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Istituto Superiore di Sanità nel 2013 certificava: «laboratori del Gran Sasso violano legge ambientale»

Accadeva dopo i presunti lavori effettuati dal commissario Balducci. E poi cosa è stato fatto?

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Istituto Superiore di Sanità nel 2013 certificava: «laboratori del Gran Sasso violano legge ambientale»

ABRUZZO. Il documento è datato 19 luglio 2013 e proviene dall'Istituto Superiore di Sanità: in 5 fogli  consegna un parere ai Laboratori Nazionali di fisica del Gran Sasso su un esperimento denominato “Luna-Mv”.  Nonostante le richieste provenienti dagli stessi laboratori fossero specifiche e circostanziate a quel determinato esperimento,  l'Istituto Superiore Nazionale di Sanità “divaga” ed è costretto ad allargare lo sguardo sulle dotazioni di sicurezza dell’edificio costruito negli anni ‘80 dentro le viscere del serbatoio idrico più importante d’Abruzzo e forse del Centro Italia.

Non si usano mezze parole per certificare mancanze o omissioni talmente gravi da arrivare a sostenere violazioni di leggi ambientali ben precise.

Si tratta di un documento particolarmente importante perché proviene da un ente autorevole e fissa al 2013 una serie di inadempienze molto gravi che però dovevano essere sanate proprio in seguito all'emergenza decretata nel 2003 e con i lavori urgenti del commissario Angelo Balducci effettuati almeno in parte ed in più riprese tra il 2005 ed il 2008.

Ecco allora che l'Iss subito rileva «una generale non conformità della localizzazione dei locali e delle installazione»  dei Laboratori Nazionali del Gran Sasso e delle attività ivi condotta rispetto ai dettami dell'articolo 94 del decreto legislativo 152/2006 che prescrive e fissa i criteri di salvaguardia delle falde acquifere e delle fonti di approvvigionamento degli acquedotti pubblici.



ZONA DI TUTELA ASSOLUTA

L'articolo in questione, infatti, stabilisce come sia obbligatoria una «zona di tutela assoluta» costituita dall'area immediatamente circostante le captazione e le derivazioni che, in caso di acqua sotterranea, deve avere una estensione di almeno 10 metri di raggio dal punto di captazione e deve essere adeguatamente protetta.

Insomma la ratio della legge è chiara e dice: dove un acquedotto preleva l’acqua non vi devono essere attività pericolose o inquinanti come discariche, cantieri, figuriamoci attività scientifiche con decine di sostanze chimiche pericolose. Se lo si vuole proprio fare bisogna adeguarsi a determinate prescrizioni e la “zona di rispetto” è una di questa. Ed è obbligatoria.


Si deve ricordare che i due trafori autostradali del Gran Sasso  ed il laboratorio all'interno della montagna vanno ad interferire pesantemente con il bacino acquifero dal quale l'acquedotto gestito dalla Ruzzo Reti preleva e distribuisce a molti comuni della provincia di Teramo. Interferisce così tanto che spesso gli incidenti avvenuti all’interno hanno generato pesanti contaminazioni ambientali che hanno interessato anche la falda acquifera. E’ successo anche a fine agosto 2016 e questo farebbe pensare che nessuna precauzione reale ed utile è stata nel frattempo presa.

 


IL DRENAGGIO DURANTE LA COSTRUZIONE NEGLI ANNI ‘80

Nello stesso documento si ricorda come negli anni 80, al momento dello scavo delle gallerie autostradali e della costruzione del laboratorio, siano stati realizzati imponenti interventi di drenaggio, canalizzazione e di impermeabilizzazione delle acque presenti nelle gallerie originate dal bacino naturale sotterraneo del Gran Sasso.

I drenaggi per la raccolta delle acque furono realizzati durante gli scavi di laboratorio a cura dell' Anas negli anni 80 attraverso tubature in Pvc  immesse direttamente nella roccia oppure attraverso lamiere ondulate poste al di sotto del rivestimento della roccia.

Le acque così raccolte (circa 80 litri al secondo) vengono convogliate in una tubatura in Pvc  per poi confluire in una rete posta sotto il piano autostradale che alimenta l'acquedotto Ruzzo.

Si dice inoltre che una buona parte delle acque di roccia provenienti dagli stillicidi delle pareti dei laboratori che, percolando attraversano le medesime, non ha le idonee caratteristiche per essere considerata potabile, è raccolta in un secondo circuito sotterraneo cosiddetto “delle acque di stillicidio”.

Secondo questo documento del 2013 gli interventi programmati nel 2003 dal commissario Angelo Balducci sarebbero consistiti essenzialmente nella realizzazione a pavimento -nelle sale di laboratorio A e C e nel corridoio denominato “tir”- di vasche costituite da piattaforme impermeabili e resistenti a sostanze chimiche perimetrate da un cordolo di contenimento dei liquidi.



