile dire  se sia finalmente arrivato il momento per poter mettere fine con certezza a questa vicenda con l’ennesimo arabesco amministrativo.

 

 

COSA SUCCEDE SE IL CONTRATTO  DEL DIPENDENTE PA E’ NULLO

 Interessanti appaiono però le deduzioni ed i consigli dei legali interpellati, tra i quali quelli di Di Teodoro che oggi è amministratore unico di Abruzzo Engineering, società interamente pubblica dove sono stati assunti, proprio come alla Ruzzo, almeno 100 persone indicate da quasi tutti i partiti agli inizi degli anni 2000.

 

Il problema nasce in realtà da una diffusa “incultura” amministrativa e politica, resistente ancora oggi che tenta e pretende di escludere i cittadini dal controllo e dalla trasparenza.

Da sempre dal ponte di comando si è tentato di spiegare che le società partecipate (che vivono solo di soldi pubblici) erano soggette alla disciplina privatistica e, dunque, niente trasparenza e niente obblighi simili a quelli della pubblica amministrazione (gare di appalti, affidamenti diretti, assunzioni senza concorsi ecc).

Oltre un decennio c’è voluto per ribaltare questa insana teoria che non poteva stare in piedi ma nel frattempo il sacco si era compiuto e chi si era sbagliato ha continuato a fare carriera e a macinare voti.

Alla fine l’avvocato Di Teodoro nel suo parere arriva a teorizzare due ipotesi possibili e percorribili.

La prima è la nullità dei contratti di assunzione diretta, l’altra la annullabilità degli stessi.

 In caso di nullità la Ruzzo dovrebbe comunicare la risoluzione del contratto di lavoro con conseguente cessazione. Ciò determinerebbe la inevitabile reazione dei lavoratori che impugnerebbero il licenziamento. Nel caso il giudizio fosse sfavorevole alla società questa dovrebbe risarcire anche il danno prodotto oltre le mensilità non versate.

«Considerato il numero elevato di lavoratori che sono interessati alla vicenda ed i presumibili tempi di giudizio si tratta di un rischio particolarmente elevato in termini finanziari», scrive Di Teodoro.

Se, invece, si protendesse per la teoria della annullabilità dei contratti, la società dovrebbe promuovere un giudizio dinanzi al tribunale di Teramo ed in questo caso il giudice del lavoro dovrebbe dichiarare la invalidità, la nullità o l’annullabilità dei contratti per violazione di norma.

«Nelle more i lavoratori continuerebbero a prestare la loro opera sicchè in caso di esito negativo della controversia per la società questa non sarebbe esposta ad alcun danno. Per tali ragioni consiglierei di adottare questa ultima soluzione» .

 Una cosa, però, è proporre una soluzione, un’altra è metterla in pratica.  

Ed, infatti, il parere del 2012 è rimasto fino ad ora lettera morta.