IL RETROSCENA

Hotel Rigopiano. Buco nero prefettura: il mistero del documento non consegnato

Dopo il dolore, misteri e veleni avvolgono l’inchiesta: la paura dei familiari è che i veri responsabili non pagheranno

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Hotel Rigopiano, l’operatrice che pensò alla bufala: «ho la coscienza a posto»



PESCARA.  «Mi spiace ma questo documento non posso darvelo perchè non esiste». E’ stata più o meno questa la risposta che uno dei dirigenti della prefettura di Pescara ha dato agli uomini della polizia giudiziaria della procura di Pescara che era andata nella sede di Piazza Italia a reperire alcuni documenti ritenuti fondamentali per l’indagine sulla strage dell’hotel Rigopiano.

Gli investigatori cercavano documentazione relativa al piano di protezione civile della prefettura, un documento che non solo dovrebbe esistere in ogni prefettura (ma anche ente pubblico territoriale come Comune, Provincia e Regione) ma che dovrebbe essere anche di volta in volta aggiornato.

Si tratta di un documento che serve in caso di calamità (anche la caduta di valanghe) e detta linee guida per i soccorsi ed il coordinamento degli enti coinvolti.

Si tratta di un documento così importante che la cosa più incredibile che si possa solo ipotizzare è che non esista e che, dunque, non sia mai stato applicato.     

Impossibile.

Eppure qualcosa di strano sembra essere accaduto alcune settimane fa.

La tragedia che ha spezzato 29 vite innocenti è riesplosa dopo che la procura di Pescara, dopo tre mesi, (comunque in anticipo rispetto a quanto si era ipotizzato precedentemente) ha notificato 6 avvisi di garanzia per i reati gravissimi di omicidio colposo e lesioni gravissime giunti tra gli altri al sindaco di Farindola e al presidente della Provincia di Pescara.

Ufficialmente si tratta di un primo filone di indagine che il procuratore Cristina Tedeschini (con il collega Andrea Papalia) ha ritenuto di chiudere come ultimo atto da espletare da procuratore facente funzione prima di lasciare Pescara.

Forse non è un caso che Alessio Feniello, padre di Stefano,  -vittima di un “errore di comunicazione” proprio della prefettura- aveva firmato una denuncia alcuni giorni dopo la sciagura chiedendo alla procura di verificare se e come fossero stati attuati i piani di emergenza in materia di protezione civile, piani che anche la prefettura doveva attuare.

Forse non è un caso che uno scritto anonimo si focalizzi  proprio su quella visita della polizia alla ricerca di documenti, e parli di veleni, alimenti dietrologie o presunte linee morbide verso i residenti della prefettura.

Il clima intorno all’indagine si sta surriscaldando e questo alimenta malumori, incomprensioni, dietrologie, complotti e teoremi. Ieri per esempio gli avvocati del sindaco di Farindola Ilario Lacchetta ed il tecnico comunale Enrico Colangeli hanno attaccato frontalmente la procura per aver interrogato gli indagati senza avvocati (presumendo però che lo fossero già a quel tempo…) accusando gli inquirenti di una grave violazione dei diritti costituzionali.

E forse anche episodi come quello che stiamo focalizzando contribuiscono a confondere le idee.



LE CARTE NON CI SONO

Quando gli investigatori della Squadra Mobile vanno in prefettura -tra la fine di gennaio e l’inizio di febbraio- cercano il piano di protezione civile della prefettura, tecnicamente sono impegnati in una acquisizione di atti e non una perquisizione, ed è qui che un vice prefetto risponde  alla richiesta che quell’atto non esiste, non c’è, non si riesce a trovare, dunque, non può consegnarlo.

Eppure secondo la denuncia di Feniello almeno tre leggi pongono obblighi precisi in materia:  la legge 225 del 1992, la legge 112 del 1998, la 100 del 2012 che ha riformato il sistema di protezione civile.

Nelle norme vengono riportati gli obblighi precisi in capo al prefetto  il quale «predispone il piano per fronteggiare l'emergenza su tutto il territorio della provincia e ne cura l'attuazione», «assume, coordinandosi con il presidente della giunta regionale, la direzione unitaria dei servizi di emergenza da attivare a livello provinciale, coordinandoli con gli interventi dei sindaci dei comuni interessati» «adotta tutti i provvedimenti necessari ad assicurare i primi soccorsi» «vigila sull'attuazione, da parte delle strutture provinciali di protezione civile, dei servizi urgenti, anche di natura tecnica».

Ma gli adempimenti previsti sono molteplici e per certi versi stratificati nel tempo.


