LA SENTENZA

Hotel Rigopiano, nella sentenza quella ‘zona grigia’ di «condotte sgradevoli ma non penalmente rilevanti»

Nel processo per corruzione che mandò assolti tutti venne però certificato il clientelismo

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HOTEL RIGOPIANO


PESCARA. La corruzione non c’è perchè quelle assunzioni clientelari effettivamente avvenute, secondo i giudici, non erano la contropartita di atti amministrativi ritenuti, alla fine, del processo, legittimi.  

Si è trattato solo di una condotta «moralmente sgradevole ma penalmente irrilevante». In pratica assunzioni clientelari in cambio di niente.

 Sembravano chiudersi così, per sempre, con una sentenza completamente assolutoria e definitiva per via della prescrizione del reato, le vicende penali legate all’Hotel Rigopiano, un resort a 4 stelle diventato negli anni il fiore all’occhiello del turismo regionale.

Dopo anni di articoli di giornale, udienze in tribunale, scontri tra accusa e difesa, Farindola sembrava destinata a tornare alla sua quiete. A voltare pagina e continuare a guardare quel gioiellino incastonato tra le montagne come una pagina positiva per tutta la comunità.

Ma ora sanno tutti che non sarà così.

La furia della neve, la valanga, i detriti, gli alberi sradicati hanno spazzato via tutto e riportato a galla, tra l’inevitabile curiosità della stampa nazionale, anche i guai del passato.

Il 2016  era terminato con il sipario calato sull’’Inchiesta Vestina’ e il 2017 si è aperto nel modo più tragico che si potesse immaginare.

Quell’inchiesta era nata nel 2008, coinvolgendo i principali amministratori pubblici di Farindola  e i proprietari dell’hotel, tra i quali Roberto Del Rosso, drammaticamente morto sotto le macerie del suo gioiello.

Quell’inchiesta è stata una vicenda contrastata della vita locale. «Solo fango», secondo quelli che vennero iscritti nel registro degli indagati e che poco prima di Natale hanno festeggiato la fine di un incubo (con tanto di manifesti in giro per il paese).

Quell’inchiesta non riguardava affatto l’edificazione dell’hotel, come pure ha scritto qualcuno in questi giorni. In nessun modo venne valutata l’opportunità che un resort con centro benessere potesse sorgere a ridosso di un canalone, circostanza che farà invece parte della nuova indagine aperta una settimana fa, quella per omicidio colposo plurimo e disastro colposo. 

 

L’INCHIESTA VESTINA

L’ipotesi del pm Gennaro Varone era, in sostanza, che, in cambio di favori, gli amministratori locali avessero agevolato una sanatoria per consentire all'albergo di superare problemi con l'occupazione di suolo pubblico necessaria per ampliarsi lì, in un’area fino ad allora adibita a pascolo del bestiame e compresa in un’area naturalistica protetta.

Il problema nasceva da lontano, quando nel 1967 la piccola struttura del rifugio Rigopiano venne incastonata in quella più grande dell’albergo di montagna. Nel 2007 la Regione sdemanializzò il terreno prima destinato ad uso civico e la sanatoria si è compiuta.

I titolari dell’hotel recintarono, poi, anche una zona incontaminata a disposizione di mucche e pecore per poi richiedere una sanatoria, non a fini edificatori.

La questione dell’occupazione abusiva approdò in Consiglio comunale e sfociò in una delibera (era l’8 settembre 2008) con la quale venne sanata l’occupazione della porzione di terreno in questione. Si fissò anche un canone «congruo» decidendo di farsi dare dai cugini Del Rosso anche quanto era dovuto per il periodo precedente alla sanatoria.

Per quel voto, diceva però il pm Varone, l’allora sindaco Massimiliano Giancaterino (fratello di una delle vittime della tragedia, ovvero il maitre dell’albergo Alessandro Di Giancaterino) e l’ex sindaco Antonello De Vico ottennero dagli imprenditori «promessa di un versamento di denaro destinato al finanziamento del partito».

Si parlò anche di un versamento di 26.250 euro che, diceva sempre l’accusa, era «inquadrabile nel rapporto corruttivo». Un reato, quello della corruzione, che è stato sempre respinto categoricamente dagli indagati.

Nell’inchiesta il pm Varone sostenne anche che, sempre in cambio di quel voto favorevole, i consiglieri e gli assessori del tempo avessero ottenuto dai titolare della società Del Rosso «assunzioni preferenziali per i propri protetti».



