SCORRETTEZZE ISTITUZIONALI

Lettera agli abruzzesi su referendum, Agcom contro D’Alfonso: «non poteva spedirle»

Esposto dei 5 Stelle e arriva la tirata d’orecchie

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Lettera agli abruzzesi su referendum, Agcom contro D’Alfonso: «non poteva spedirle»

ABRUZZO. D’Alfonso non avrebbe dovuto  spedire a casa di migliaia di abruzzesi la lettera-volantino per invitarli a votare sì al Referendum costituzionale.

Una tornata elettorale, quella, decisamente sfortunata che è costata la poltrona al premier Matteo Renzi e che adesso fa registrare la censura dell’Agcom nei confronti del presidente, amante della corrispondenza con gli elettori nel momento del bisogno (che siano lettere, sms, manifesti, eventi)

La denuncia era stata firmata dal Movimento 5 Stelle che proprio non aveva gradito quell’opuscolo firmato da «Luciano D’Alfonso» al termine di 41 righe molto ricche: dalla spiegazione in pillole della riforma costituzionale alla richiesta di contributo al «carissimo» cittadino  per «proseguire sulla via del cambiamento nell’interesse delle famiglie e delle imprese».

Il segretario regionale Marco Rapino garantì che tutto venne pagato dal partito Democratico e non certo dall’Ente Regionale.

Ma sul depliant non c’erano indicazioni del mandatario o di chi avesse materialmente provveduto a stamparlo (dati che dovrebbero essere sempre presenti).

Tra l’altro l’unico link che riportava al ‘mondo esterno’ era quello del sito web laregionedicelaregionefa.it, ovvero un portale nato ad agosto 2015 della giunta regionale d’Abruzzo e finanziato dalla Regione con il Piano di comunicazione istituzionale al cittadino 2014-2016.

E proprio su questo punto si focalizza l’Agcom che non solo boccia l’operato del governatore ma sconfessa anche il Corecom, il comitato regionale delle comunicazioni guidato da Filippo Lucci (scelto da Gianni Chiodi e riconfermato da D’Alfonso) che aveva chiesto l’archiviazione del caso perché, diceva Lucci, il presidente si sarebbe comportato bene e non  «vi è stato l’utilizzo di risorse umane, economiche e tecnologiche dell’Ente che rappresenta».

Anche il capo di Gabinetto della Regione Abruzzo ha difeso l’operato del vertice dichiarando: «è unicamente attività di mera propaganda referendaria e, quindi, non politica-partitica».

Ma come detto l’Agcom ha sottolineato la presenza della dicitura “La Regione DICE la Regione FA” e l’indicazione del sito internet www.laregionedicelaregionefa.it, «entrambi riferimenti al piano di comunicazione istituzionale 2014/2016 della Regione Abruzzo e quindi, risulta riconducibile alla nozione di comunicazione istituzionale come individuata dalla legge n. 150/2000».

«In particolare», si legge nel provvedimento firmato dall’Authority, «non ricorre il requisito dell’indispensabilità ai fini dell’efficace assolvimento delle funzioni proprie dell’Amministrazione regionale in quanto le informazioni relative al quesito referendario non sono in alcun modo correlate all’efficace funzionamento dell’ente».

L’Agcom ricorda che sul caso si è già espressa la Corte Costituzionale, nella sentenza n. 502 del 2000, chiarendo che il divieto alle amministrazioni pubbliche di svolgere attività di comunicazione durante la campagna elettorale è «proprio finalizzato ad evitare il rischio che le stesse possano fornire, attraverso modalità e contenuti informativi non neutrali sulla portata dei quesiti, una rappresentazione suggestiva, a fini elettorali, dell’amministrazione e dei suoi organi titolari».

L’autorità lancia una stoccata anche alla ‘Regione veloce’ sottolineando che «l’acquisizione della documentazione istruttoria necessaria per la conclusione del procedimento è avvenuta dopo un significativo lasso di tempo dalla fine della campagna elettorale».

