DANNO ERARIALE

Appalto mense, la ditta che vince assume il figlio del Rup: condannato a pagare 700 mila euro

Due dipendenti comunali nei guai. Sentenza è della Corte dei Conti a maggio scorso iniziato il processo penale

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PESCARA. Appalto mense scolastiche a Pescara, maxi condanne per due dipendenti storici del Comune: Paolo Di Crescenzo, RUP e responsabile pro-tempore del servizio ristorazione e trasporto e Germano Marone, dirigente del servizio.

Il primo è stato condannato dai giudici contabili a risarcire il Comune di 630.000 euro, il secondo di 55 mila euro.

Il caso è scoppiato dopo i controlli della Guardia di Finanza nel 2014: le Fiamme Gialle, coordinate dalla procura di Pescara (pm Giampiero Di Florio poi Anna Rita Mantini),  hanno dovuto verificare l’esatta esecuzione dell’appalto delle mense scolastiche per gli anni 2010/2013, aggiudicato il 6 ottobre 2010 dal Comune di Pescara alla società CIR Food.

La Cir Food, coop rossa con circa 11mila dipendenti in 15 regioni italiane e un fatturato annuo di mezzo miliardo di euro, viene tirata dentro l’inchiesta penale, (il 26 maggio 2016 c'è stata la prima udienza preliminare per decidere eventuali rinvii a giudizio) e tra i 6 indagati sotto accusa per reati che vanno dalla corruzione, al falso, alla turbativa d’asta, alla frode nelle pubbliche  forniture ci sono anche quattro dirigenti della coop.

Oltre a Di Crescenzo e Marone ci sono anche il procuratore dell’azienda Marcello Leonardi, il responsabile commerciale Alberto Santini, il capo area Giorgio Righi e Camillo D’Ercole.

Dalle indagini sono emerse  non solo mancanze rispetto al capitolato ma anche «connivenze di dipendenti pubblici deputati al controllo della corretta esecuzione dell’appalto». Tra questi proprio Di Crescenzo e Marone.


L’indagine è stata lunga e complessa tra acquisizioni tecniche di vario tipo, sequestri ed intercettazioni.

Secondo l’accusa, all’indomani dell’aggiudicazione dell’appalto, i due dirigenti comunali avrebbero consentito alla Cir Food di modificare il contratto e invece di creare un centro di cottura nella scuola “11 febbraio 1944” l’azienda avrebbe provveduto alla fornitura con altre modalità meno dispendiose e quindi svantaggiose per il Comune.

l servizio in questione doveva avere un costo di 221 mila euro, come previsto dal contratto, ma effettivamente la spesa reale sarebbe stata di  93 mila euro. Inoltre, secondo le ipotesi accusatorie, la società avrebbe risparmiato 700 mila euro per ore lavorative non fornite, circa 100 mila euro per attrezzature non fornite, circa 6 mila euro per porter elettrici non utilizzati e quindi non noleggiati.



L’ASSUNZIONE DEL FIGLIO DI DI CRESCENZO

Mentre il processo penale dovrà incardinarsi nei prossimi mesi è già arrivata la condanna della Corte dei Conti che si focalizza principalmente sul mancato controllo, in fase di esecuzione del contratto, dei due dirigenti ed in particolare da parte del rup Di Crescenzo, che in tutto questo è riuscito pure a spuntare l’assunzione a tempo indeterminato del figlio. Un mancato controllo he come detto ha generato un considerevole risparmio per la ditta vincitrice e soprattutto un danno erariale per il Comune.

Nessun imbarazzo per il dipendente comunale al quale la ditta vincitrice ha assunto il figlio, una assunzione che, si è giustificato, non aveva alcun collegamento con la sua attività ma che secondo gli inquirenti va inquadrata proprio come una contropartita.

Secondo la Finanza, infatti, quella chiamata non rispondeva «ad alcuna ragionevole esigenza imprenditoriale», se non quella, illecita, «di beneficiare il Di Crescenzo, considerato che il soggetto era praticamente tenuto “a reddito” dall’impresa appaltatrice pur senza apportare apprezzabili utilità alla stessa».

Ipotesi che è stata confermata anche da “folkloristiche” intercettazioni telefoniche nelle quali il figlio del dipendente comunale si sarebbe candidamente vantato di rimanere al calduccio nel dolce far nulla mentre gli altri lavorano.



