L'INCHIESTA

Inchiesta Rigopiano, «superficialità e omissioni»: tutte le risposte che mancano sulla prefettura

L’errore del prefetto Provolo fu negato dal viceministro Bubbico che parlò di fraintendimento dei familiari

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Tragedia Hotel Rigopiano. Il silenziatore della Prefettura e il triste balletto delle vittime

Francesco Provolo


ABRUZZO. «La circostanza che il Prefetto di Pescara non figuri tra gli indagati per la morte di quelle 29 persone può solo significare che il dottor Provolo, a differenza di tutti gli altri, abbia agito in maniera impeccabile, attivandosi con ogni mezzo e ponendo in essere ogni attività necessaria per evitare quanto accaduto. Poiché questa difesa non ritiene che ciò sia avvenuto, è evidente che le indagini sull’operato del Prefetto di Pescara non siano state approfondite o, in alternativa, che le determinazioni della Procura in ordine alla sua iscrizione nel registro degli indagati vadano riviste».

Si conclude così una delle memorie a firma dell’avvocato Camillo Graziano, legale della famiglia Feniello, che in questi mesi ha depositato diverse sollecitazione su vari aspetti della tragedia per richiedere accertamenti su quanto fatto prima, durante e dopo la valanga che il 18 gennaio 2017 ha spazzato l’hotel Rigopiano con 40 persone rimaste in ostaggio a causa della neve abbondante e della strada bloccata.

L’avvocato Graziano ha chiesto risposte ad una serie di domande dopo aver elencato nel dettaglio tutti gli obblighi di protezione civile che le normative pongono in capo al prefetto in caso di calamità o emergenze.

Dunque secondo la procura quali delle tre opzioni è quella giusta?

La procura ritiene dopo gli accertamenti effettuati che il prefetto si è comportato in maniera impeccabile ed ha assolto a tutti gli obblighi;
Le indagini non sono state particolarmente approfondite al riguardo e dunque servono approfondimenti;
Le valutazioni effettuate dalla procura in prima battuta comunque vanno riviste.

La sensazione è che qualcosa non torni nonostante le parole chiare, perentorie e quasi scolpite nella pietra, dal procuratore Cristina Tedeschini che ha lasciato il suo incarico per la procura di Pesaro poco dopo l’annuncio dei  nomi degli indagati. Nel primo incontro con la stampa il 25 gennaio Tedeschini non parlò del ruolo della prefettura nella tragedia.

Il 28 aprile dopo le domande di Alessio Feniello sul perchè tra gli indagati non vi fossero prefetto e presidente della Regione, Tedeschini ha detto che non c’erano elementi a riguardo.

Il 3 maggio ancora ha confermato che i soccorsi furono tempestivi ribadendo che non ci sono allo stato elementi utili per inquadrare altri indagati. Alle critiche o alle voci di particolare «timidezza»  verso qualcuno Tedeschini ha smentito categoricamente.

Rimane per ora sospeso nel vuoto lo strano episodio della doppia acquisizione di atti in prefettura, la prima della quale ebbe esito negativo circa la riceca del piano di protezione civile della prefettura perchè un vice prefetto disse agli uomini della Squadra Mobile che quel documento non esisteva. Documento che spuntò solo in seguito.

La cosa certa è che le indagini proseguono  per cui allo stato si può parlare solo di un risultato parziale che con buona probabilità non sarà quello definitivo.

Anche perchè alle domande della famiglia Feniello bisogna dare risposte:

quale piano di emergenza era stato predisposto dal Prefetto?

Quali comunicazioni sono state effettuate agli organi regionali e nazionali in ordine al piano di emergenza?

Ed alla luce del necessario coordinamento con la Provincia, era noto al Prefetto che quest’ultimo ente era sprovvisto della turbina, da giorni parcheggiata in officina?

E se era noto, cosa è stato fatto dal Prefetto per sopperire a tale carenza?

Quali comunicazioni sono state effettuate rispetto alla dotazione di mezzi adeguati per la pulizia delle strade delle zone montane?

Il 18 gennaio, poco prima delle 8,00, la Provincia riceveva la richiesta di intervento per la pulizia della strada provinciale che conduceva a Rigopiano. Nell’ottica di un coordinamento tra Provincia e Prefettura, quali sono stati gli interventi effettuati dal Prefetto, previsti dalla legge, a fronte di tale comunicazione?


«LA TRAGEDIA NELLA TRAGEDIA PER L’INCAPACITA’ DELLE AUTORITA’»


C’è poi l’altra parte della tragedia, una tragedia aggiuntiva riservata esclusivamente alla famiglia Feniello e causata da «superficialità e dalla incapacità delle autorità», perchè «Stefano è stato ucciso due volte: dalla valanga prima, e dall'incompetenza dopo».

Le accuse riguardano l’annuncio dato dal prefetto che il ragazzo fosse vivo e venne incluso nella lista di chi stava per essere recuperato.


Il 20 gennaio 2017, venerdì, cominciarono ad arrivare notizie circa il ritrovamento di persone in vita, ma nessuno diede notizie precise ai familiari mentre filtrarono sui giornali (non senza qualche svarione e qualche strigliata da parte del prefetto).

