MEMORIA CORTA

1998 una relazione dell’Aca già spiegava: «il depuratore di Pescara è insufficiente»

In 20 anni non è stato fatto nulla permettendo lo scarico della fogna in mare

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1998 una relazione dell’Aca già spiegava: «il depuratore di Pescara è insufficiente»

PESCARA. C’è uno studio tecnico datato 1998 che fornisce ulteriori dettagli sulla nefasta gestione trentennale della depurazione a Pescara.

Si tratta dello studio del prof Paolo Battistoni, commissionato dall’allora direttore generale dell’Aca, architetto Di Carlo, il 7 settembre 1998, quasi 20 anni fa. La necessità era conoscere nel dettagli come funzionava il depuratore di via Raiale.

L’Aca non lo sapeva nonostante l’impianto avesse compiuto quell’anno la “maggiore età” per il semplice fatto che, fin dalla sua costruzione (1980), era sempre stato gestito dalla Sipes una ditta del gruppo Di Vincenzo (cosa che peraltro continua tutt’oggi con data di scadenza fissata al 31 dicembre 2016).

Questo particolare -che per il resto del mondo potrebbe sembrare eclatante- nell’allora “isola felice” (per chi ci crede), ma anche oggi, è sempre stata una cosa normale, nonostante i 4 miliardi all’anno per la gestione poi trasformati in poco più di 2 mln di euro.  Nel frattempo ci sono state anche inchieste tutte finite con assoluzioni, un accordo di programma con l’Ato non rispettato (ma nessuno se n’è accorto) che riguardava proprio il potenziamento del depuratore ed, infine, il concordato preventivo Aca che permetterà alla Sipes di ottenere il 60% di quanto gli spetta ancora.  

Nel 1998 però c’era uno snodo fondamentale perchè due storie di cui la politica non dovrebbe andar fiera si intrecciavano: la prima, appunto, la gestione del depuratore e, la seconda, la messa in funzione finalmente del cosiddetto Fangodotto realizzato dalla Termomeccanica spa di La Spezia.

Fa sorridere che la relazione tecnica che PrimaDaNoi.it ha potuto leggere, tirata fuori dagli archivi, venga commissionata anche perchè allora si era convinti (realmente o meno) che il Fangodotto sarebbe entrato in funzione e bisognava “accordare” gli impianti vecchi del 1980 (depuratore di via Raiale) con quelli realizzati nel 1992 del Fangodotto.


Inutile dire che quel nuovo impianto, costruito grazie alle promesse di poter depurare e smaltire tonnellate di liquami e fanghi provenienti anche dai centri urbani limitrofi, non entrò mai in funzione ma venne pagato comunque 30 mld di lire e collaudato a freddo da alcuni tecnici ad oggi non proprio sconosciuti, impianti che marciscono da 30 anni a due passi dal depuratore.

Anche i progetti di collettamento della città erano già praticamente tutti noti allora -in parte approvati, in parte già realizzati- ma nel giro di ulteriori tre anni altri ne sarebbero stati attivati e per questo era ancor di più necessario conoscere fino quale carico massimo il depuratore poteva sopportare.

I collettori, infatti, convogliavano l’acqua raccolta dalle strade dentro le fogne creando un flusso ingente e improvviso in caso di piogge abbondanti che tutte finivano al depuratore, mettendolo in crisi e costringendo a sversare i liquami in eccesso in mare.


LA SVISTA

Sembra che nessuno abbia fatto caso alle conseguenza dei lavori antiallagamento e nessuno propose lo sdoppiamento delle reti (acque bianche e acque nere) ed evitare così il continuo sversamento della fogna in mare. In 30 anni nessun politico o tecnico ha posto il problema dello sdoppiamento fino a qualche mese fa quando si è ammesso che anche questo era il problema.


Almeno nel 1998 si posero il problema di “conoscere” il depuratore e vergare le priorità: potenziarlo. Proprio come ha proposto oggi il presidente della Regione, D’Alfonso, allora presidente della Provincia di Pescara, avviando procedure per lavori pari a 200mln di euro di cui una buona parte proprio inerente il depuratore di Pescara.



PROBLEMI DI CARICO E DEPURAZIONE

Senza entrare troppo nel tecnico, con buona approssimazione, si può dire che la relazione del 1998 aveva evidenziato già pesanti criticità del sistema depurativo e del sistema di trattamento biologico anche specificamente legato alle piogge. Una situazione già “difficoltosa” allora che con proiezioni al 2040 sarebbe divenuta ancor più tragica.

