LA SENTENZA

«Carichieti non era insolvente quando arrivò il decreto sulle 4 banche»

Lo dice la sentenza che decreta il fallimento della banca teatina

Redazione Pdn

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«Carichieti non era insolvente quando arrivò il decreto sulle 4 banche»

 

 

CHIETI. La Carichieti non era insolvente al momento in cui arrivò la risoluzione decisa per decreto dal Governo Renzi il 22 novembre 2015, cioè quando si decise di fatto la fine delle 4 banche Carife, Banca Marche, Etruria e appunto Carichieti.

E’ quanto emerge dalla sentenza dei giorni scorsi con la quale i giudici Spiniello, Iachini Bellisarii e Valletta, ha decretato l’insolvenza della vecchia banca teatina otto mesi dopo. Dunque, dicono i giudici, sarebbe mancato uno dei requisiti necessari per la risoluzione stessa.

Ma soprattutto l’insolvenza sarebbe arrivata solo con il provvedimento di liquidazione coatta amministrativa deciso dalla Banca d’Italia (dopo la risoluzione).

«Risulta che in atti», si legge nella sentenza, «non vi siano elementi che consentano di affermare l’esistenza di uno stato di insolvenza al momento dell'avvio della risoluzione. Non vi è dubbio invece che l'insolvenza vi fosse al momento dell'emanazione del provvedimento di liquidazione coatta amministrativa. In quell'epoca, infatti, la banca,  proprio in conseguenza delle misure adottate nell'ambito del procedimento di risoluzione,  non presentava più alcun elemento nell'attivo patrimoniale,  a fronte di passività per 45 milioni di euro».

Per questo motivo il giudice dichiara lo stato di insolvenza dell'ente solo con riferimento alle condizioni in essere al momento dell'apertura della liquidazione coatta.

Affermazioni importanti che in qualche modo mettono punti fermi ad una vicenda che è stata da subito molto opaca ed ha generato dubbi fin da quando Banchitalia venne a Chieti per commissariarla.

E nella sentenza si insiste: «non sussiste dato probatorio utile a ritenere che ci fossero elementi per apprezzare uno stato di insolvenza atteso che essa si è rilevata (come da valutazione definitiva dell'esperto indipendente)  basata in massima parte solo su perdite rilevate scaturite da rettifiche di valore netto di crediti di cui non è stata data alcuna giustificazione».

Secondo i giudici le perdite patrimoniali di «eccezionale gravità» tali da privare la banca dell'intero patrimonio  sono l'esito di «rettifiche di valore nette su crediti,  risultanti in sede di valutazione provvisoria».

In pratica si dice che dopo il decreto vi è stata una analisi meticolosa sui conti della banca che non ha macinato nel frattempo nuovi debiti ma sono stati rivalutati quelli già esistenti. Se prima per esempio si stimava di poter rientrare da un fido poi invece si è capito che questo non poteva realmente accadere andando ad aumentare il monte delle passività.

Troppo ottimisti prima o troppo pessimisti poi?



LE GRAVI IRREGOLARITA’ DELL ANORMALE GESTIONE RESTANO

La vecchia Carichieti era stata sottoposta ad amministrazione straordinaria con decreto 317 del 5 settembre 2014 dal ministero dell'Economia a causa di «gravi irregolarità amministrative» e gravi «violazioni emerse» nel corso di accertamenti ispettivi.

Venne evidenziata la persistenza di «un assetto di governance incapace di condurre l'azienda nel rispetto dei canoni della sana e prudente gestione, trascurando i segnali di marcato deterioramento del portafoglio crediti e di assicurare autonomia di giudizio dal socio di maggioranza».

Di qui partierbbe la lunga storia della insolvenza forse ben arginata negli anni in modo da non produrre nè effetti rilevanti nè particolari allarmi.

