L'OMICIDIO

Omicidio Vasto: legali chiedono i domiciliari per l'indagato

Per gli inquirenti è omicidio premeditato

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Omicidio per vendetta a Vasto: «D’Elisa non si era mai pentito»

Roberta e Fabio

VASTO. I legali di Fabio Di Lello, il 34enne di Vasto che il primo febbraio scorso uccise con tre colpi di pistola (uno al cranio e due all'addome) il 21enne Italo D'Elisa, hanno presentato una istanza al gip, Caterina Salusti, con la quale hanno chiesto la concessione degli arresti domiciliari per il loro assistito.

Di Lello, che lo scorso 4 febbraio si era avvalso della facolta' di non rispondere nel corso dell'interrogatorio di garanzia in carcere, aveva ucciso il giovane in viale Perth, dinanzi a un bar.

Per gli inquirenti si e' trattato di un omicidio per vendetta.

D'Elisa, il primo luglio del 2016, passando in macchina col rosso ad un semaforo, aveva travolto e ucciso la moglie di Di Lello, che si trovava a bordo di uno scooter. Il giovane era stato accusato di omicidio stradale e la prima udienza era stata fissata al prossimo 21 febbraio.

Gli avvocati Giovanni Cerella e Pierpalo Andreoni, ritengono che il regime carcerario sia incompatibile con le condizioni dell'omicida «per la grave situazione psicologica e psicofisica in cui versa».

«Sta malissimo - dicono i legali - piange in continuazione e non riesce a venire fuori da questo stato di prostrazione».

Dalla morte di sua moglie, Roberta Smargiassi, la vita di Di Lello era completamente cambiata, non era piu' la stessa persona, hanno detto piu' volte familiari e amici. Pensava sempre e solo a lei. Ogni giorno si recava a pregare sulla sua tomba ed e' qui che i carabinieri hanno rinvenuto la pistola, una calibro 9, utilizzata per commettere l'omicidio. L'arma era regolarmente detenuta.

Ed e' era stato proprio per le sue condizioni che lo scorso 4 febbraio non era stato possibile, per i pm Giampierio Di Florio e Gabriella De Lucia e per il gip Salusti procedere all'interrogatorio.

«Fabio - aveva detto la madre Lina qualche giorno fa - si e' lasciato andare piano piano. Soffrivamo molto nel vederlo cosi', si trascurava ed era ingrassato di 30 chili. Il nostro timore era che potesse suicidarsi, ma nessuno poteva immaginare un epilogo cosi' tragico. Avrei dovuto fare di piu' per aiutarlo».

Intanto i legali dell'indagato, che era in cura da un medico, proprio per questo continuano a raccogliere documenti al fine di poter far eseguire su Di Lello una perizia psichiatrica, accertamento necessario per capire fino a che punto il loro assistito fosse stato inghiottito in un tunnel sfociato nella vendetta. Ovviamente, l'obiettivo e' quello di confutare la premeditazione nel reato di omicidio volontario.