MEMORIE CORTE

14 anni di misteri e segreti sui lavori di messa in sicurezza dei Laboratori del Gran Sasso

E possibile effettuare lavori senza che nessuno lo sappia e senza che questi provochino gli effetti sperati?

WhatsApp PdN 328 3290550

Reporter:

WhatsApp PdN 328 3290550

Letture:

1172

laboratori del gran sasso

ABRUZZO. Troppi indizi forse fanno una prova. La storia infinita dell’emergenza «socio-ambientale» del Gran Sasso va avanti lentissima dal 2003, nell’inerzia silenziosa di molti enti che sembrano frenare più che accelerare.

Il 16 agosto 2002, il giorno del “famoso” incidente Borexino nella sala C dei laboratori del Gran Sasso, è stato solo l’inizio della emergenza più lenta della storia (un anno solo per decretarla...).

E’ la classica storia abruzzese (italiana) di incapacità e misteri che si gioca sui diritti e sulla salute delle persone e che trova negli esponenti delle istituzioni locali solo inchini ed ossequi acritici agli ordini che giungono dall’alto.

Da una parte trasparenza zero, imposizioni e segretezza persino sui lavori da effettuare, dall’altra, nessun ente o rappresentante delle istituzioni che abbia puntato i piedi o si sia incatenato per sapere se bevendo l’acqua del rubinetto si rischiava oppure no.



LABORTATORI E BUCO NERO

Il direttore dei Laboratori, Stefano Ragazzi, preferisce rispondere alle domande del Centro dichiarando di non sapere come il diclorometano lasciato «senza coperchio ed evaporato» sia finito «nell’acqua che cola dalle pareti».

«Mi inquieta moltissimo non aver capito questo passaggio. Per sgomberare ogni dubbio dovrei fare quello che non posso fare: delle misure agli impianti dell’acquedotto», dice.

Misure, e di che tipo? Forse quelle già fatte (o che avrebbe dovuto fare) il commissario Angelo Balducci, 10 anni fa?

«Com’è finito il diclorometano nella vasca di captazione?», chiede la giornalista del Centro, risposta: «Resta un giallo. Ripeto: non c’è stato sversamento ma solo evaporazione da un contenitore grande come un bicchiere. Le tracce in acqua sono frazioni di parti per miliardo. C’è un passaggio che mi sfugge e non capisco. Mi manca qualche informazione sul sistema di raccolta delle acque che non mi è concretamente possibile ottenere: come la sostanza dall’aria è potuta finire nell’acqua della vasca? Il vapore ci finisce, ma dev’esserci contatto tra aria e acqua. Non può succedere se l’acqua scorre in un tubo chiuso».

Vuole dire che da qualche parte potrebbe esserci una falla nell’impianto?

«Sono informazioni che io non posso sapere».

Il direttore di un Laboratorio tanto rinomato non dovrebbe trincerarsi nel non «posso sapere» perchè sarebbe tenuto a sapere, anche perchè le sue parole sono il primo indizio che potrebbe far pensare che i lavori di “messa in sicurezza” non abbiano funzionato o siano inefficaci.

Il punto, infatti, è: i laboratori dopo 14 anni non sembrano “isolati” rispetto all’acquedotto se è vero che sostanze che vengono utilizzate lì poi finiscono nelle vasche dalle quali si preleva l’acqua che finisce nei rubinetti.

Esattamente la separazione delle acque era l’oggetto della “messa in sicurezza” dei lavori di Balducci.

Ai laboratori da tre giorni abbiamo inviato domande che non hanno avuto nemmeno una cortese risposta di diniego e che tra le altre miravano a chiedere conto nello specifico dei lavori effettuati dal commissario Balducci.

La tradizione di segreti e misteri però continua ufficialmente ininterrotta da 14 anni.



BALDUCCI, IL SIGNORE DEGLI AGNELLI

In seguito all’incidente di agosto 2002 la procura di Teramo aprì una inchiesta che non provocò grossi scossoni ma dalle perizie effettuate si capì in modo inequivocabile la precarietà dei sistemi di sicurezza all'interno del laboratorio, e in particolare la pericolosa commistione tra i suoi scarichi e le sottostanti captazioni dell'acquedotto, soprattutto quello del Ruzzo.