Nel corso dei mesi precedenti alla liquidazione coatta sono stati intrapresi contatti con il socio di minoranza, fondazioni del territorio di rilevanti dimensioni ma tutti gli interventi di mercato perseguiti non sono risultati percorribili. Nessuno ha avuto interesse di acquistare e salvare la Carichieti...

 

Una volta dentro i commissari straordinari dunque hanno rilevato «un aggravamento delle condizioni del portafoglio creditizio con significative perdite patrimoniali tali da essere considerate di ostacolo alla regolare prosecuzione dell'attività bancaria».

E’ questo il vero punto nodale di tutta la vicenda ed è come se si raccontassero due storie diverse ed inconciliabili: la prima una banca florida e produttiva ed in equilibrio; la seconda una banca allo sbandoe sull’orlo del precipizio… poi fatta precipitare.

 

A settembre del 2015 è stata sancita l’impossibilità di ripatrimonializzare la banca e  stimato una perdita di esercizio di 121 milioni di euro (rispetto ad un capitale sociale di 80 milioni).

 

SITUAZIONE PEGGIORATA CON COMMISSARI

Nel corso del processo gli ex consiglieri della banca, Ennio Melena, Giuseppe Di Marzio e Giuseppe Martino, e l’ex direttore generale Roberto Sbrolli hanno sostenuto che le condizioni patrimoniali della banca siano peggiorate nel corso dell' amministrazione straordinaria: i commissari avrebbero proceduto svalutazioni su crediti per 151 milioni:  con la loro gestione sono calati  gli impieghi fruttiferi da 1,766 miliardi di euro a 1,616 miliardi senza la riduzione della raccolta netta, è stato raccontato.

Così come si sono ridotti gli utili del trading su titoli di Stato da 66 milioni a 43 milioni mentre i costi operativi che a fine 2013 erano di circa 64 milioni sono aumentati fino a 71 milioni di euro.

 

Ma al loro arrivo i commissari avevano messo sul tavolo tutti i problemi dell’istituto di credito.  

 

LA PRIMA RELAZIONE DEI COMMISSARI (4 MARZO 2015)

«La cassa non sembra attrezzata per affrontare il futuro», venne scritto nel documento, «gli investimenti necessari richiedono tempi di rilascio non compatibili con la tempistica di una gestione commissariale».

Secondo i commissari, inoltre, la soluzione della crisi poteva passare soltanto attraverso l'intervento di un socio industriale oppure di un altro intermediario bancario «che abbia la forza di recidere il nodo gordiano  fatto di interessi, opacità e di affrontare quella che in gergo viene chiamata la nuova normalità dell'Industria bancaria».

 

LA SECONDA RELAZIONE LUGLIO 2015

 Nella seconda relazione arriva in pratica una conferma di quanto anticipato nella prima relazione:  «il risanamento della banca in via autonoma non potrà prescindere da un significativa immissione di capitale al momento valutabile in almeno 150 milioni e dal coinvolgimento nel governo di un socio bancario forte».

In un incontro con i vertici della Fondazione Carichieti, assistiti dall'advisor Prometeia, gli stessi vertici dissero che servivano almeno 100-150 milioni di euro.

La  stessa Fondazione si mostrò consapevole dell'importanza di coinvolgere un socio bancario di riferimento e si dissero pronti a ridurre la propria partecipazione nella cassa

«Si tratterebbe» sottolineò il commissario «di una scelta obbligata tenuto conto della critica posizione patrimoniale e finanziaria della Fondazione».

Ci fu poi un incontro a Milano con gli esponenti della direzione e gestione partecipazioni di Intesa Sanpaolo ma emerse l'orientamento sfavorevole a intervenire sulla ricapitalizzazione della Cassa la banca infatti chiese al massimo di poter disporre di una convincente exit-strategy dell'intera partecipazione in un momento successivo.

 

Ogni altro tentativo scivolò via senza produrre frutti: da qui la decisione di dire addio definitivamente al vecchio corso.


Alessandra Lotti

FALLIMENTO CARICHIETI - LA SENTENZA