GIUSTIZIA E' SFATTA

La giustizia può attendere, rinvio di due anni per il giornale anticamorra: «calpestati diritti e dignità»

La denuncia del direttore Cinquegrani della Voce delle Voci dopo la condanna di un esponente dell’Idv

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CORTE D'APPELLO L'AQUILA



L’AQUILA. Questa mattina, dopo un'attesa durata oltre tre anni, si sarebbe dovuta tenere a
L'Aquila un'udienza del processo d'appello promosso dal giornale ‘La Voce delle
Voci’ contro la sentenza di Sulmona che nel marzo 2013 aveva condannato la Voce
a risarcire l'insegnante dipietrista Annita Zinni con centomila euro.

Con il passare del tempo la cifra è salita a 150mila euro con conseguente raffica di pignoramenti, chiusura del giornale dopo 30 anni, messa all'asta della testata. Il tutto per un articolo scritto a ottobre 2008 sulla Voce dal giornalista Rai, Alberico Giostra. L’articolo condannato riguardava il presunto interessamento della Zinni all’esame di maturità di Cristiano Di Pietro, figlio dell’ex magistrato di Mani Pulite.

Il processo di Appello promosso dalla Voce contro la sentenza di Sulmona era iniziato a settembre 2013.

Lo scorso 15 settembre la Corte d'Appello dell'Aquila ha trasmesso una pec all’avvocato, Herbert Simone, nella quale comunica il rinvio d’ufficio dell’udienza a giugno. Non 2017, ma addirittura
metà 2018. «Senza addurre alcuna motivazione», spiega in una nota il giornale.

Lo stesso slittamento di due anni è stato comunicato a diverse parti che hanno in piedi processi d’appello da molti anni. Tutti rimandati d’imperio di ben 24 mesi in barba al processo rapido con enormi ripercussioni per chi attende giustizia.

Le motivazioni sono ignote di certo non potranno passare inosservate per molto rinvii del genere per una corte d’Appello importante come l’Aquila dove pure qualche processo importante si fa. Evidentemente qualche problema sul contenzioso civile c’è.

«Consideriamo questo rinvio l’ennesima mortificazione non solo della Voce, ma dell’intera categoria del giornalisti italiani», commenta Iil direttore responsabile Andrea Cinquegrani. «Negare di fatto a noi la possibilità di un giudizio d’appello, dopo che la stessa Corte dell’Aquila aveva per due volte respinto le nostre richieste di sospendere la provvisoria esecuzione, significa infierire su una testata anticamorra già eliminata sommariamente per via giudiziaria dalla scena giornalistica a colpi di pignoramenti ed esecuzioni forzate conseguenti ad una sentenza di primo grado».

«Ci domandiamo quanto abbia potuto pesare e quanto tuttora incomba su questa kafkiana vicenda giudiziaria l’influenza di un potente ex magistrato, fortemente radicato sul territorio molisano ed abruzzese, come Antonio Di Pietro, famoso anche per essersi arricchito, come ha più volte dichiarato, con le tante cause civili intentate contro i giornali», continua Cinquegrani.

I giornalisti della Voce, pur stremati dopo tre anni di pignoramenti selvaggi, che hanno portato fino alla messa all’asta della storica testata, annunciano che, a seguito dell’ennesimo rinvio al 2018, a breve sarà inoltrato il ricorso alla Corte Europea per i Diritti dell’Uomo per
violazione dell’articolo 6 sulla giusta durata del processo.

«Alla Corte di Strasburgo», continua Cinquegrani, «saranno trasmesse, attraverso documenti in ordine cronologico, le tappe di questa allucinante via crucis giudiziaria, partita nel 2010 ed oggi rinviata d’ufficio al 2018 solo per ottenere una udienza interlocutoria del processo d'appello. La Voce delle Voci è stata calpestata da questo iter giudiziario, ma chiediamo alla FNSI, al sindacato giornalisti della Campania, all’ODG di intraprendere una battaglia affinché le conseguenze di una simile vicenda non travolgano la dignità della nostra professione nel Paese, più di quanto non sia già accaduto».