LE CONSEGUENZE

Pescara, il porto perde anche le petroliere

Fondali insabbiati, gli armatori rinunciano

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PESCARA. Le petroliere abbandonano definitivamente il porto di Pescara.

Le prime a lasciare il porto sono state le navi passeggeri, poi è toccato al più piccolo catamarano, ora alle petroliere e alle navi commerciali che hanno chiuso i rapporti con l’infrastruttura pescarese divenuta (senza sorprese) completamente inaccessibile a causa dei fondali completamente insabbiati.

Il porto è già inservibile e inutilizzato da un pò anche se non se ne parla molto.

Era luglio scorso quando l'ultima petroliera ha attraccato alla banchina della darsena commerciale per allacciarsi all'oleodotto di 7 chilometri e rifornire i serbatoi del gruppo Di Properzio.

Già in primavera la motocisterna Galatea (5.128 tonnellate di stazza, lunga 140 metri e pescaggio massimo di 4 metri) si era insabbiata all'imbocco dello scalo e aveva dovuto fare ritorno a Falconara.

Già da un anno, infatti, l'imbarcazione era costretta a viaggiare a mezzo carico, trasportando 3.000 tonnellate di merci in stiva invece delle 6.000 consentite proprio a causa delle pessime condizioni dei fondali del porto.

Un problema che è la conseguenza diretta del progetto nefasto che favorisce l'insabbiamento aggiunto alla mancanza di dimestichezza e liquidi per un dragaggioannuale.

Secondo i consiglieri di centrodestra Lorenzo Sospiri e Mauro Febbo quello che sta accadendo oggi sarebbe la prova del «fallimento totale» del presidente D’Alfonso e del sindaco Alessandrini sulla vicenda ‘porto’.

Da giugno 2014 il Governatore continua a parlare del cantiere ormai pronto per sfondare la diga foranea, prima causa dell’insabbiamento dello scalo.

Sono due anni che il centrodestra chiede chiarezza sul Piano regolatore portuale, anch’esso insabbiato al Consiglio Superiore dei Lavori pubblici-

E mentre a Pescara si fanno le chiacchiere su Ancona no, Civitavecchia sì, nell’indifferenza del Ministro Delrio, il porto si prepara a chiudere i battenti.

«A questo punto», ipotizza il centrodestra, «tra pochi giorni anche i pescherecci saranno costretti a lasciare Pescara e potremo anche chiudere la Direzione Marittima visto che Pescara diventerà una città di sabbia anziché di mare».

Due anni fa proprio il presidente D’Alfonso si dichiarò pronto ad armarsi di piccone per abbattere subito, entro sette giorni al massimo, la diga foranea: sono passati all’incirca 904 giorni di governo e, non solo la diga foranea è sempre ferma dinanzi alla foce del Pescara, non solo il mare di Pescara è perennemente non balneabile, ma Regione e Comune sono ancora fermi alle carte del nuovo Piano regolatore portuale, «praticamente le calende greche», fa notare Sospiri.

Non basta: secondo il sempre-ottimista Governatore a settembre scorso il Consiglio Superiore dei Lavori pubblici avrebbe definitivamente licenziato, seppur con qualche prescrizione, il Piano, consentendo l’apertura del cantiere per l’apertura della diga foranea, e invece anche questa previsione è stata clamorosamente smentita dai fatti.

«Il Piano non c’è», contestano ancora Sospiri e Febbo, «in compenso la città ha speso quasi 100mila euro in consulenze per rimediare agli errori del centro-sinistra. E comunque l’iter è tutt’altro che concluso: seppure oggi il Consiglio dovesse approvare l’intervento, comunque tutto dovrà tornare alla Commissione di Via, che dovrà pronunciarsi entro 45 giorni, e solo dopo il Provveditorato alle Opere pubbliche potrà approvare il faldone e potranno concludersi le procedure della gara d’appalto per l’apertura della diga foranea. Appalto che, e qui siamo al paradosso, è stato già realizzato».

A maggio scorso, infatti, ricorda la minoranza, il Governatore D’Alfonso ha approvato in giunta la presa d’atto dell’esito della gara d’appalto per la diga foranea, aggiudicata alla Ador.Mare Srl di Palermo.

Sullo sfondo anche una decisione ormai già assunta dal Ministro Delrio, ovvero il passaggio dei porti abruzzesi sotto l’Autorità portuale di Ancona, sebbene D’Alfonso lasci intendere che si virerà verso Civitavecchia.

Intanto su questo fronte ci sono scontri interni al Pd. I deputati anconetani Carrescia e Lodolini si lamentano, infatti, della posizione espressa dal presidente della regione Abruzzo D'Alfonso che intende far inserire i porti di Pescara e Ortona nell'Autorità portuale del Mare Tirreno centro settentrionale, contrastando il decreto legislativo votato dal Pd e la proposta del ministro Pd Delrio.

Secondo i due l'atteggiamento di D'Alfonso rischia di «indebolire un progetto ambizioso per mere logiche di campanile».

E’ anche vero, però, che la Regione Abruzzo aveva già sottoscritto con la Regione Lazio, guidata da Zingaretti (sempre Pd) un’intesa che accoglie l'ipotesi di convergenza sull'autorità portuale unica interregionale.

E nella giornata di ieri l’ente romano ha deliberato proprio quell’intesa con la Regione Abruzzo per il passaggio dei porti di Pescara e Ortona dall’autorità portuale di Ancona a quella di Civitavecchia. «Esprimo soddisfazione per questo ultimo tassello che si aggiunge al precedente lavoro e che oggi ci vede in dirittura d’arrivo, fermo restando che mancano alcuni passaggi ora in capo al Ministero», commenta Camillo D’Alessandro.
«E’ evidente che continuerà la nostra azione in Conferenza delle Regioni e presso il Ministro dei Trasporti e delle Infrastrutture Graziano Delrio, ora non più come un solo desiderio dell’Abruzzo ma come un grande progetto di due Regioni che vogliono dare vita all’autorità portuale dei due mari. Ci troviamo di fronte a una svolta storica che, se si concluderà come riteniamo, garantirà all’Abruzzo il diritto al futuro».