Proprio per affrontare e risolvere il problema sicurezza fu nominato Angelo Balducci che per il primo anno disse di non potersi muovere a causa dell’inchiesta in corso.

A maggio 2004 (due anni dopo l’incidente Borexino) Balducci prometteva l’inizio dei lavori «a breve» mentre però era ancora alle prese con i progetti.

Le promesse riguardavano «la messa in sicurezza della contiguità tra il laboratorio del Gran Sasso e l'acquedotto del Ruzzo» si parlava della realizzazione di una sorta di fodera sotterranea impermeabilizzante e di un rifacimento completo della rete secondaria degli scarichi interni per isolare le due realtà, «al fine di evitare pericolose connessioni».


NEL 2005 SCENDE LA CAPPA DI SILENZIO SUI LAVORI

Nel 2005 c’era già chi protestava per la cappa di silenzio scesa sui lavori segreti del commissario straordinario governativo che decideva da solo, scavalcando le normali procedure proprio in ragione dell’emergenza.

Progetti e lavori segreti tanto che l’ordine degli ingegneri fu costretto ad andare al Tar per farsi dare qualche carta, anche perchè i soldi in ballo erano davvero parecchi: furono dirottati i finanziamenti che dovevano servire per la terza contestatissima canna del traforo e questo «dimostra la complessità dei lavori da sostenere», disse Alfonso Marcozzi, presidente dell’ordine.

Lo stesso presidente della Provincia di Teramo, Ernino D’Agostino, chiedeva «che si arrivi a definire con puntualità e trasparenza gli interventi di messa in sicurezza, programmandoli in modo adeguato e realizzandoli nel più breve tempo».

Questo fu il massimo della “veemenza” nei confronti di una situazione fuori da ogni controllo e gli abruzzesi continuavano a chiedere trasparenza al signore venuto da lontano, Angelo Balducci, specie i Verdi di allora seduti anche in consiglio regionale.



LAVORI IN 6 GIORNI?

L’unica traccia di presunti lavori di messa in sicurezza che riguardarono laboratori e ordinati dal commissario vennero effettuati dal 31 agosto al 5 settembre 2005 ed il traforo rimase chiuso per «lavori urgenti»

Cosa fu fatto è sempre rimasto un mistero: nessuno spiegò.

Non si seppe mai chi effettuò i lavori, chi li diresse, chi furono i progettisti, cosa vene effettivamente fatto, chi collaudò (le carte), quando costarono realmente. Carte messe sotto chiave presso la direzione della Protezione civile nazionale e poi in parte trasferite alla Asl di Teramo.

Tutti sembravano distratti da qualunque altra cosa che pure succedeva all’epoca degli anni d’oro di Del Turco, Sanitopoli, le grande inchieste e gli arresti.

Il 30 maggio 2008 (6 anni dopo l’incidente Borexino) il Sian della Asl di Teramo scrisse una nuova lettera agli enti informandoli di una nota della Ruzzo che ha rilevato che l’acqua che finisce nella rete è «eccessivamente torbida».

Quell'acqua venne messa subito a scarico, cioè non è finita nei rubinetti, ma la Asl sottolineò «la gravità dell'episodio di contaminazione».

Non solo, sempre nel 2008 è sempre la Asl di Teramo che scrive: «l'esercitazione ha evidenziato la permeabilità, almeno nel punto oggetto della prova, del manto autostradale del traforo del Gran Sasso ai liquidi e il successivo interessamento del sistema idrico potabile».

E poi una notizia certa da fonte certa (sempre la Asl di Teramo): «non abbiamo mai ricevuto il certificato di idoneità dei lavori effettuati all'interno dei laboratori dell'Infn per la protezione del sistema idrico».

Dunque non c’è nessun certificato ma a quel tempo si presumeva che gli stessi lavori fossero già stati fatti.


