L'INCHIESTA

Lo studio Milia ‘detta legge’: quelle riunioni per orientare norme ed enti pubblici

Dagli interrogatori emergono discrepanze. Ruffini ammette incontri e la minuta consegnata dal legale per l'ente pubblico

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Lo studio Milia ‘detta legge’: quelle riunioni per orientare norme ed enti pubblici

Milia e D'Alfonso (FotoWireless)


PESCARA. Riunioni frequenti nello studio dell’avvocato Giuliano Milia per decidere strategie, chiarirsi le idee, proporre norme, dare spunti per stilare atti di enti pubblici.

Nello studio legale più noto e famoso di Pescara -dove passano imprenditori e politici di solito per i loro guai giudiziari-  molto spesso ci si incontra anche per dare “supporto” legale ad alcuni pubblici ufficiali e agli enti che amministrano pro tempore.

Consulenze legali di Milia persino per spingere a cambiare un parere per poter togliere dagli impicci il proprio progetto edilizio.

Un fatto «normale»  per il presidente D’Alfonso che non ha solitamente l’abitudine di informare preventivamente i cittadini di molti fatti rilevanti che accadono nella sua frenetica vita amministrativa.


Particolari a volte non trascurabili, come questo che D’Alfonso conferma solo oggi:   «si dice che dirigenti della Regione e del Comune si siano recati nello studio dell'avvocato Giuliano Milia; a meno che non mi sia sfuggito qualcosa, né il codice penale né quello civile prevedono divieti in questo senso».

E poi ha aggiunto: «Nessun atto politico-amministrativo è stato formato 'negli uffici di privatissimi professionisti e cittadini', né esiste alcuna cabina di regia messa in piedi dal sottoscritto per favorire l' avvocato Milia».

Dunque incontri e consulenze  sarebbero regolari perchè le norme penali non prevedono divieti in questo senso e ci rassicura sul resto invitando ad un atto di fede. Una missiva (anche se non un atto decisorio) di un ente pubblico però rimane un atto pubblico soggetto a determinati criteri.

Dichiarazioni che contrastano con la verità che sembra emergere dalle evidenze raccolte dagli investigatori che danno ormai per certi diversi punti della storia grazie anche a diverse conferme testimoniali.

L’inchiesta della procura di Pescara innescata da intercettazioni autorizzate da quella de L’Aquila sull’affare PescaraPorto prima che effetti giudiziari sta provocando molti scossoni mediatici su quello che sta emergendo circa retroscena taciuti fino ad ora da tutti e che riguardano una speculazione edilizia non proprio come le altre.


Con D'Alfonso sono indagati anche l'avvocato Giuliano Milia, difensore del governatore, il dirigente del comune di Pescara, Guido Dezio, ex braccio destro di D'Alfonso, l'ex consigliere regionale del Pd, Claudio Ruffini, ex segretario particolare del presidente (anche lui coinvolto nell'inchiesta dell'Aquila), e Vittorio Di Biase, dirigente del servizio Genio civile della Regione.

I palazzi del Waterfront  furono autorizzati nel 2012 con una sortita del dirigente comunale D’Aurelio, senza averne competenza,  scavalcando il Consiglio Comunale e con un permesso di costruire in deroga per un decreto sviluppo che, al posto di un parco pubblico, permetteva di costruire 3 palazzi da 7 piani.

Su questa “stranezza” non ci fu alcuna indagine ma l’ex assessore Marcello Antonelli oggi invita gli investigatori a fare chiarezza anche su questo aspetto del tutto anomalo come del resto molta parte dell’intero iter amministrativo.

Ad un certo punto intervengono nuove norme che indicano la zona dell’ex Cofa  come a rischio esondazione. Il Genio Civile prima scrive che ci sono pericoli concreti poi qualche mese dopo, con una giravolta di 180 gradi, cambia opinione così come l’autorità di Bacino che conferma che il titolo di costruzione rimane valido nonostante le nuove norme intervenute.

Tra il “no” ed il “sì” vi sarebbero state azioni eterodirette volte a preservare gli ingenti interessi economici della Pescara Porto di Milia e Mammarella.

Tra queste azioni di sicuro alcuni incontri nello studio di Milia, avvocato di fiducia di D’Alfonso. Ad uno di questi incontri hanno partecipato di sicuro Claudio Ruffini e Guido Dezio, storico braccio destro di D’Alfonso e con lui arrestato nel 2008 e poi assolto, dirigente comunale ma non competente sulla specifica vicenda.

