LA SENTENZA

Maximulta da 357 mln di euro confermata alla Pilkington per cartello sui parabrezza auto

La Corte di Giustizia europea chiude il discorso sulla violazione della concorrenza

Redazione Pdn

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Maximulta da 357 mln di euro confermata alla Pilkington per cartello sui parabrezza auto


ABRUZZO. La Corte di giustizia europea conferma la maximulta da 357mln di euro al gruppo Pilkington per aver instaurato un vero e proprio “cartello” sui vetri per auto.


Nell’odierna sentenza, la Corte respinge l’impugnazione della Pilkington e conferma così la sentenza del Tribunale dello scorso anno nonché l’ammenda inflitta dalla Commissione.

Al pari del Tribunale, la Corte considera innanzitutto che la Commissione poteva tenere conto, ai fini del calcolo dell’ammenda, delle vendite realizzate durante il periodo d’infrazione in forza di contratti conclusi anteriormente a tale periodo. Infatti, il piano globale dell’intesa consisteva in «una ripartizione dell’insieme delle consegne del vetro destinato al settore auto tra i partecipanti all’intesa, per quanto riguardava tanto i contratti di fornitura esistenti quanto i nuovi contratti. Ne discende che le vendite realizzate sulla base di contratti anteriori al periodo di infrazione e non rinegoziati nel corso di tale periodo dovevano essere considerate come rientranti nel campo di applicazione dell’intesa e di esse poteva essere tenuto conto per il calcolo dell’ammenda».

La Pilkington -ha altresì rilevato che la Commissione- non avrebbe dovuto utilizzare, per la conversione del suo fatturato espresso in sterline inglesi, il tasso di cambio applicabile nel corso dell’esercizio sociale precedente l’adozione della decisione controversa, bensì quello applicabile alla data di adozione di tale decisione (12 novembre 2008).


Quanto all’argomento, secondo il quale l’ammenda inflitta alla Pilkington sarebbe proporzionalmente più onerosa rispetto a quella inflitta ad altri partecipanti all’intesa a causa del carattere meno diversificato della sua attività, la Corte considera che «non è contrario ai principi di proporzionalità e di parità di trattamento che un’impresa, le cui attività si concentrano più di altre sulla vendita di beni o servizi direttamente o indirettamente connessi con l’infrazione, si veda imporre un’ammenda che rappresenta una proporzione del suo fatturato complessivo più elevata di quella inflitta alle altre imprese».

 

Il gruppo Pilkington si compone delle società Pilkington Automotive, Pilkington Automotive Deutschland, Pilkington Holding e Pilkington Italia. Insieme, esse formano uno dei più importanti produttori mondiali di vetro e di elementi in vetro, in particolare nel settore automobilistico.

Con decisione del 12 novembre 2008, la Commissione ha constatato che varie imprese, tra cui la Pilkington, avevano violato il diritto della concorrenza dell’Unione europea partecipando a un insieme di accordi e di pratiche concordate nell’ambito del vetro destinato al settore auto. L’intesa consisteva in una ripartizione della fornitura di vetri destinati al settore auto, volta a mantenere una globale stabilità delle posizioni delle parti sul mercato in questione. In considerazione della sua partecipazione tra il 10 marzo 1998 e il 3 settembre 2002, la Commissione ha inizialmente inflitto alla Pilkington un’ammenda di EUR 370 milioni. Il 28 febbraio 2013, la Commissione ha ridotto l’ammenda a EUR 357 milioni, al fine di correggere due errori commessi nel calcolo iniziale.

La Pilkington ha dunque chiesto al Tribunale dell’Unione europea di annullare la decisione e di ridurre in modo sostanziale l’importo dell’ammenda. Con sentenza del 17 dicembre 2014, il Tribunale ha respinto il ricorso della Pilkington nonché confermato la decisione della Commissione e l’importo dell’ammenda. In particolare, il Tribunale ha ritenuto che la Commissione avesse correttamente calcolato l’ammenda, sebbene all’epoca si trattasse di una delle più ingenti mai inflitte a un partecipante a un’intesa. Insoddisfatta della sentenza del Tribunale, la Pilkington ha proposto un’impugnazione dinanzi alla Corte di giustizia per chiederne l’annullamento.