LE CARTE SPUNTANO FUORI

Proprio per questo l’inesistenza degli atti richiesti relativi proprio al piano di protezione civile della prefettura (da attuare anche prima e dopo l’emergenza di Rigopiano) evidentemente non convince qualcuno tra investigatori dei carabinieri-forestali e procura perchè la cosa è a dir poco anomala.

E’ per questo che c’è bisogno di una seconda visita in prefettura da parte dei carabinieri-forestali  e diverse ore di tempo per ricercare negli archivi il piano di protezione civile datato 1993, tanto vecchio da essere stato perso di vista anche perchè non sarebbe mai stato nè aggiornato, nè adeguato e, vista l’amnesia, nemmeno applicato.

Una vicenda che getta l’ennesima ombra su un’altra parte delle istituzioni, in questo caso la prefettura, che ha avuto l’onere e la responsabilità di coordinare tutti gli interventi di soccorso dopo la tragedia e che, secondo le norme, ha diversi obblighi anche nelle fasi precedenti la dichiarazione di emergenza.


E’ allora possibile che vi sia stata una negligenza tale da parte di un ente per così tanti anni da non essere stata ravvisata da nessuno?

Quello che però è certo è che questa vicenda è accaduta diverse settimane prima della notifica degli avvisi di garanzia e l’episodio -di certo non trascurabile- dovrebbe pur essere riscontrabile nei vari rapporti delle forze di polizia giudiziaria.

Se così è, allora, risulta difficile comprendere il perchè tra gli indagati non vi siano anche esponenti della prefettura (proprio come aveva chiesto Feniello dopo 10 minuti dal lancio Ansa che annunciava gli avvisi di garanzia).

Se è così si capisce da dove nascono le ipotesi “complottistiche” dell’anonimo estensore anche perchè le parole del  procuratore Cristina Tedeschini sono state molto  chiaramente (proprio per rispondere indirettamente a Feniello) «Prefettura e Regione? Non ci sono condotte penalmente rilevanti».

Anzi ha precisato: «Se tra gli indagati non compaiono persone fisiche, dipendenti o rappresentanti della Prefettura o della Regione Abruzzo, la spiegazione e' che allo stato delle indagini non abbiamo individuato condotte di singole persone fisiche che sembrano penalmente rilevanti in relazione alle ipotesi di reato di cui oggi parliamo, cioe' omicidio colposo e lesioni colpose».


LE INDAGINI PROSEGUONO: SI DELINEANO I CONTORNI

Le indagini, però, non sono terminate ed è probabile che si stiano compiendo ancora tutta una serie di verifiche anche sui precisi obblighi del piano del 1993 per cercare di escludere l’ennesima valanga di omissioni colossali da parte di un ente pubblico.


Inoltre si attendono i risultati dei periti che costituiscono forse oltre il 70% di tutto il lavoro investigativo il cui peso specifico è enorme e in grado di orientare le indagini e indicare responsabilità o dissolverle.

Si attendono le perizie dell’anatomopatologo che spieghi come e quando le vittime sono morte concertezza anche se nei giorni scorsi si sono registrate già dichiarazioni ufficiali circa la morte improvvisa quasi per tutti .


Oggi sappiamo che una delle vittime è rimasta in vita per almeno 40 ore, poi il suo cellulare si è spento definitivamente ma non abbiamo prove di quanto tempo ancora la donna abbia potuto resistere prima di essere ritrovata cadavere.

E ci sarebbe almeno un’altra persona che potrebbe essere rimasta viva per ore: gli investigatori lo avrebbero sospettato  scandagliando il telefono recuperato e a confermarlo ci sarebbe anche il risultato autoptico.


Si attendono gli esiti dei periti tecnici sulle eventuali difformità o irregolarità procedurali autorizzative dell’albergo spazzato via dalla valanga.

Gli accertamenti tecnici sarebbero ancora in corso così come i periti impegnati sul fronte della prevedibilità della valanga, delle autorizzazioni alla struttura alberghiera.

Su questo versante è già emerso, per esempio, che uno degli indagati Enrico Colangeli, risulta essere il dirigente che ha rilasciato il permesso di costruire all’Hotel Rigopiano, che è stato membro attivo almeno dal 1999 della commissione comunale valanghe di Farindola non più convocata dal 2005 e che sia anche redattore del piano di emergenza comunale dove non compare da nessuna parte alcun rischio valanghe.

Una stranezza che andrà chiarita se è vero che il piano provinciale fino al 2015 prevedeva un rischio specifico di valanghe proprio a Rigopiano.


a.b.