D’ALFONSO DA’ LE DIRETTIVE: «PARLA CON L’AVVOCATO»

Il periodo caldo è quello che va da metà febbraio a metà marzo 2016 ed i carabinieri che indagano da L’Aquila segnano col rosso una telefonata tra D’Alfonso e Ruffini nella quale il primo ordina al secondo di andare dall’avvocato Milia per vedere come fare a sbloccare e risolvere il problema di PescaraPorto.

Ci sarebbero anche altre intercettazioni che descriverebbero indirettamente l’interesse di D’Alfonso verso questo progetto edilizio che avrebbero rafforzato l’ipotesi iniziale degli investigatori.

L’incontro c’è stato e poi ne sarebbe seguito un altro, forse anche un terzo, al quale ha partecipato anche Vittorio Di Biase del Genio civile. Di sicuro Milia predispone una minuta, un foglio stampato al computer con il testo della lettera che  Di Biase avrebbe poi inviato il 15 marzo e che prendeva «atto degli specifici accertamenti condotti dalle autorità competenti» e dava il via libera al progetto  rimangiandosi il parere negativo di un mese prima che riportava la firma anche del dirigente Silvio Iervese che nella seconda non firma.

Dunque concessione edilizia salva.

Iervese interrogato dalla Squadra Mobile, diretta da Pierfrancesco Muriana, non ha lesinato i suoi dubbi di allora nella retromarcia sospetta.


IL RUFFINI 'IPNOTIZZATO'

Ma a rincarare la dose sono le parole di Ruffini che ha confermato alcuni tasselli importanti della ricostruzione, peraltro in contrasto con quanto riferito da Dezio e dagli altri indagati.

Ruffini conferma l’ordine dato da D’Alfonso di andare da Milia per parlare della vicenda, conferma che Milia predispone la minuta e conferma che è l’avvocato che dà istruzioni di consegnarla a Di Biase del Genio Civile che dovrà copiarla e riversarla nell’atto pubblico della missiva di risposta.

Intervistato da Il Centro Ruffini si definisce semplice ‘portalettere’ ma anche un pò ‘ipnotizzato’, visto che ripete più e più volte di non essersi chiesto di cosa si parlasse nell’atto, cosa riguardasse il problema di PescaraPorto, e nemmeno dice di essersi chiesto se fosse ‘strano’ che l’avvocato interessato desse ordini al responsabile di un ente pubblico.

Dall’intervista emerge più la figura di un factotum che di un vero segretario di un presidente di Regione il cui apporto dovrebbe essere più intellettivo che materiale.


Ruffini è poi andato in pensione in coincidenza con le inchieste anche se la sua richiesta era di maggio 2016.

Il suo ruolo di segretario particolare di D’Alfonso ora viene svolto da Enzo Del Vecchio ex vicesindaco di Pescara (e un passato nella giunta comunale D’Alfonso).

  Come detto il presidente D’Alfonso ha spiegato che gli incontri non sono vietati da alcun codice e sarebbero cosa normale, regalandoci un altro spaccato della sua ‘filosofia politica’ che ammetterebbe come ‘normale’ non solo il conflitto di interesse ma persino l’intromissione del privato -parte in causa- nell’azione amministrativa pubblica tanto da eterodirigerla.


Normale anche il fatto che con i soldi pubblici si paghino dirigenti per copiare i suggerimenti di un imprenditore o per tenere incontri in uno studio legale.   

 

PIU' EFFETTO MEDIATICO CHE GIURIDICO

Ed il fatto che la difesa degli indagati ritenga che quell’atto non abbia fornito alcun vantaggio diretto al privato-estensore-suggeritore potrà far cadere le accuse penali ma non l’orrore per questo modo di amministrare.

Si è, infatti, aperto uno squarcio che chi governa non può ignorare e si sta rompendo pericolosamente la fiducia con gli eletti di turno perchè se sono normali questi comportamenti poi sorgono spontanei mille altri dubbi su cos’altro viene fatto dietro i paraventi. E visto che sulla vicenda specifica si è sempre avvertita una  ‘strana atmosfera’ generata da molteplici fatti verificatisi sin dal 2012 questo non fa che aumentare i dubbi anche perchè c’è dell’altro.   

Se D’Alfonso amministra con il codice penale in mano, non significa che i fatti già accertati non possano essere raccontati e stigmatizzati specie se così attinenti agli aspetti rilevanti della vita pubblica di un amministratore il quale è tenuto a chiarire, ad essere trasparente e a non mentire mai.

Dunque, una cosa sono le ipotesi accusatorie, un’altra i fatti accertati e provati. Gli incontri di quegli amministratori e la dinamica sono fatti accertati e confermati persino dagli indagati.

E non sono gli unici. Si vedrà se saranno giudicati reati.

Ma in ogni caso i fatti rimarranno per sempre.