DELIBERA CORRETTA

Secondo la sentenza del 29 novembre 2016 «non emerge alcun profilo di illegittimità» nella sanatoria concessa alla società Del Rosso e non c’era nemmeno mancanza di imparzialità e buon andamento della pubblica amministrazione. Caduta anche la corruzione.

Con la sanatoria, scrivono i giudici Rossana Villani, Francesco Marino e Teresa De Liutiis, «viene stabilito un canone che non vi sono motivi per ritenere incongruo». Nell'inchiesta finì anche una intercettazione tra De Vico e Giancaterino nella quale si parlava proprio dell'impostazione della delibera: i due erano d'accordo che i Del Rosso dovessero pagare anche per l'occupazione abusiva pregressa e si cercò di strutturare la delibera «in modo da non mettere in risalto lo specifico aspetto dell'occupazione abusiva».  

Dalla conversazione, secondo i giudici, «si comprende che tale preoccupazione è motivata da finalità meramente politiche ( non  dare soddisfazione al nemico politico Scarfagna  che aveva sollevato il caso) e non dalla necessità di favorire illecitamente i propri sodali».



LE DAZIONI? UN DEBITO DEGLI AVI

Quanto alla dazione di denaro  i giudici sposano la difesa di De Vico  che ha raccontato di aver effettivamente avanzato una richiesta di denaro ai Del Rosso ma che si trattava del saldo del canone di affitto del rifugio Tito Acerbo che il Comune di Farindola aveva concesso ad un'altra società di Del Rosso (la Geatur Enterteinment).

Al momento della redazione della delibera di sanatoria la società in questione era morosa del pagamento del canone d'affitto tant'è che il Comune chiese successivamente incarico ad un legale per il recupero del suo credito.

I giudici dunque ricostruiscono in questo modo quello che è accaduto: «prima della sanatoria era necessario che i Del Rosso ponessero fine alla loro morosità. Questo era il motivo e nessun motivo diverso dall'adempimento di una obbligazione contratta da una società nei confronti del Comune».

E’ crollato allo stesso modo anche il quadro accusatorio che ruotava intorno alla dazione di denaro  di 26.500 da parte dei cugini Del Rosso ad Antonello De Vico.

Le parti sono riuscite infatti a dimostrare che si trattava di un vecchio debito tra i loro parenti.

In pratica alla fine degli anni 60 il padre di Antonello De Vico, Marcello, concesse allo zio dei due cugini Del Rosso, Ermanno (lo stesso che costruì il primo ampliamento del Rigopiano),  un mutuo.  Il denaro non era mai stato restituito e fu oggetto di una serie di accordi tra gli eredi.

Ermanno Del Rosso aveva richiesto ai nipoti di adempiere «anche se si trattava di un debito scaduto».

Dunque secondo i giudici la dazione «aveva una ragione giuridica autonoma lecita, del tutto avulsa dal rapporto tra i cugini Del Rosso e l'amministrazione comunale di Farindola».

 

LE ASSUNZIONI E LA ‘ZONA GRIGIA’

Uno dei capitoli più interessanti della sentenza è sicuramente quello che fa riferimento alle assunzioni di alcuni parenti ed amici dei politici da parte della Del Rosso srl avvenute in concomitanza con l'emissione della delibera di sanatoria, ovvero nei mesi immediatamente precedenti.

 Un fatto realmente accaduto, come certificato dai giudici:  «le  segnalazioni furono davvero fatte e ne seguirono anche delle effettive assunzioni».

Secondo quanto si legge nella sentenza, però, in questo caso non siamo di fronte a un reato ma «ad una vicenda che va annoverata nella ‘zona grigia’, ovvero moralmente sgradevole ma penalmente irrilevante dei comportamenti abituali (in questo Paese) dei soggetti titolari di potere, i quali ritengono di utilizzare la loro posizione di primazia per assicurare vantaggi a familiari ed amici, consapevoli che il potere loro affidato comporti di per sè privilegi, come se si trattasse di una sorta di effetto collaterale».

«In conclusione», spiegano ancora meglio i giudici, «io amministratore pubblico ti autorizzo a compiere una determinata attività economica, che hai comunque diritto a svolgere, ricorrendone tutti i presupposti di legge. Tu imprenditore, visto che devi assumere qualche dipendente per svolgere tale attività, tanto vale che recluti quelli che ti segnalo io amministratore. Non hai alcun obbligo ma facendolo ti guadagni la mia gratitudine».

Chissà poi perchè un imprenditore dovrebbe fare favori per guadagnarsi la gratitudine di un amministratore se tutto è in regola.

 

 

Alessandra Lotti