LA STORIA

Alfredo De Massis, il professore universitario più giovane d’Italia è Pescarese

38 anni, un passato in Inghilterra ora lavora a Bolzano

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Alfredo De Massis, il professore universitario più giovane d’Italia è Pescarese

Alfredo De Massis

PESCARA. Alfredo De Massis 38 anni, pescarese, è il professore ordinario più giovane d'Italia.


Ha studiato ingegneria gestionale presso il Politecnico di Milano, a 34 anni ha lasciato l’Italia dopo un’offerta alla quale proprio non poteva dire di no.


Ha insegnato alla Lancaster University Management School e oggi è uno dei più grandi esperti di family business in Europa.


Da qualche mese è tornato in Italia perché (sì, può capitare qualche volta) il Belpaese lo ha richiamato: la Libera Università di Bolzano gli ha offerto una cattedra da professore ordinario e proprio questa ‘chiamata’ incorona De Massis come il più giovane prof in Italia dove l’insegnamento universitario non si dimostra certo un lavoro per under 40.


Un titolo conquistato sul campo ma determinante è stata la gavetta all’estero.


De Massis si è diplomato al liceo Scientifico da Vinci di Pescara nel 1997, poi ha studiato ingegneria gestionale presso il Politecnico di Milano con una tesi in finanza aziendale.


Ha poi conseguito un dottorato di ricerca in Management and Economics con una specializzazione in imprenditorialità e family business durante il quale ha svolto un periodo di ricerca presso la Haskayne School of Business in Canada, una delle business school pioniere nel campo del family business.



A che età ha deciso di lasciare l’Italia? Era proprio convinto?

«A 34 anni. Ero convinto poiché mi è stata offerta un’opportunità unica in una delle business school nel top 1% delle università mondiali, alla guida di uno dei Centri di Ricerca sul family business più importanti d’Europa. Ma ovviamente non è stata una scelta facile quella di abbandonare una posizione di ruolo a tempo indeterminato presso una università italiana».



Dove è andato?

«Sono andato alla Lancaster University Management School, nel Regno Unito, dove ricopro il ruolo di professore ordinario di Imprenditorialità e Family Business e Direttore del Centre for Family Business».



Cosa farebbe oggi, secondo lei, se non avesse deciso di lasciare l’Italia?

«Sarei sicuramente ancora nel mondo della ricerca e della formazione, mie grandi passioni da sempre. Ma ritengo che l’esperienza all’estero alla guida di uno dei gruppi di ricerca sulle imprese familiari più grandi e internazionali del mondo mi abbia fornito un bagaglio unico di esperienze e competenze che difficilmente avrei acquisito senza un percorso di carriera internazionale».



Come viene visto il nostro paese all’estero?

«Il nostro paese è percepito come un paese di grandi talenti e di persone estremamente ingegnose, creative e laboriose, dove talvolta questo potenziale non viene espresso e le opportunità di esprimerlo sono limitate poiché non sempre il merito riesce ad emergere. Devo riconoscere, tuttavia, che il confronto con il mondo globale ha iniziato ad innescare un cambiamento culturale verso una maggiore meritocrazia. Sono convinto che ci stiamo, gradualmente, allineando alle logiche di funzionamento dei paesi maggiormente competitivi».



Adesso è tornato a lavorare in Italia, è quello che sognava?

«Ovviamente. All’estero sono stato benissimo, l’Inghilterra è un grande paese e io adoro viaggiare e confrontarmi con posti e culture nuove. Ma amo il mio Paese, so quanto ha investito nella mia formazione e voglio dare un contributo importante all’Italia adesso che me ne viene data la possibilità. Soprattutto in questo momento storico, ritengo che questo sia particolarmente importante».



Cosa consiglia agli universitari che vogliono realizzarsi?

«Agli universitari che vogliono realizzarsi, dico: siate intraprendenti. È il momento di perseguire le vostre ambizioni e inseguire i vostri sogni adesso che l’Italia sta cambiando. Abbiate ferma la volontà di contribuire alle sorti del Paese, che ha un grande bisogno di voi. Ma pianificate dei percorsi internazionali, organizzate scambi con le università internazionali nei diversi paesi del mondo, lavorate e confrontatevi con talenti di altre culture, costruitevi una rete di relazioni internazionali prima di tornare in patria. Questo è fondamentale non solo per comprendere il talento e la voglia di fare di noi italiani ma anche per capire come si lavora in contesti multi-culturali secondo logiche meritocratiche e per acquisire quella mentalità globale che vi permetterà, in Italia, di offrire un contributo significativo al nostro Paese essendo competitivi a livello internazionale. Ovviamente tutto questo richiede sacrifici, tanto lavoro e una grande tenacia. Ma queste sono caratteristiche nel DNA di noi italiani».



Cosa sognava di fare da piccolo?

«Da piccolo sognavo di fare lo scienziato, di fare esperimenti e scoprire cose nuove. In fondo, se contestualizziamo questo sogno al campo dell’economia e della gestione delle imprese, credo che il mio sogno non sia troppo lontano da quello che poi sono diventato. Forse è anche per questo che amo il mio lavoro».--