LE SEGNALAZIONI DELLA POLITICA: LA LISTA

Ma quella dell’assunzione di Di Crescenzo non sarebbe un unicum. Secondo la Finanza, infatti, la Cir Food assumeva il proprio personale sulla base di richieste provenienti dall’amministrazione comunale e, in particolar modo, dal mondo “politico”: «numerose eloquenti intercettazioni telefoniche riguardano, i beneficiari della assunzioni; sono stati sequestrati, peraltro, elenchi nominativi di soggetti da assumere recanti l’abbinamento di ciascuno al relativo sponsor».

Questa lista composta da 19 nominativi non è mai uscita pubblicamente nè si conoscono gli esiti degli eventuali accertamenti penali che hanno escluso con certezza ulteriori altre contropartite.


Insomma, secondo i giudici contabili che sposano l’ipotesi accusatoria, Di Crescenzo avrebbe «scientemente acconsentito a tutte le richieste dell’impresa», senza svolgere «la seppur minima obiezione e senza verificare in maniera efficace il rispetto dei vincoli contrattuali assunti».

«Del resto», annotano i giudici nella sentenza, «in un sistema di assunzioni clientelari, del quale aveva beneficiato lo stesso Di Crescenzo in primis, era impensabile che la Cir potesse subire contestazioni di sorta dalla controparte, in merito allo svolgimento del servizio. Il fatto stesso che il Comune  non sapesse neppure quali dipendenti della Cir fossero quotidianamente impegnati nelle varie mense, neppure tentandosi, da parte del Comune, un sistema di rilevazione puntuale delle relative presenze, la dice lunga sul livello di cura che il responsabile del procedimento dedicò al controllo della corretta esecuzione dell’appalto».


Marone, invece «appare pur sempre gravemente colpevole», si legge nella sentenza, «per aver assentito alla immotivata sostituzione della cucina e alla fornitura di beni di valore inferiore a quello atteso».

Dal momento che aveva presieduto la commissione aggiudicatrice i giudici non comprendono «perché mai abbia inopinatamente tollerato, all’indomani della procedura e senza una spiegazione circostanziata, la sostituzione di una precisa prestazione (attivazione di una cucina più attrezzature) con una ben diversa fornitura, di importo macroscopicamente “gonfiato” rispetto al valore reale, accettando la “variante”».

 


LE «ORE FARLOCCHE»

Dalle indagini è poi emerso  che alcune ore lavorative non erano mai state rese: «erano perfino annotate», scrivono i giudici, «come “ore farlocche” nei fogli excel sequestrati nei computer della stessa CIR; il tutto con piena coscienza e volontà, come reso palese da alcuni eloquenti scambi di email interni alla ditta appaltatrice».

Di Crescenzo si è difeso sostenendo l’impossibilità di controllare le singole prestazioni orarie rese dalla appaltatrice da parte di 140 dipendenti distribuiti su 40 sedi contemporaneamente.

Ma soprattutto il Rup ha spiegato che il servizio è stato sempre reso «e quindi il Comune non ha subito alcun pregiudizio concreto».

 

Ipotesi nient’affatto corretta secondo i giudici: «il servizio non corrispondeva in ogni caso al vincolo contrattuale assunto ed aveva, quindi, caratteristiche, consistenza o qualità diverse ed inferiori rispetto a quanto pattuito».

 


LA CIR CONTINUA A LAVORARE

In attesa di sapere se e come evolverà il processo, la Cir Food in Ati con la Bioristora, ha rivinto l'appalto al Comune di Pescara e qualcuno ha nuovamente segnalato delle ‘incongruenze’.

Il capitolato nel disciplinare di gara spiega che dopo 3 inadempienze, e non sanzioni o richiami scritti, si preveda la rescissione del contratto.

Uno degli esempi lampanti potrebbe essere riferito alla pasta che servono a tutt'oggi ai bambini, che per capitolato deve avere «grano coltivato e prodotto in Italia», o come per il pesce che deve essere obbligatoriamente «pesce azzurro dell'Adriatico».

La pasta per i primi mesi era la De Cecco, la successiva ed attuale è la Molisana, tutte e due fatte notoriamente con misture di grani esteri ed italiani.

Chi deve controllare, questa volta  se n’è accorto?

 

Alessandra Lotti