LA ZONA B SGUARNITA

Ma lo stesso documento precisa anche che i lavori programmati della pavimentazione relativi alla protezione dell'acquifero dell'area B dei laboratori non sono mai stati realizzati e la zona B, attualmente priva di sistemi di protezione nei confronti della zona di captazione, è soggetta a limitazione di accesso.

Significa che, almeno in parte, per ragioni sconosciute, i lavori programmati dal commissario non furono eseguiti allora e di certo non furono completati prima del 2013.


Sarà un caso ma nessuno ha finora spiegato in quale zona del laboratorio l’ultimo incidente di agosto sia successo....   


SMOBILITARE O NON PRELEVARE ACQUA

Le conclusioni dell'Istituto Superiore di Sanità sono dunque abbastanza precise ponendo due alternative: 1) o ridurre le strutture e le attività dei laboratori affinché gli stessi possano dirsi conformi alla legge che prevede una zona di tutela assoluta nei pressi della captazione delle acque che poi finiscono negli acquedotti; 2) o evitare di prelevare l’acqua proprio dal Gran Sasso… che sarebbe come dire di possedere un tesoro ma non poterlo spendere.


Intanto dieci giorni fa la Regione ha autorizzato l’immissione delle acque attivando il potabilizzatore della Val Vomano.



IL SILENZIO DEGLI ENTI CHE SANNO

L’Iss ha poi demandato la gestione dei problema pratici e la loro reale risoluzione agli enti territoriali, dalla Regione in giù che, però, non sono mai sembrati particolarmente attenti, attivi e veloci nel risolvere il problema sicurezza dei laboratori.

Anzi il sospetto -che diventa certezza sempre più- è che nonostante una emergenza infinita che dura da 14 anni, nulla di rilevante è stato fatto per la tutela delle acque e dunque della salute pubblica con pesanti responsabilità che rimangono ancora sfumate.


La prova sta nelle raccomandazioni che vennero fornite ancora nel 2013 (dieci anni dopo l’emergenza) e chissà se applicate almeno in parte, come quelle della necessità di completare il sistema di isolamento dei pavimenti, di canalizzazione per il potenziamento delle captazione, di completare la protezione dell'acquifero dei laboratori, secondo quanto specificava proprio l'ordinanza di Balducci.

Tra le raccomandazione che venivano elargite 4 anni fa c’era anche quella relativa al potenziamento dei sistemi che vengono definiti “early-warning” adottati per la rilevazione in continuo di potenziali contaminazioni della risorsa idrica e basati sul monitoraggio di determinati parametri.

Si tratta però di un sistema che doveva già essere attivo fin dal 2003 e che interessava non solo i laboratori del Gran Sasso ma anche il sistema idrico e, dunque, la Ruzzo Reti.


In pratica quella che mancherebbe (ma che doveva essere già realizzato nel 2003 con lavori costati almeno 80 mln di euro) è una sorta di barriera fisica che impermeabilizzasse e isolasse l'intero sistema dei laboratori e lo rendesse completamente separato dal sistema idrico del Gran Sasso, conferendo la certezza assoluta che eventuali contaminazioni non finissero nell'ambiente nelle falde acquifere.

Questo chiedeva l'Istituto Superiore di Sanità nel 2013 ma visto il recente incidente dell'agosto 2016 evidentemente non è stato fatto e non possiamo dirlo con certezza perchè i laboratori non rispondono alle nostre domande.


110 MILIARDI DI LIRE ALLA NOSTRA SALUTE

Mentre continua il silenzio degli enti sorgono ulteriori dubbi dal passato.

Intanto rimangono misteri sulla reale entità dei lavori (oltre a cosa sia stato effettivamente fatto) perchè agli originari 110miliardi di lire che dovevano servire per la costruzione del terzo traforo, sono stati trasferiti a Balducci almeno altri 10 mln di euro.

Ma quei soldi gestiti in segreto sono stati spesi tutti o sono rimasti in cassa?

Inoltre ogni commissario che si rispetti al termine del mandato stila una relazione finale di cui non c’è traccia in nessun luogo e si pensa che le inchieste e gli arresti abbiano distolto l’allora commissario Balducci che, magari, forse,  si scoprirà essere persino ancora formalmente in carica... nonostante tutto.

Sono tante le cose che non tornano e che farebbero pensare a distrazioni troppo eclatanti per essere vere.  

Allora niente relazione e niente collaudo dei lavori?

Inoltre nella sua recente relazione la dirigente della Asl di Teramo, Marconi, spiegava che l’emergenza decretata nel 2003 (un anno dopo l’incidente Borexino dell'agosto 2002) non era mai stata chiusa e, dunque, era ancora in atto.

