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Rigopiano, l’autista della turbina: «quella strada ai confini della realtà»

A quasi un mese dalla tragedia i sopravvissuti provano ad andare avanti

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Rigopiano, l’autista della turbina: «quella strada ai confini della realtà»

FARINDOLA. E’ passato quasi un mese dalla tragedia dell’hotel Rigopiano. L’inchiesta della magistratura va avanti, i parenti delle vittime aspettano giustizia (e dicono no alla fiction tv sulla slavina), i superstiti provano a ripartire e i soccorritori hanno ancora impresse nelle loro menti quelle ore drammatiche.

«Quando salivo su quella strada mi sembrava di andare ai confini della realtà. Non si vedeva nulla, era buio, c'era il vento e la tormenta di neve. Non c'era nulla, su quella strada, solo un buco nero».

Per la prima volta parla Sabatino Di Donato, l'autista della turbina dell'Anas che il 18 gennaio scorso ha aperto la strada ai soccorritori che cercavano di arrivare all'hotel Rigopiano: senza il suo lavoro, nessun mezzo sarebbe potuto arrivare lassù.

Dodici ore, ci ha messo Di Donato per liberare 9 chilometri di strada: dalle 20 alle 8 del mattino del giorno dopo. Dodici lunghissime ore in cui i pensieri si sono accavallati alle paure, l'esperienza alla disperazione, la necessità di arrivare prima possibile a quella di non commettere neanche un errore.

Su all’hotel, intrappolati tra macerie e neve, i corpi di chi è morto sul colpo e i superstiti che hanno sperato che qualcuno li salvasse.

Chi c’è l’ha fatta sta provando pian piano a tornare alla normalità.

Come Giampiero Parete che ha ripreso il suo lavoro come cuoco a Silvi, nel ristorante di Quintino Marcella, il quale, quel giorno, inizialmente senza essere creduto, ha fatto di tutto perché la macchina dei soccorsi partisse.

Francesca Bronzi, 25enne di Pescara che nella tragedia ha perso il fidanzato Stefano Feniello, 28 anni, «sta bene fisicamente», dice il padre, ma è ancora molto provata. Non è ancora tornata al lavoro e di serate con gli amici per ora non se ne parla. «Chi le vuole bene viene spesso a trovarla a casa, dove con lei ci siamo sempre io e sua madre».

Provano a reagire, anche se è difficile tornare alla normalità, i due fidanzati di Giulianova, Giorgia Galassi, 22 anni, di origini svizzere, e Vincenzo Forti, 25, lei studentessa e commessa e lui gestore di una pizzeria sul lungomare della cittadina del Teramano. La ragazza dopo la tragedia ha dovuto fare i conti anche contro la cattiveria del web: decine di persone l’hanno insultata e contestata per aver postato delle foto del suo ritorno alla normalità o per aver rilasciato interviste televisive.

Il piccolo Edoardo, pescarese, 9 anni, che nella tragedia ha perso entrambi i genitori, Sebastiano Di Carlo e Nadia Acconciamessa, «sta benissimo», dice una parente. Vive con i due fratelli ed è affidato formalmente a quello maggiorenne. «In casa con loro ci sono sempre le zie, che li circondano di affetto - aggiunge - è tornato a scuola, si sta preparando per la prima comunione e ha ripreso gli allenamenti di calcio. Domenica ha giocato una partita e ha segnato diversi gol. Sta tirando fuori una forza spaventosa».



QUELLA NOTTE NEL RACCONTO DI DI DONATO

E all’Ansa Sabatino Di Donato ricorda quella tragica notte. Di Donato lavora all'Anas da 37 anni, al compartimento di L'Aquila; quel 18 gennaio aveva iniziato molto presto. «Eravamo ad Atri fin dalla mattina, c'era l'ospedale isolato, che aveva finito il gasolio. Alla fine del turno, è arrivato il collega che mi doveva dare il cambio e per la prima volta ho sentito dell'hotel Rigopiano. Parlavano di una slavina, ma non sapevamo ancora nulla. Così ci siamo messi in cammino».

Il collega è Mario Coppolino, in Anas dal 1997. Sabatino e Mario, però, non conoscevano la strada e così, arrivati a Penne, si sono fatti spiegare bene cosa li attendesse. Al bivio di Rigopiano, 9 chilometri dall'albergo, è iniziata la lotta contro quel mostro: 3 metri di neve davanti e di lato, la strada assolutamente inesistente. Dice Sabatino: «abbiamo iniziato a salire in quel nulla. La strada non era neanche segnalata, non c'erano le paline, non c'era nulla. Ci siamo dovuti fermare perché non sapevamo dove andare, ci siamo aiutati con qualche segnale sparso qui e lì fra la neve. E poi c'erano gli alberi caduti, alcuni avevano un diametro di 30/40 centimetri, erano infilzati di punta nella neve, piantati nella strada».

Anche Mario ha lo stesso ricordo: «c'erano alberi, pietre, neve, tanta neve. Ci siamo trovati veramente persi in certi momenti».

Gli alberi sono stati il vero incubo. «Ogni volta che ne prendevi uno sotto la fresa si rompevano i bulloni di tracciamento, fatti apposta per rompersi in caso di ostacolo, così la macchina si blocca ma non si rompe. Sai quanti ne abbiamo cambiati quella notte? 20. Quanti se ne cambiano in un'intera stagione di neve».

