BATTUTA D'ARRESTO

Stadio Cornacchia, anche il Tar dice no al restyling da 40 mln

Rigettato il ricorso del Comune di Pescara

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Stadio Cornacchia, anche il Tar dice no al restyling da 40 mln

PESCARA. Il Tar di Pescara ha rigettato il ricorso dell’amministrazione Alessandrini contro la Soprintendenza che aveva imposto il vincolo sullo stadio Cornacchia.

A novembre del 2015, infatti, il presidente della Commissione regionale per il Patrimonio Culturale dell'Abruzzo-Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo aveva accertato la sussistenza dell'interesse culturale particolarmente importante dello stadio, di proprietà del Comune, fermando qualsiasi ipotesi di lavori.

L’operazione in ballo era di quelle faraoniche: un ‘ammodernamento’ da 40 milioni di euro con la costruzione di negozi, un albergo e un nuovo impianto di atletica leggera.

La cifra era stata indicata nel Piano economico finanziario che la società Pescara calcio aveva presentato a maggio 2015 durante un vertice in Comune. L’idea era quella di siglare un accordo tra ente pubblico e società privata per cedere a quest’ultimo in comodato per 50 anni l’impianto.

Poi la battuta d’arresto che non è stata affatto preso bene dal sindaco convinto della bonta dell’operazione che secondo i suoi calcoli avrebbe non solo riqualificato l'area, portando circa 1.000 posti auto a disposizione della comunità, ma anche animato l’indotto economico («sarà una struttura sportiva capace di lavorare 365 giorni l'anno e genererà 200 posti di lavoro di base che arriveranno a circa 350 nei giorni delle partite»).

L’impianto, costruito nel 1955 su progetto di Luigi Piccinato fu realizzato sul modello ellittico dello Stadio Olimpico di Roma, con la sperimentazione tecnica nell'uso delle particolarissime strutture di sostegno della curva "Maiella".

Secondo la Soprintendenza l’intoccabile stadio «rappresenta un bene di interesse culturale particolarmente importante sotto il profilo storico poiché ha rappresentato un elemento molto significativo della storia del Coni e dello sviluppo dello sport in Italia».

Lo Stadio ha inoltre ospitato i XVI Giochi del mediterraneo del 2009 «rientrando appieno nella fattispecie di beni testimonianza della storia di istituzioni collettive e pubbliche».
Sempre la Soprintendenza ha rilevato come il primo ampliamento delle curve e della tribuna con l'innesto di un secondo anello, avvenuto nel 1977, non ha alterato ma integrato la struttura originale.

Insomma l’Adriatico nel corso dei decenni ha mantenuto la sua “riconoscibilità” complessiva nonostante le successive modifiche, che non sono state ritenute tali da determinare l’alterazione degli elementi caratteristici. Dunque «rientra appieno nella fattispecie di beni testimonianza della storia di istituzioni collettive e pubbliche».

Tutte tesi sposate dai giudici amministrativi.
Inoltre i giudici del Tar che hanno rigettato la richiesta del Comune fanno notare come il vincolo abbia riguardato l’immobile nel suo complesso, mentre non hanno ricevuto alcuna menzione le componenti oggetto del dedotto “considerevole incremento di superfici e volumi”: «deve perciò ritenersi che in astratto nulla osti all’ottenimento, da parte del Comune, dell’autorizzazione a eseguire ipotetici interventi che abbiano ad oggetto tali elementi in quanto irrilevanti rispetto ai tratti caratteristici dell’impianto così come delineati nel provvedimento. Il vincolo, quindi, di per sé non impedisce né lavori compatibili con i valori tutelati, come specificati nel provvedimento e negli atti dallo stesso richiamati, né l’affidamento della gestione dell’impianto a terzi».

I giudici bocciano anche la paura del Comune di un progressivo degrado dell’impianto così com’è adesso: «la struttura risulta essere tuttora adibita alla sua funzione originaria, sicché non si vede come dal provvedimento possa direttamente derivare un “inevitabile progressivo degrado dell’immobile”».

Inoltre le difficoltà finanziarie dell’ente proprietario, che conserva il potere di concedere a terzi dell’uso del bene, «non possono essere messe sullo stesso piano dello stato di abbandono di un immobile che ha da tempo cessato di svolgere una funzione che non può essere ripristinata».
«C'erano idee folli, quelle di trasformarlo nell'ennesimo centro commerciale», denuncia Augusto de Sanctis del Forum dell’acqua dopo aver appreso della sonora bocciatura.

«Un'amministrazione dovrebbe essere orgogliosa di vedersi riconoscere un'architettura cittadina quale bene culturale meritevole di tutela a livello nazionale. Un valore identitario per una città che non ricorda facilmente il suo passato. Invece non solo è letteralmente penoso che una città, in un paese che dovrebbe vantarsi delle proprie bellezze e fondare il proprio reddito su di esse, dover assistere ad un ricorso contro questo riconoscimento ma ritengo che le motivazioni della richiesta siano a mio avviso letteralmente oltraggiose.. Mi verrebbe da chiosare: ci credo, con questi amministratori»-