LA SCOPERTA

Bussi, ennesimo pastrocchio di Stato: gara di appalto illegittima

Giurisprudenza e Anac sono concordi: se non c’è integrale e certa copertura finanziaria atti illegittimi

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Bussi. Omissioni, errori, distrazioni e inefficienze per 12 anni: ecco l’esposto di sei mesi fa

l'area industriale dismessa

 

ABRUZZO. La gara di appalto per la bonifica delle aree esterne all’ex stabilimento Solvay sarebbe illegittimo (se un giudice fosse chiamato a valutarlo).

L’immenso sforzo decennale per avviare la bonifica delle mega discariche di Bussi, e culminato in un appalto che riguarda una minima parte dell’intero Sin, sarebbe persino vano e per ragioni ancora più incredibili.

E’ tutto semplice semplice e alla portata anche di chi non ci capisce nulla di diritto amministrativo. Ed infatti la cosa è stata compresa da tutti gli attori in gioco anche se nessuno si è azzardato nè a spiegare nè a motivare e nemmeno a dirlo chiaramente ai cittadini che come sempre rimangono allo scuro.

Ecco i punti da tenere a mente.

L’appalto è stato bandito nel 2015 e ad oggi non sono state ancora aperte le buste per ragioni mai precisate. La riunione fissata per l’apertura delle buste è stata più volte rinviata. L’ultima a data da destinarsi (chissà quale). Il dato dunque è che dopo 8 anni viene bandita una gara per una mini bonifica e dopo quasi un anno e mezzo è la stasi più assoluta.

Lo scorso 1 febbraio è stata convocata una «riunione urgente in merito alla procedura di gara» che si è tenuta al Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare. C’erano il sindaco di Bussi Salvatore Lagatta, una delegazione della Regione Abruzzo e il neo direttore generale dell’Arta Francesco Chiavaroli.

In questo contesto alto, ufficiale e istituzionale è stato asserito da parte del rappresentante del Ministero (Laura D’Aprile) che la «gara è stata bandita  senza integrale copertura finanziaria degli importi».

Una scoperta che viene ufficializzata molto tempo dopo l’indizione della gara.

Cosa si è cercato di fare? Si è creduto di trovare una pezza «attraverso le risorse assegnate a valere sui fondi FSC già destinati a Bussi (60mln di euro)».

Allo stato però i 60 mln non ci sono (quindi tecnicamente non c’è copertura) inoltre non si sa quando arriveranno, saranno sicuramente scaglionati nei successivi 5 anni e l’effettiva liquidazione della somma è subordinata all’adozione di atti di cui non nulla si conosce circa il quando verranno firmati e nemmeno sulla metodologia.

Ad oggi dei 60 mln ne sono stati stanziati certamente appena 500mila euro. Pochi.

Secondo il responsabile del Ministero l’importo complessivo del progetto messo a bando è di 45,9mln di euro mentre i soldi disponibili sono 44,7. Sono dunque evaporati 1,2 mln di euro che ora si devono cercare.

Altro punto fermo da tenere a mente è che ormai la giurisprudenza consolidata del Consiglio di Stato ha detto chiaramente che gli appalti che non possono godere di una copertura finanziaria integrale e certa al momento dell’indizione della gara sono da ritenersi illegittimi. Sono state annullate decine di gare per queste ragioni in giro per l’Italia, persino alcune che condizionavano la copertura ad eventi stocastici, cioè una sorta di scommessa: “ci saranno i soldi se capiterà questo…”

I  giudici hanno detto che non si può fare perchè questo rischio non può essere assunto da una amministrazione pubblica.

Cose che dal Ministero in giù sanno benissimo ma che nessuno dice e, forse, è proprio questa una delle cause che impediscono di mandare avanti una gara iniziata male e proseguita anche peggio.

A tagliare la testa al toro è arrivata anche l’Anac di Raffaele Cantone che ha ribadito i concetti: “se non c’è integrale e certa copertura finanziaria la gara di appalto è illegittima”.

Esattamente quello che si è scoperto ed è accaduto a Bussi.

