DANNO ERARIALE

Consulenze non dovute, Bernardini e Di Rino condannati a versare 100mila euro a Provincia di Pescara

Oggi i due lavorano alla Regione Abruzzo

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PROVINCIA DI PESCARA

La Provincia di Pescara

ABRUZZO. La Corte dei Conti ha condannato lo scorso 26 settembre Tommaso Di Rino, ex dirigente della provincia di Pescara, e Fabrizio Bernardini, ex direttore generale, al risarcimento nei confronti dell’ente di 50 mila euro l’uno.

100 mila euro in totale per aver conferito incarichi di consulenza esterna nel 2010 non dovuti. Secondo i giudici i due avrebbero violato i doveri imposti «dai generali ed irrinunciabili canoni di buona amministrazione» e avrebbero mostrato «grave disinteresse nell'espletamento delle proprie funzioni e di deviazione dal modello di condotta connesso ai propri compiti».

Oggi entrambi lavorano in Regione. Bernardini è stato nominato dal presidente Luciano D’Alfonso come capo di Gabinetto, dopo essere stato assolto in secondo grado dall'inchiesta Ato del "partito dell'acqua", mentre Di Rino nel 2014 è stato posizionato al dipartimento dello Sviluppo economico e politiche agricole.


I due sono finiti nel mirino della magistratura contabile dopo un esposto firmato da alcuni dipendenti della Provincia che li accusavano di aver ingiustamente nominato sette esperti esterni per il progetto Multiasse ignorando le professionalità interne di cui l’Ente pubblico disponeva.

La Guardia di Finanza e la Corte dei Conti hanno passato al setaccio i documenti.  Secondo il vice procuratore regionale presso la Corte dei Conti, Roberto Leoni, i due avrebbero dovuto valutare mediante una ricognizione reale e non solo formale le risorse umane disponibili prima di affidare incarichi a professionisti esterni. Così facendo, sempre secondo l’accusa, i due dirigenti, hanno speso fondi comunitari che, invece, potevano essere risparmiati.

Soldi che adesso dovranno rimettere di tasca loro.


150 DIPENDENTI MA NESSUN ESPERTO?

Dalle indagini è emerso che l’Amministrazione provinciale, all’epoca dell’emanazione dell’avviso pubblico,   aveva alle dipendenze 150 unità di personale delle categorie C e D.

Da una nota del Settore Risorse Umane in risposta alla Procura è emerso, in particolare, che tra il personale dipendente ci fossero 3 dottori commercialisti, varie unità dotate di specializzazione post laurea in materie attinenti alla gestione amministrativa e persino una unità con “Master gestione fondi strutturali”.

Prima del bando Di Rino interpellò il segretario  Generale dell’Ente, Bernardini, per chiedergli una ricognizione delle professionalità interne ma non arrivò mai alcuna risposta. In pratica gli chiede di chiarire se si poteva pescare tra i dipendenti o bisogna rivolgere lo sguardo altrove.


«TEMPI STRETTI»

Di Rino nel corso del dibattimento si è giustificato facendo riferimento alla complessità delle procedure per la spesa dei fondi europei e al termine del 31 dicembre 2010 entro il quale essa doveva esser sostenuta. I tempi, ha spiegato, erano molto stretti e lui si orientò verso il reperimento delle necessarie risorse qualificate all’esterno dell’organico, anche perché il Consiglio Provinciale aveva già stanziato le risorse per il conferimento degli incarichi esterni.

Inoltre Di Rino ha spiegato che l’attività espletata dai consulenti esterni fu proficua e tale da far conseguire con successo tutti gli obiettivi progettuali. Dunque, secondo lui, non sussisterebbe l’illecito contabile.

Bernardini, invece, si è difeso sostenendo la necessità di impiegare «professionalità altamente qualificate, non rinvenute dal responsabile nell’ambito del Dipartimento da lui diretto». Inoltre la sua non risposta alla richiesta di Di Rino era da leggere come un «serbare un doveroso silenzio» non avendo professionalità disponibili.



LA SENTENZA

I giudici, sposando le richieste dell’accusa, fanno notare che due incarichi non erano temporanei, come prevede la legge, ma avevano durata quasi annuale. Si sarebbe dunque configurata la continuità della prestazione «in evidente violazione delle norme legislative».

Inoltre l’incarico ad esperto di rendicontazione finanziamenti comunitari  non era specifico ma generico.

I giudici nella sentenza sottolineano anche che dalle difese dei due dirigenti della Provincia sia emersa una «inusitata, parziale incapacità della compagine provinciale nell’assolvere funzioni di un certo rilievo, compiti che, in realtà, erano dalla stessa ordinariamente svolti».

La contestazione principale del pubblico ministero, in ogni caso, s’incentrava sulla disponibilità di risorse interne all’amministrazione provinciale in grado di svolgere le attività progettate ossia di personale in possesso dei necessari requisiti accademici e professionali.

E i giudici ritengono determinante  la nota del settore risorse umane che chiarì che c’erano in quel momento nelle categorie D1 e D3 ben tredici laureati in economia e commercio, dieci in giurisprudenza e cinque in scienze politiche.



«PROFLUVIO DI TITOLI»

«Consultando le tabelle analiticamente elaborate dal Settore risorse umane non può non notarsi un vero profluvio di titoli, tutti validi ed apprezzabili», si legge nella sentenza, «ai quali deve essere aggiunta l’innegabile e notoria esperienza lavorativa maturata dai singoli sul campo, in funzione della durata, più o meno estesa, dell’attività stessa». Secondo i giudici, inoltre, la procura regionale avrebbe offerto «congrui elementi di prova» circa la sufficienza della dotazione organica e delle professionalità a disposizione della Provincia per lo svolgimento dei due incarichi.

Insomma, si chiude:  «nei casi in cui risulti che i compiti affidati a soggetti esterni erano affrontabili con le risorse interne dell’amministrazione, i relativi oneri finanziari costituiscono danno» anche perché «l’amministrazione ha l’obbligo di assolvere le funzioni istituzionali mediante il più proficuo utilizzo delle risorse umane esistenti».  Un ultimo accenno anche ai dipendenti assunti: «la sostanziale e deprecabile abdicazione ad alcune funzioni riservate all’amministrazione non può che tradursi in un quid che demotiva, svilisce e, quindi, menoma la professionalità del personale interno, sostituito parzialmente e tecnicamente assistito da soggetto esterno».


In realtà la provincia di Pescara almeno negli ultimi 10 anni è stata sempre il fulcro di consulenze contestate: nel 2010 si cercavano numerosi “specialisti” incarichi tra l’altro contestato dall’ex consigliera (oggi asessore al COmune di Pescara) Antonella Allegrino, o come nel 2012 quando c’era già chi diceva che alcune consulenze non erano necessarie perchè le forze lavorative all’interno c’erano ed erano pure sottoutilizzate.

 

Alessandra Lotti