La relazione, inoltre, specifica anche che la Sipes che gestiva il depuratore ha sempre fatto analisi in proprio e affidandole a laboratori privati ed alcuni aspetti e sostanze -si dice- non venivano controllati.



DUBBI SULLA POTENZIALITA’ DICHIARATA DEL DEPURATORE

Un aspetto singolare della relazione è quello che riguarda la potenzialità reale del depuratore che ufficialmente si attestava a 207mila abitanti, cioè in grado di poter soddisfare una buona depurazione per questa popolazione.

Il tecnico si accorge che qualcosa non torna e allora calcola i consumi di energia elettrica ed i fanghi prodotti potendo dedurne ulteriori informazioni utili.

«In conclusione è ragionevole pensare che la potenzialità di fatto dell’impianto di Pescara sia da 60mila a 90mila abitanti e non 207mila. La popolazione residente nei Comuni allacciati conferma il range».


Questa stima è reale? Se sì, può questa sopravvalutazione aver tratto in inganno gli enti e contribuito al danno dell’inquinamento del mare?  


Ma il tecnico è ancora più preciso:

«Solo l’allaccio del collettore Sud e Nord , cambiando la potenzialità di fatto, richiederà opere di sistemazione e di ampliamento e la conseguente adozione dei limiti della direttiva Cee 91/271 per impianti di potenzialità superiore a 100mila abitanti».

La relazione chiarisce che con l’attivazione del Fangodotto (essiccatore biologico dei fanghi) si potrà stare sereni fino ad una portata pari a 90mila abitanti (nel 1998 era di 76mila).


Con l’allaccio dei collettori le cose, però, sono cambiate visto l’enorme sviluppo urbanistico e demografico della città.

Dunque nel 1998 una cosa era certa: se non si voleva rischiare (e adeguarsi all’Europa) bisognava ampliare il depuratore e aggiornarlo.

Costo?

La spesa ipotizzata nel 1998 era stata stimata dai 21 miliardi ai 35, cioè dai 10mln ai 17 mln di euro ma calcolando anche l’adeguamento degli impianti esistenti (vetusti) e la riqualificazione dell’area il costo lievitava a 40miliardi di vecchie lire, un investimento che avrebbe dato tranquillità almeno fino al 2040.


La stima del 1998 risulta comunque molto più bassa dei soldi stanziati  oggi dal presidente D’Alfonso pari a 30mln di euro per risolvere quegli stessi problemi di allora.

L’idea del 2016 è quella di creare una sorta di "parco della depurazione", in cui accanto al nuovo depuratore insistano laboratori e uffici. Per l'opera la Regione ha messo a disposizione un finanziamento di 30 milioni di euro del Fondo per lo Sviluppo e la Coesione (FSC).

I siti attenzionati sono quelli localizzazione nell’'area dell'attuale impianto di via Raiale, l'ex conceria Cogolo di via Breviglieri e l'ex sansificio di via Ombrone.


 



INERZIA PERICOLOSA

Insomma che cosa ci dice questa relazione?

Nel 1998 si attendeva con ansia l’entrata in funzione del Fangodotto per garantire ulteriore sicurezza e certezza al sistema depurativo il quale sarebbe stato persino dotato di impianti “all’avanguardia” nati 10 anni dopo quelli già obsoleti del depuratore e installati intorno al 1992 (cioè comunque sei anni prima della relazione).

Il Fangodotto non è entrato mai in funzione per ragioni esclusivamente legate ad un uso “spregiudicato della politica” e della giustizia lasciandoci in eredità tre verità inconfutabili: soldi spesi, opera inutile, nessun responsabile.

La relazione ci dice anche un altra cosa che i dati relativi alla portata massima del depuratore erano stati sovrastimati per ragioni non note -sempre a detta del tecnico- generando ulteriori ripercussioni nefaste.

C’è poi da tener presente che lo studio dice all’Aca e alla politica (che poi è la stessa cosa) che era urgente già nel 1998 aggiornare e ampliare il depuratore, anche in considerazione dell’utile apporto del Fangodotto.

In quasi 20 anni la classe dirigete locale non è stata capace di realizzare opere vitali ma solo di continuare a coprire con scelte sempre peggiori propri errori e responsabilità fino alla cancrena di oggi.

Quel mare inquinato e quel mancato sviluppo turistico della città sono figli legittimi di quella stagione di bugie e veleni che nessun rappresentante delle istituzioni ha avuto il coraggio di portare alla luce.

Nemmeno l’attuale salvatore pro tempore.