Ora è chiaro che in un paese normale questa cosa avrebbe generato domande e persino sommosse ma siamo a Bussi dove la discarica più grande dei veleni è persino l’offesa minore alle istituzioni e quindi siamo tutti anestetizzati, compresa l’intera filiera dei controllori,  assopita da un mucchio di tempo.

Ma qualche domanda -purtroppo- sorge spontanea.


I PARERI CONTROFIRMATI

Per bandire gare di appalti, persino quella da quasi 50 mln di euro di Bussi, c’è bisogno di una trafila rigida, complicata, passaggi multipli e farraginosi (si chiama burocrazia e dovrebbe almeno garantire uno standard minimo di sobrietà).

Uno di questi passaggi prevede la formulazione di pareri controfirmati dai responsabili di servizio circa gli impegni di spesa con una apposizione di visto di regolarità contabile attestante la copertura finanziaria.

Queste firme ci sono? C’è il visto di regolarità contabile?

E’ possibile che la copertura ci fosse poi nel bailamme del pasticcio sono state spese somme già vincolate per l’appalto?

Se non è così la cosa è semplice: se i visti ci sono siamo in presenza di un falso; se non ci sono siamo in presenza di una gravissima svista che inficia la procedura e, dunque, la rende illegittima.

Nello specifico dice la norma «il responsabile  del servizio finanziario effettua le attestazioni di copertura della spesa in  relazione alle disponibilità effettive esistenti negli stanziamenti di spesa».

Questa attestazione è fondamentale e lo si è capito.

Ma come è potuto accadere una cosa del genere nell’ufficio del  «già  Commissario Goio» che ha bandito la gara. Ufficio che doveva essere controllato da Protezione civile, Ministero, Presidenza del Consiglio, enti locali ma anche Corte dei Conti, Ragioneria dello stato e se vogliamo una manciata di procure della Repubblica?

Ma come è possibile giustificare tutto quanto sta succedendo intorno a Bussi, la terra avvelenata di nessuno, dove ogni attività sembra guidata da allucinazioni e alterazioni percettive generando effetti incoerenti e senza senso?

Chi lo dice ora che dopo dieci anni non solo non si è fatto nulla ma che a causa di colossali papocchi giuridico-amministrativi non si è capaci nemmeno di fare quel poco che si era avviato negli ultimi 20 mesi?

Una cosa è certa che siano madornali errori, sviste o che più burattinai stiano sceneggiando il dramma: a perdere sono le istituzioni, la Legge, i cittadini. Ad avvantaggiarsi di questo inconcludente caos sono solo gli inquinatori, fin troppo coccolati dai vari apparati dello Stato.


I CONTI SENZA L'OSTE

A questo si aggiunga che un ricorso è già pendente e avviato dal gruppo Toto che contesta presunte illegittimità diverse da queste illustrate oggi.

C’è poi l’altro inghippo della cessione delle aree da bonificare che sono private (della Solvay): a parte la grottesca situazione di dover spendere 50 mln di euro di soldi pubblici per una bonifica che doveva fare il responsabile dell’inquinamento, ora ci si accorge che avviare i lavori su un terreno privato sarebbe un passo falso troppo grande. Allora bisogna fare in fretta per cedere i terreni al Comune magari alla cifra simbolica di un euro. Un euro che potrebbe costare carissimo.

    Nel frattempo si cerca di spostare l’attenzione su una presunta accelerazione di una indagine epidemiologica (che si chiede da 10 anni) finanziata con la provvisionale concessa dai giudici di secondo grado che hanno condannato e condonato i 19 imputati ex Montedison.

Si respira fin troppo ottimismo su quelle cifre anche perchè a pagarle dovrebbero essere i 19 imputati -persone fisiche con il loro patrimonio-  e non la Montedison che non è mai entrata come persona giuridica nel processo (e la differenza non è di poca importanza).

C’è chi sostiene che quelle cifre non arriveranno o che i tempi saranno lunghi e che potrebbe persino giungere prima la Cassazione con la parola finale che solo se sarà effettivamente di condanna stabilirà come certe quelle somme. Chissà però se esigibili.

Alessandro Biancardi