INCHIESTA EARTHQUAKE

Le mani sulla ricostruzione privata di Bussi grazie agli aiutini del tecnico comunale

Il “piano Abruzzo” ha avuto successo grazie a tecnici compiacenti

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Le mani sulla ricostruzione privata di Bussi grazie agli aiutini del tecnico comunale


PESCARA. Imprenditori edili, architetti, commercialisti e tecnici comunali: sono loro i protagonisti della nuova maxi indagine sulla ricostruzione post sisma scoppiata ieri tra Abruzzo e Umbria e che ha portato a sette arresti.

 

Una ennesima inchiesta che affonda le sue radici nel sisma che ha sventrato L’Aquila e altre decine di comuni il 6 aprile del 2009. Un terremoto che ha spazzato via centri urbani ma che soprattutto ha cambiato la storia di una regione, che da 7 anni deve fare i conti con continue indagini, arresti, intercettazioni telefoniche, ricostruzioni giudiziarie che raccontano cosa c’è oltre allo strazio e al dolore per la morte di 309 persone.

 

Queste ultime  indagini sono partite dopo le rilevazioni (ormai due anni fa) alla Forestale da parte di un imprenditore umbro che si era aggiudicato tre appalti per la ricostruzione del Comune di Bussi sul Tirino per un valore di 8 milioni di euro.

Lui ha sostenuto che il direttore dei lavori gli aveva chiesto una tangente pari al 12 per cento degli appalti, ovvero  960mila euro, da dividere con altri tecnici coinvolti.

Una montagna di soldi che non sono poi arrivati nelle tasche dei richiedenti ma che hanno fatto scoppiare l’indagine e hanno aperto un’altra voragine.

Ma dall’inchiesta, oltre a questo tipo di tangenti, emergono anche pagamenti in contanti presso ristoranti, assunzioni di familiari per società in sedi, Catania, dove gli interessati non hanno mai messo piede, cessioni di bandi di appalto prima ancora che venissero resi pubblici, giro conto di assegni emessi da imprenditori per pagare lavori in edifici di proprietà dei tecnici comunali. Un meccanismo all’apparenza perfetto, rodato e di successo che è difficile credere che sia originale e non replicato altrove.

 

 

I GHOST WRITER

Il gip del tribunale di Pescara, Gianluca Sarandrea, nella sua ordinanza valida le ricostruzioni dell’accusa (pm Mantini e Di Serio):  l'obiettivo degli indagati era quello di ottenere illeciti vantaggi economici nelle esecuzioni delle opere di ricostruzione degli aggregati di Bussi.

Tutto ciò sarebbe avvenuto attraverso la sistematica contrattualizzazione di tecnici ‘ghost writers’  che redigevano i progetti al posto dei tecnici effettivamente incaricati dalle assemblee dei proprietari.

 

Nei guai sono così finiti di Angelo Melchiorre, 61 anni, responsabile dell’ufficio tecnico del Comune di Bussi, dal primo agosto 2011 membro delle commissioni di gara del Comune di Bugnara, e dal 17 maggio 2013 responsabile coordinatore dell'ufficio territoriale per la ricostruzione dell'area omogenea numero 5.  E’ lui l’uomo centrale dell’inchiesta se non altro per il suo ruolo apicale nella pubblica amministrazione. Da lui infatti passano tutte le pratiche che riguardano il piccolo comune già noto per l’altro grande scandalo della discarica dei veleni e più di recente per la guerra per la reindustrializzazione. A lui spetterebbe tra pochi giorni la firma sull’atto di cessione al Comune dei terreni «puliti» della Solvay, una operazione che come il resto  non ha mancato di laciare strascichi e polemiche sulla reale utilità dell’acquisto.


Poi c’è Antonio D'Angelo, di Pratola Peligna, 'rup' (responsabile unico del procedimento) della gara per la progettazione esecutiva ed esecuzione dei lavori di ricostruzione ex novo della scuola elementare e materna "V. Clemente" di Bugnara, l’imprenditore umbro Stefano Roscini, 49 anni, Angelo Riccardini, 55 anni, di Gubbio; Emilio Di Carlo, 54 anni, di Bussi sul Tirino implicato nella sua qualità di direttore dei lavori e progettista degli aggregati n. 43-45 del Comune di Bussi.

Altro ordine di custodia cautelare per Marino Scancella, 65 anni, di Bussi sul Tirino architetto formalmente incaricato della progettazione dell'aggregato n. 30 del Comune di Bussi e Giampiero Piccotti, 80 anni, nato a Gubbio (Perugia) e residente a Perugia.


L’EX COLONNELLO E’ LA MENTE

Secondo gli inquirenti la mente di tutta l'operazione era proprio quest’ultimo, l'ex colonnello dell'esercito italiano Giampiero Piccotti,  il quale avrebbe messo in piedi il ‘piano Abruzzo’,  un documento dattiloscritto che è stato trovato nel pc a lui sequestrato.

In pratica l’ex colonnello,  che  si autodefinisce l'estensore del Piano, aveva predisposto il documento finalizzato a gestire in modo unitario l'attività della ricostruzione degli edifici interessati dal sisma del 6 aprile del 2009.

Il documento è stato poi inviato all'imprenditore Stefano Roscini: dentro erano stati  indicati i progettisti delle opere, definiti ‘soggetti attuatori progetti’,  che avrebbero dovuto essere contrattualizzati con il Consorzio Gescom di Roscini, un ente privato già costituito al momento dell'elaborazione del Piano.

La finalità era chiara ed era stata indicata proprio nel documento: «esercitare un controllo pressoché totale delle fasi della ricostruzione per evitare che ci fossero contrasti deleteri per gli affari».