Qualche giorno prima altri casi simili avevano scosso la campagna referendaria.

Sempre  il Movimento 5 Stelle aveva annunciato una interrogazione parlamentare al ministro dell’istruzione a seguito della presenza del presidente Luciano D’Alfonso ad un dibattito organizzato in un istituto superiore di Pescara.

All’incontro c’erano un esponente a favore del sì, uno a favore del no, e un altro a favore del sì (D’Alfonso). Insomma un sì di troppo, hanno contestato i grillini. E per di più quel ‘di troppo’ era uomo delle istituzioni che avrebbe dovuto evitare, per dirla come Sara Marcozzi, «sbilanciati espedienti propagandistici».

Sempre in quelle ore a cittadini abruzzesi arrivarono telefonate e sms "a nome del presidente della Regione Abruzzo" Luciano D'Alfonso con le quali si invita a partecipare a una iniziativa per il sì al referendum.

«C'è da domandarsi», chiese Acerbo, «se i numeri di cellulare da cui provengono queste chiamate e anche sms siano a carico di Luciano D'Alfonso o di suoi sodali o se siano a carico della Regione Abruzzo».

Nulla di nuovo, in realtà, se si rispolvera la storia delle amministratore D’Alfonso, che sia sindaco o presidente di Regione, che sia questo o il passato decennio, da sempre capace di intercettare i suoi sostenitori, disposti ad aiutarlo in tutto e per tutto anche impegnando numerose sostanze pubbliche.

Il caso finì negli anni scorsi anche in aula di Tribunale, durante il processo Housework. In quel frangente un avvocato ed ex dipendente del Comune di Pescara  raccontò dell’attività istituzionale che veniva svolta all’interno del comitato elettorale di Piazza Unione, ovvero dell’imbustamento di migliaia di lettere di natura istituzionale che poi venivano recapitate ai cittadini di Pescara.

«Non lo facevamo in periodo di campagna elettorale», aveva assicurato la donna che riferì che il  ‘lavoro’ veniva fatto «spontaneamente» e a titolo gratuito, non solo da lei ma anche da altri ex dipendenti comunali, pensionati e amici. Una attività che la teneva impegnata «fuori dall’orario di lavoro» e al quale partecipava «perché mi faceva piacere dare una mano».

C’erano poi gli eventi pubblici sempre pagati dal Comune che erano una cassa di risonanza per un unico personaggio, c’erano i manifesti politici e non che finirono persino in una mostra. C'erano centinaia di copie di libri acquistati dal Comune sulla parola e rimasti sul groppone e tra i debiti fuori bilancio.

 A pochi giorni dal voto referendario, inoltre, ci fu anche un altro manifesto che creò  qualche perplessità, ovvero quello comparso sui silos della Walter Tosto di Chieti Scalo, proprio quella stessa impresa che aveva accolto Renzi in  una delle prime (e poche altre tappe) del suo tour nelle imprese che contano e che hanno avuto giovamento grazie al job Act.

«Il pronunciamento dell'Agcom», sostengono Marco Fars e Corrado Di Sante di Rifondazione Comunista, «costituisce una sonora smentita per il Corecom Abruzzo che ha dimostrato l'incapacità di assolvere il proprio ruolo di controllo. Invitiamo il presidente del Corecom alle dimissioni. Il depliant dalfonsiano è solo uno dei tanti episodi di scorrettezza e violazione della legalità che abbiamo denunciato e segnalato anche all'autorità giudiziaria.  Comunque ci conforta il fatto che D'Alfonso e i suoi ascari siano stati sommersi da una percentuale di No assai più alta della media nazionale».

 


Scorrettezze pubbliche oggi certificate da un ente che rimane l’unico finora a prodursi in un risultato così “coraggioso”, mentre tutti gli altri cercano di schivare le grane che riguardano il presidentissimo.

Non risulta che la delibera sia stata pubblicata sul sito della regione come prescritto.