EMERGENZA LENTA ANZI LENTISSIMA

Sempre nel 2008 la Regione espresse l'opportunità di istituire una commissione tecnica al fine di definire i compiti e le competenze dei vari enti anche in seguito ai lavori effettuati dal Commissario delegato.

Il direttore del Sian di Teramo a maggio 2009 comunicò l'avvenuta acquisizione di tutta la documentazione tecnica inviata proprio dal commissario, cioè le carte segrete per 7 anni, e chiese nuovamente la convocazione della commissione tecnica di verifica della protezione del sistema idrico dai rischi.

Si tratta di un organismo che avrebbe dovuto testare e certificare la sicurezza del sistema idrico proprio in seguito ai lavori.

L’11 aprile 2011 (9 anni dopo l'incidente che generò l'emergenza) venne costituita finalmente la Commissione dalla giunta Chiodi che affidò il coordinamento alla segreteria generale della Presidenza della giunta (all’epoca era presieduta da Antonio Sorgi).

Chiodi decise che con un separato decreto avrebbe nominato i componenti indicati dai vari enti partecipanti e per farlo ci mise un altro anno: e siamo a luglio 2012.








BALDUCCI E GLI AMICI ABRUZZESI RISERVATI

Dell’emergenza socio-ambientale del Gran Sasso non se ne parlò molto nemmeno dopo. A livello nazionale c’è lo strapotere del centrosinistra e del Pd nascente, prima, della protezione civile di Guido Bertolaso e Berlusconi e dei grandi scandali che iniziano ad emergere come quello del G8, poi.

Angelo Balducci, ex presidente del Consiglio superiore dei lavori pubblici, ex braccio destro di Guido Bertolaso è stato un personaggio delle istituzioni sempre avvezzo al dominio incontrastato e poco concertato, forse l’errore che lo ha danneggiato maggiormente.

Negli anni, Balducci strinse un legame importante con l'ex sindaco di Pescara Luciano D'Alfonso, che volle incontrarlo pochi mesi dopo il suo insediamento, nel 2004, per discutere i grandi progetti per la viabilità.

In seguito D'Alfonso lo chiamò a far parte del consiglio scientifico della Fondazione Europa Prossima. Il 2 aprile 2006, fu lui l'ospite d'onore alla cerimonia inaugurale di piazza Salotto, appena riqualificata: tagliò il nastro accanto all'allora governatore Ottaviano Del Turco.

L'ultima apparizione a Pescara è registrata il 20 marzo 2008 per la presentazione del progetto della cupola del teatro D'Annunzio, opera finanziata (e mai realizzata) con i fondi per le celebrazioni per i 150 anni dell'unità d'Italia, coordinate dall’onnipresente Balducci in veste di commissario straordinario.

Arrestato nel 2010 Balducci e la sua cricca è stata da allora formalmente bloccata ma sentori di un sistema gelatinoso si scorsero anche in Abruzzo prima e dopo il terremoto de L’Aquila e le risate di gioia per gli appalti che sarebbero arrivati.


LOLLI ED IL FRENO A MANO

Dal 2008, invece, della commissione speciale si sono perse le tracce.

Pare che le interlocuzioni tra gli enti siano state frequenti e qualche seduta si sia pure tenuta anche se con il cambio di giunta, il responsabile Giovanni Lolli, sembra aver eguagliato la lentezza dei suoi predecessori.

A conti fatti quattordici anni non sono bastati per mettere in piedi una commissione che certificasse l’utilità dei lavori effettuati dal commissario.

Possibile che fosse così difficile?

Per alcuni basterebbe solo questo per parlare di enti incompetenti e pericolosi ma forse c’è persino chi sa bene che una verifica potrebbe essere rischiosa, al pari di tante altre opere che è meglio non guardare troppo da vicino e con troppo spirito critico.

Ora che D’Alfonso siede sulla poltrona più alta della Regione potrebbe smuovere la cortina di nebbia e polvere dalle carte e fare chiarezza.

Ma bisognerebbe fare in fretta, almeno oggi, anche se la Regione velocissima qui non si è vista.



Alessandro Biancardi