 

Ma prima di questo piano già a marzo del 2010 c'era stato un atto prodromico,  ovvero un patto di non concorrenza con il pubblico ufficiale Angelo Melchiorre,  responsabile dell'ufficio tecnico del Comune di Bussi sul Tirino e futuro responsabile dell'Ufficio tecnico di ricostruzione numero 5, in cambio di un anticipo probabilmente in denaro.

 

Il progetto delle ex militare muove i primi passi nella primavera del 2010 quando l’imprenditore Roscini, dopo aver ottenuto l'assenso del responsabile dell'ufficio tecnico del Comune, Melchiorre, e degli architetti locali, Scancella e Colella,  elabora materialmente con Picotti  la prima bozza di contratto da utilizzare per il futuro affidamento dei lavori di ricostruzione.

 

Il contratto in questione è stato poi trovato dagli inquirenti anche sul pc sequestrato al tecnico Scancella nel corso della sua perquisizione.

Secondo gli inquirenti il ruolo di Scancella era quello di procacciatore di commesse per conto di Roscini e Piccotti.  

Questa convinzione si sarebbe consolidata anche tramite il ritrovamento di alcune email in cui Scancella  allegò, appunto, il contratto preliminare scrivendo: «con il giallo sono state evidenziate le parti da aggiungere mentre sono state barrate le parti da eliminare sulla vostra bozza.  Non appena avrò l'ok da parte vostra provvederò a farlo firmare ai clienti.  Cordiali saluti».

Si tratta in definitiva di un “piano industriale” a tutti gli effetti che prevede lo sfruttamento intensivo della ricostruzione per poter raggiungere il massimo profitto possibile. Pagare non era un problema anzi una pratica normale e consolidata e fino a quando si pagavano tecnici, progettisti e privati in generale la pratica è lecita ma quando questa incrocia un pubblico ufficiale che deve modificare atti pubblici, aggiustare un affidamento o un appalto, o avvantaggiare una ditta il modus operandi si trasforma in corruzione.

 

LE OPERAZIONI COLLATERALI

Gettate le basi per la realizzazione del progetto sono poi partite, via via, tutta una serie di operazioni collaterali e connesse come la valutazione dei costi  e l'analisi  dei lavori di ricostruzione,  ovvero la misurazione delle dimensioni effettive dei luoghi dell'intervento,  cioè gli aggregati edilizi.

Durante le indagini gli inquirenti trovano il documento denominato ‘Abruzzo Bussi sul Tirino’ dove ci sono i brogliacci delle operazioni di rilevamento effettuati sui singoli aggregati.

Insomma il gruppo si era già messo al lavoro.  

Una tesi che ha trovato riscontro anche grazie ad una serie di verbali di riunione trovate sempre nel corso delle perquisizioni.

Si tratta di riunioni tenute tra il luglio e il novembre del 2011 durante le quali i vari indagati stabilirono i compiti dei tecnici di Bussi ma si fece anche il punto della situazione sulla consegna delle pratiche.

In questa fase iniziale, secondo gli inquirenti, era il perito edile Angelo Riccardini che materialmente si occupava della progettazione degli aggregati.

Sono stati  documentati anche contatti diretti via email tra Riccardini e Scancella.

Secondo il gip, dunque, è evidente «che i soggetti delegati ad esperire l'attività tecnica di progettazione non saranno quelli che appariranno come sottoscrittori delle opere poi depositate presso l'ufficio tecnico regionale per le pratiche che devono ottenere il contributo pubblico».

Era Riccardini, dice con convinzione l’accusa, a gestire con tecnici da lui incaricati tutta l'attività di rilievo degli aggregati avendola in seguito fornita,  ma solo una volta confezionate in ogni sua parte,  ai tecnici locali individuati dalle assemblee dei proprietari degli immobili.

Su un block notes con la carta intestata ‘Studio Tecnico Riccardini’ gli inquirenti hanno trovato un promemoria scritto con la spartizione degli aggregati e l'indicazione anche dell'impresa prescelta.

Secondo il gip questo è un documento che rappresenta la prova che l'assegnazione degli aggregati è stata determinata da Piccotti e Riccardini.

 

 

COME FUNZIONAVA IL MECCANISMO

Secondo quanto emerso nel corso delle indagini Riccardini e Piccotti avevano il compito di individuare i tecnici ghost writer che al posto dei tecnici incaricati (Di Carlo e Scancella)  avrebbero svolto effettivamente l'attività di progettazione degli aggregati.

Una volta ricevuti i progetti dai tecnici incaricati e non firmatari, il Consorzio Gescom

li avrebbe forniti alle ditte consorziate appaltatrici le quali avrebbero dovuto pagare i lavori progettuali.

Successivamente, e solo dopo il pagamento della percentuale pattuita,  una parte della quale transitava sul conto di Melchiorre,  il progetto sarebbe stato consegnato ai tecnici locali formalmente incaricati dalle assemblee ed utilizzato da questi nel procedimento per il contributo pubblico.  

Successivamente, e dopo la modificazione di contratto, le ditte appaltatrici avrebbero dovuto pagare direttamente i progettisti.

I progettisti locali dunque avrebbero incassato la parcella intera senza svolgere nessun tipo di attività valutativa e di rielaborazione tecnica.

 

GESTIRE LA PROGETTAZIONE

La cosa fondamentale, come dicono anche Piccotti e Riccardini, intercettati, era la gestione della progettazione,  un passaggio fondamentale perché significava avere modo di indurre le ditte appaltatrici a versare una percentuale di denaro rilevantissima tra il 17% e il 20% del valore della commessa.

 

Alessandra Lotti