A smentire la dirigente è Paolo Naccarato, sottosegretario di Stato per i rapporti con il Parlamento e le riforme istituzionali che nel 2007 asserì ufficialmente che con due ordinanze di Protezione civile del 2006 si «decretò la fine dello stato di emergenza».

In realtà ad essere più attenti e precisi sembrerebbe tuttavia che le due ordinanze n. 3525 e n. 3536 del 2006 (firmate da Berlusconi) avessero esclusivamente lo scopo di registrare presunti «imprevisti» nei lavori che necessitavano di varianti utili per destinare ulteriori fondi a Balducci per i lavori di messa in sicurezza dei Laboratori.

Si può affermare con certezza allora che nel 2006 i lavori non erano ancora terminati.

Chi ha ragione Naccarato o Marconi?

Naccarato sembrò in quella occasione un pò avventato e un pò superficiale scandendo un cronoprogramma poi disatteso e assicurando che i collaudi sarebbero terminati entro il 2007 e precisando ulteriormente che «tutti gli interventi sono terminati coerentemente con i pertinenti provvedimenti autorizzativi».

Peccato che in Abruzzo, e persino in Parlamento, tutti si lamentassero perchè i documenti erano (e rimangono) “segreti” e accontentarsi della parola oggigiorno non è più di moda.

Sempre Naccarato assicurava al termine del commissariamento una relazione finale di cui non si ha prova di esistenza.

La Corte dei Conti in più occasioni certificò la mancanza quasi totale di rendicontazione  dell’allora “ras” dei lavori pubblici Balducci.

Tutto questo non è bastato per far sobbalzare nessuno in Abruzzo: nemmeno se a rischio c’è ancora una volta la salute pubblica.

a.b.



FORUM: «BASTA OPACITA’, GLI ENTI PUBBLICHINO TUTTO ON LINE»   


«La lettera dell'Istituto Superiore di Sanità che nel 2013 certificava l'incompatibilità tra captazione delle acque ad usi idropotabili e attività dei Laboratori di Fisica Nucleare da un lato conferma tutti i nostri timori ma dall'altro getta una luce sinistra su quanto hanno fatto o, meglio, non hanno fatto e non stanno facendo gli enti pubblici abruzzesi», così il Forum abruzzese dei Movimenti dell'Acqua, «di conseguenza ben 180 litri al secondo (80 dalla captazione e 100 dalle acque di stillicidio delle camere) di acqua di uno dei più importanti acquiferi d'Europa oggi non possono essere utilizzati per soddisfare un bisogno primario dei cittadini abruzzesi. Costi ambientali e sociali che devono essere resi espliciti visto che ora lo stesso acquedotto del Ruzzo annuncia di adire alle vie legali per vedersi riconosciuti dai Laboratori i costi aggiuntivi della potabilizzazione (secondo le dichiarazioni rese alla stampa oltre un milione di euro l'anno), con la distribuzione ai cittadini di acqua potabilizzata dal fiume Vomano al posto di quella delle sorgenti.  Alla preoccupazione sull'acqua captata a scopi idropotabili si aggiunge quella relativa allo stato di sicurezza del patrimonio idrico del Gran Sasso nella sua globalità, come enorme risorsa ambientale per il nostro territorio, dichiarato Parco Nazionale.

Bisogna partire dalla consapevolezza che oggi i Laboratori di Fisica Nucleare sono classificati ufficialmente come Impianto a Rischio di Incidente Rilevante in base alla direttiva Seveso. Non è un gioco, si tratta di una questione estremamente seria che, per dire, comprende la redazione e pubblicizzazione di un Piano di Emergenza Esterna rivolto alla popolazione. Un documento che dovrebbe essere conosciuto a menadito in caso di incidente serio per sapere come comportarsi. Tra l'altro aspettiamo dalla Prefettura di L'Aquila, competente per le vicende che attengono alla sicurezza dei Laboratori per la Direttiva Seveso, l'ok per l'accesso agli atti che abbiamo richiesto, visto che stanno emergendo nelle vicende degli ultimi mesi (Diclorometano e Cloroformio nell'acqua) lacune importanti anche sull'attuazione del Piano, a partire dalla funzionalità delle apparecchiature di emergenza».


Il Forum poi ricorda che tutti questi problemi derivano dall'aver deciso di svolgere dentro una montagna piena d'acqua esperimenti che utilizzano migliaia di tonnellate di sostanze pericolose (dalla nafta pesante all'1,2,4 trimetil benzene). Una attività «inconciliabile con un ambiente così vulnerabile e delicato e con i diritti dei cittadini, a partire da quello alla sicurezza».

Il Forum inoltre attende atti e documenti già richiesti da giorni ed invita gli enti a pubblicare tutto sul web.