LA SENTENZA

Menarini, condanne fino a dieci anni per i vertici ma la truffa non c’è

Nessun risarcimento per le quasi 200 parti civili

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Menarini, condanne fino a dieci anni per i vertici ma la truffa non c’è

ROMA. Il tribunale di Firenze ha condannato venerdì scorso a 10 anni e sei mesi Lucia Aleotti, presidente della società farmaceutica Menarini, e a 7 anni e sei mesi il fratello Alberto Giovanni, vicepresidente, a conclusione del processo che li vedeva a giudizio per accuse, a vario titolo, di evasione fiscale, riciclaggio e corruzione.

La società Menarini ha uno stabilimento anche a L’Aquila dal 1993 e dopo il sisma del 6 aprile 2009 è riuscita a riaprire i battenti del sito a tempi record.

Già nel 2008 la casa farmaceutica aveva rinnovato l’accordo con l’altra ditta del farmaco, la Dompè, per la realizzazione di uno dei poli farmaceutici più grandi dello stivale proprio nel capoluogo di regione. Un accordo di vecchia data, partito nel 1993 grazie al quale la Menarini ha utilizzato lo stabilimento aquilano della Dompè.


CONFISCA DA 1 MILIARDO

Lucia e Alberto Giovanni sono i figli di Alberto Aleotti, patron della azienda farmaceutica, morto nel 2014. Confiscato inoltre agli imputati oltre un miliardo di euro.

Secondo gli inquirenti dal 1984 al 2010 Alberto Aleotti avrebbe usato società estere fittizie per l'acquisto dei principi attivi, con lo scopo di far aumentare il prezzo finale dei farmaci, grazie ad una serie di false fatturazioni truffando cosi' il Sistema sanitario nazionale, che ha rimborsato medicinali con prezzi 'gonfiati'.

Il danno per lo Stato sarebbe stato di 860 milioni di euro.

Il reato di truffa non è stato contestato invece ai due figli del patron e ciò è all'origine del mancato risarcimento alle diverse aziende sanitarie che si erano costituite parti civili al processo: a Lucia e Alberto Giovanni Aleotti è stato contestato il riciclaggio dei soldi portati all'estero dal padre e i collegati reati fiscali, ma non il reato di truffa.

I fratelli Aleotti, tra l'altro, sono stati assolti, perchè il fatto non sussiste, anche dall'accusa di riciclaggio delle somme provenienti dal delitto di corruzione per il quale il padre era stato condannato dal tribunale di Napoli nel 1997.

I difensori degli imputati hanno annunciato che impugneranno la sentenza.

«Lavoreremo per far emergere ancor meglio, in appello, le evidenti prove della estraneità dei nostri assistiti ai fatti per i quali oggi vi è una sentenza negativa», hanno commentato gli avvocati.

E sempre in una nota i difensori hanno spiegato: «la sentenza del Tribunale ha escluso l'esistenza della truffa ai danni del servizio sanitario nazionale consistente, secondo l'accusa, nell'ottenere prezzi gonfiati dei medicinali. Di conseguenza sono state respinte tutte le pretese delle aziende sanitarie (circa 200). La condanna per riciclaggio riguarda esclusivamente i capitali personali scudati dal dottor Alberto Sergio Aleotti (il padre dei due fratelli deceduto nel 2014, ndr) che il tribunale ha ritenuto provenienti da frode fiscale».


GLI ALTRI INDAGATI

I fratelli Aleotti sono stati interdetti per sempre dai pubblici uffici e la sola Lucia Aleotti dall’intrattenere rapporti con la pubblica amministrazione per tre anni.

I giudici hanno invece assolto tutti gli altri imputati compresa la madre dei due fratelli, Massimiliana Landini. Gli altri imputati assolti sono Giovanni Cresci, Licia Proietti e Sandro Casini.


I SOLDI ALL’ESTERO

Secondo l’accusa gli imputati collocavano il denaro e trasferivano le somme negli infiniti conti correnti aperti in vari Paesi esteri riferibili a 150 offshore sparse in mezzo mondo, (Irlanda, Panama, Lussemburgo).
Società nate, per gli inquirenti, con l’unico scopo di «mascherare i reali costi» e «sdoganare» quel prezzo particolare attraverso l’inserimento successivo nel Prontuario farmaceutico nazionale. I principi attivi in questione sono Pravastatina, Fosinopril, Prolina, Captopril, Aztreonam.
Per i pm Luca Turco, Giuseppina Mione ed Ettore Squillace Greco, che hanno coordinato le indagini del Nas di Firenze, la truffa era legata all'aumento del costo finale dei farmaci che il gruppo Menarini avrebbe artatamente provocato costituendo, perlopiù all'estero, società fittizie da utilizzare per aumentare i passaggi di compravendita dei principi attivi e sovrafatturarne i costi.
In questo modo Alberto Aleotti avrebbe provocato al Servizio sanitario nazionale, e quindi allo Stato, un danno «non inferiore a 860 milioni di euro».

Ma come detto il reato non è stato ascritto anche ai due figli di Aleotti dunque non ci sarà alcun risarcimento danni.

I due figli, però, erano accusati di aver trasferito all'estero «e sostituito somme di denaro per importo complessivo superiore a 1,2 miliardi di euro, di cui una parte, circa 575 milioni, proveniente dalla truffa».
La notizia era esplosa nel 2012 a seguito di un articolo del giornalista dell’Espresso Lirio Abbate che scrisse della «‘cresta’ su soli sette farmaci blockbuster del catalogo Menarini».
Gli inquirenti credono che il pompaggio dei farmaci sia proseguito «per trent'anni, e sarebbe ancora in corso».

«L'unico pericolo per questa fabbrica d'oro», spiegò Abbate, «sarebbe arrivata quattro anni fa, quando le Regioni alle prese con la crisi hanno cominciato a preferire i farmaci generici rispetto a quelli brevettati. Allora Alberto Aleotti è sceso in campo con la figlia Lucia per creare una lobby anti-pillole low cost. La Menarini», ricorda Abbate, «già nel 1995 aveva lanciato una campagna di stampa contro la politica del governo sul prezzo dei medicinali: gli Aleotti acquistarono pagine dei quotidiani minacciando di trasferire l'azienda in Germania. Invece la società non si è mai mossa da Firenze, continuando ad aumentare fatturati e moltiplicare sedi in tutto il mondo».