PASSATO SEPOLTO

Hotel Rigopiano, nel 2009 al centro dell’inchiesta per abusi. Tutti assolti

Il resort per anni già al centro delle cronache locali

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Hotel Rigopiano, nel 2009 al centro dell’inchiesta per abusi. Tutti assolti

FARINDOLA. L'Hotel Rigopiano, spazzato via dalla slavina, era gestito dalla società Gran Sasso Resort, a cui lo aveva ceduto, a seguito del fallimento, la società Del Rosso Srl dei cugini Marco e Roberto Del Rosso, ex gestori della struttura.

L'Hotel Rigopiano aprì i battenti nel 1972 ma assunse una veste completamente nuova, ristrutturato e dotato di tutti i confort. Il resort a quattro stelle occupava un maestoso edificio in stile chalet. Era dotato di molti confort tra cui un centro benessere con piscina all'aperto e al chiuso, sauna, hammam, palestra e vasche idromassaggio, disposte a raggiera su una superficie di circa 1200 metri quadrati con vista panoramica. L'albergo veniva utilizzato anche per convegni e congressi, ed offre tre sale polifunzionali: Dannunziana (30 posti), Duse (100 posti) e Il Piacere (150 posti).



L’INCHIESTA

La storia della struttura e della Del Rosso vede, negli anni scorsi, fu segnata anche da un processo per presunto abuso edilizio conclusosi con una assoluzione a novembre, tanto che in paese e lungo la strada che porta all'hotel comparvero dei manifesti - tuttora visibili - in cui oltre agli auguri di buon Natale e felice 2017, si scriveva a chiare lettere "Hotel Rigopiano: assolti con formula piena".

Il procedimento coinvolse anche componenti della precedente amministrazione comunale di Farindola.

Una vicenda che risale al 2008 ed è legata all'ampliamento e alla trasformazione di quello che era un edificio modesto, in un resort a 4 stelle. La vicenda è un filone dell'inchiesta "Vestina", denominata così dal nome della Val Vestina e condotta dal pm Gennaro Varone: gli indagati per questo 'ramo' d'indagine furono sette e tra questi l'allora sindaco di Farindola ed ex assessori.

L’ipotesi dell'accusa era, in sostanza, che, in cambio di favori, avessero agevolato una sanatoria per consentire all'albergo di superare problemi con l'occupazione di suolo pubblico necessaria per ampliarsi lì, in un’area fino ad allora adibita a pascolo del bestiame e compresa in un’area naturalistica protetta.

L’iter amministrativo dell’albergo, ovvero la variante al piano regolatore, sdemanializzazione degli usi civici, passò con il voto favorevole unanime dell’intero consiglio comunale, minoranza compresa.

Per quel voto, diceva però il pm Varone, Giancaterino e De Vico avrebbero ottenuto dagli imprenditori «promessa di un versamento di denaro destinato al finanziamento del partito».

Si parlò anche di cifre precise ovvero «il pagamento di 26.250 euro» che, diceva sempre l’accusa, era «a adempimento parziale di un debito pregresso ma inquadrabile nel rapporto corruttivo». Un reato, quello della corruzione, che De Vico ha sempre respinto categoricamente.

Nell’inchiesta il pm Varone sostenne anche che sempre in cambio di quel voto favorevole i consiglieri e gli assessori del tempo avrebbero ottenuto dai titolare della società Del Rosso «assunzioni preferenziali per i propri protetti».

I protagonisti della vicenda hanno sempre smentito categoricamente queste ricostruzione e il processo si è concluso un'assoluzione "perché il fatto non sussiste", ma in ogni caso i fatti erano già andati prescritti