E ogni volta che bisognava cambiarli si doveva scendere sotto la bufera, con la neve fino al ginocchio.

Poi è finito pure il gasolio. «Avevamo una tanica da 20 litri e i vigili del fuoco dietro di noi un'altra, siamo riusciti a lavorare altri 50 minuti. Poi, con una catena umana di tutti i soccorritori, sono arrivate le altre latte dal mezzo che era in coda. E siamo andati avanti».



ABBRACCIO DI QUEI BIMBI SEMPRE CON ME

Fabrizio Cautadella, invece, è il primo essere umano che è entrato nella sala del biliardo dell'hotel Rigopiano dopo che la valanga ha travolto tutto. Quella dove stavano rannicchiati Edoardo, Samuel e Ludovica, i tre bimbi colti lì dallo tsunami di neve. A distanza di un mese il vigile del fuoco racconta quei momenti. Assieme a Lorenzo Botti, 'l'uomo della telecamera' e Teresa Di Stefano, l'unica donna a far parte del team Usar (Urban search and rescue), entrata nei vigili del fuoco nel 2001.

«Dall'elicottero non vedevamo l'hotel, non vedevamo le macerie tant'è che ci giravamo intorno e abbiamo detto "ok, ma l'hotel dov'è?» Dopo ore i soccorritori riescono a individuare alcuni punti. Comincia il lavoro con i cani, finalmente fiutano qualcosa. Da quel punto usciranno le prime due persone estratte, la moglie di Giancarlo Parete, Adriana, e suo figlio Gianfilippo. A prendere il piccolo c'è Teresa. «Era spaesato e mi è venuto da dirgli se era mai stato sul gatto delle nevi. Lui ha risposto di no e allora ho detto: 'dai, andiamo a fare un giro'». Quel ritrovamento dà nuova energia a tutti i soccorritori, che riprendono a scavare con più forza. Inizia la lotta per liberare i bimbi. All'esterno i vigili del fuoco trovano il solaio della stanza, fanno un buco e inseriscono la telecamera. Racconta Lorenzo: «la prima cosa che vedo è il condizionatore, poi ruoto la telecamera e vedo un lampadario a tre luci, tipico delle sale biliardo. All'improvviso arriva un ritorno di luce, due occhietti che si illuminano. Mi blocco, il silenzio è totale. Dopo alcuni secondi riesco a vedere una faccina che esce dal buio e viene verso l'obiettivo. la faccina si illumina e muove le mani. E' Ludovica. Urlo. 'Come stai? ci sono altre persone con te?'. Lei esce dall'inquadratura, pochi secondi e ritorna tenendo per mano altri due bambini. Li fa muovere. Esplode una gioia incredibile tra tutti noi».

Anche Teresa ricorda bene. «Sono corsi sotto la telecamera e si sono messi a ballare, la bimba specialmente. E lì tra noi c'era chi piangeva, chi urlava, ognuno con le sue emozioni».

Fabrizio entra: «ci siamo abbracciati, ci siamo messi a piangere tutti quanti insieme, è stato un pianto liberatorio. Lì è nata la promessa di portarli al cinema». Ci sono andati sabato scorso, a vedere Lego Batman, assieme a tutta la famiglia Parete.

«Noi...non so se è stato per il ricordo o talmente la gioia - dice Teresa - abbiamo preso ognuno una palla da biliardo, io ho la numero 5».


L’INCHIESTA VA AVANTI

Intanto l’inchiesta va avanti: tre informative distinte, oltre 40 testimoni ascoltati, pacchi di documenti acquisiti. La mole più grossa delle indagini la stanno svolgendo i carabinieri e il corpo dei carabinieri forestali, i quali si sono occupati di acquisire la parte relativa alle responsabilità eventuali del prima dell'evento, ossia ''chi non avrebbe fatto quello che era di sua competenza'', i nessi di causalità tra omissioni e morti, la ricostruzione tecnica legale delle morti, i momenti preparatori e le fasi successive all'allarme e l' allerta soccorsi. Telefonate, gestione delle turbine, degli spazzaneve. Per questo sono stati acquisiti documenti e competenze della Prefettura, della Regione, della Provincia, Comune di Farindola e Parco del Gran Sasso. I carabinieri hanno ascoltato i sopravvissuti ed effettuato i sopralluoghi con i periti. Una prima informativa è stata già consegnata al sostituto procuratore facente funzioni Cristina Tedeschini e al pm Andrea Papalia, ma verranno fornite ulteriori integrazioni. La Polizia ha acquisito tutta la parte relativa alla gestione dei numeri telefonici d'emergenza, dalla centrale della Prefettura al 118 e tutta la normativa relativa.

All'attenzione degli inquirenti anche l'esposto del Forum H2o che ha scoperto come l'hotel fosse stato costruito sugli esiti di antiche valanghe, l' ultima imponente prima della seconda guerra mondiale. Molto di più potranno raccontare le carte acquisite al Comune di Farindola sui lavori di ampliamento e ristrutturazione dell' hotel, specie nella parte geologica, nell'ormai lontano 2007.