Alle ore 20 del 20 gennaio il prefetto Francesco Provolo ai familiari disse:

«siamo riusciti a farli parlare e a farci dire i loro nomi...loro stessi hanno parlato con i soccorritori e hanno detto mi chiamo Tizio, Caio e Sempronio...vi leggiamo i nomi di queste persone che stanno per essere aiutate a uscire».

E poi aggiunse: «tutte le notizie che vi vengono date sono per suggestionarvi, non sono vere. Tutte le altre cose cortesemente io vi prego di non credere, vengo io con il Presidente della Regione e il Questore per dirvi la sacrosanta verità. Noi non abbiamo niente da nascondere».


Poi fece leggere ad una funzionaria di nome Tiziana la lista:

1) Matrone Giampaolo,
2) Feniello Stefano,
3) Bronzi Francesca,
4) Giorgia Galassi,
5) Edoardo Di Carlo.

Alle 21,40 il Prefetto, incontrò la stampa e disse di aver comunicato ai familiari il ritrovamento di 4 (non più 5!) persone vive. Incalzato circa l'identità di queste persone, il Prefetto incaricò nuovamente la funzionaria della Protezione Civile di leggere i nomi alla stampa, andando subito via. I nomi letti tuttavia erano di nuovo 5.



LA LISTA DATA ALLA STAMPA

1) Vincenzo Forti,
2) Edoardo Di Carlo,
3) Giorgia Galassi,
4) Bronzi Francesca,
5) Matrone Giampaolo.

Il calvario per la famiglia Feniello era solo all’inizio ed i dubbi aumentarono in fretta.

Il papà Alessio travolto dall’angoscia condita a dubbi che nessuno sciolse.

La mattina del 21 Feniello incrociò nuovamente il prefetto Provolo che viene definito come «scostante» e dice: «mi ricordo di lei, ho già parlato ieri sera, se ho novità ve le vengo a dire!».

A quel punto Alessio diede in escandescenza ed i suoi video fecero il giro d’Italia.




LE RASSICURAZIONI DI CHIAVAROLI

Sempre la stessa mattina la mamma di Stefano Feniello all’ospedale incrociò anche il sottosegretario alla giustizia Federica Chiavaroli che aveva già conosciuto un giorno prima al palazzetto di Penne.

Chiavaroli rassicurò: «non si preoccupi signora, perché suo figlio si trova in un luogo difficile da raggiungere, ma viene comunque nutrito e riscaldato».

«Queste parole, pronunciate da un'alta carica dello Stato, tranquillizzavano l'esponente e i propri familiari, ma in realtà allungavano un'agonia che si sarebbe prolungata fino al 24 gennaio, giorno in cui veniva comunicato che il corpo di Stefano era stato recuperato privo di vita», scrive l’avvocato Graziano nella sua memoria alla Procura.


La famiglia chiede chiarezza sull’accaduto, cosa che potrebbe essere certificata ora dal rapporto dei vigili del fuoco sui soccorsi dal quale si potrebbe capire se Stefano Feniello fosse vivo all’arrivo dei soccorritori o, come prosumibilmente emergerebbe dalle testimonianze, era già morto. Andrebbero spiegate dunque le ragioni di un errore che -seppure spiacevole- poteva accadere in quei momenti ed il perchè una volta scoperto (secondo alcune testimonianze dopo pochi minuti) nessuno abbia avvertito il dovere morale di rettificare le informazioni date facendo seguire 4 mesi di silenzi.


 



IL VICEMINISTRO BUBBICO TENTA LA PRIMA DIFESA D’UFFICIO

In quei giorni pieni di tensione e dolore si registrarono veri e propri “strappi” e proteste da parte dei parenti piombati nell’angoscia e senza assistenza.

Il governo inviò anche il viceministro Bubbico che spiegò «la grande professionalità dei soccorritori», e assicurò che ai familiari venivano date «informazioni precise», che però c’erano «difetti di comunicazione»  e per questo offrì la possibilità alla stampa di inviare una mail per avere informazioni ufficiali. Dopo l’offerta del vice ministro però non seguirono le comunicazioni promesse nè da parte della segreteria di Bubbico nè mai dalla prefettura di Pescara che in quei giorni -almeno a questo quotidiano- non inviò più i comunicati ufficiali.

Bubbico spiegò pure che l’incontro con i familiari era «aperto»  ricevendo sonore smentite dai giornalisti.

La tesi del rappresentante del governo però fu che non erano mai state date notizie sbagliate, che il fraintendimento era dovuto allo «stato di ansia e al dolore dei familiari che andavano compresi», eludendo o non rispondendo alle sollecitazioni di altri giornalisti che richiedevano maggiori dettagli e precisioni sul caso Feniello.

Era il 21 gennaio ed oggi quella del vice ministro Bubbico appare come la prima difesa d’ufficio del prefetto Provolo.

Nei giorni immediatamente successivi alla tragedia l’interessamento del governo, attraverso Bubbico, è proseguito e non sono mancati contatti e telefonate con le istituzioni locali e colloqui anche con la procura di Pescara.


a.b.