LA RELAZIONE

Commissione d’inchiesta su Bussi: inerzia, inefficienza e popolazione esposta a veleni per decenni

Pubblicata la relazione finale che evidenzia una serie di criticità

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DISCARICA DI BUSSI

DISCARICA DI BUSSI



BUSSI. La bonifica? Chi l’ha vista? La Reindustrializzazione? Che roba è? Su Bussi le uniche certezza sono l’amaro e l’inerzia. L’amaro degli scandali continui che hanno animato questo fazzoletto di terar quando nel 2007 è stata “scoperta” una discarica ben nota a tutti che era lì da 40 anni e poi lo scandalo del commissario governativo inerte, e poi lo scandalo del processo e le assoluzioni e poi lo scandalo della mancata bonifica e delle procedure poasticciate ed inconcludenti.

Difficile riassumere tutto quanto accaduto a Bussi in un decennio in cui… non è accaduto nulla.

Oggi, però, la commissione parlamentare d'inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti ha pubblicato la relazione definitiva dopo due anni di lavoro e audizioni.

Uno dei relatori è Paolo Arrigoni, senatore della Lega Nord e responsabile regionale di Noi con Salvini in Abruzzo che ha sintetizzato: «troppe criticità e ritardi nella bonifica. Basta confusioni dei ruoli, urge garantire al territorio sicurezza ambientale e sanitaria».


«A seguito della pesante eredità lasciata dallo storico polo chimico», spiega Arrigoni, «con l'abbandono in discariche abusive di rifiuti, anche tossici, e l'accertamento di gravi contaminazione dei suoli, dei sottosuoli e delle acque di falda in prossimità dei fiumi Pescara e Tirino, anche dopo l'istituzione del SIN nel 2008 le attività di messa in sicurezza e di bonifica sono andate troppo a rilento».


«Diverse le cause», prosegue il senatore, «tra queste certamente il dualismo tra Ministero dell'Ambiente e il Commissario delegato, la sovrapposizione di competenze con la Regione ed i comuni, che han determinato un rimpallo di responsabilità; hanno influenzato certamente anche le vicende giudiziarie; inoltre, da troppi mesi - ma ancora senza intesa - i diversi soggetti istituzionali e i privati discutono ad un nuovo accordo di programma per la reindustrializzazione delle aree; assurdo che non siano state quantificate le risorse pubbliche necessarie per completare la bonifica, che non siano chiare le attività tecniche fin qui svolte e la documentazione contabile con i soldi spesi e quelli ancora disponibili. Dubbi anche su quando e come si passerà alla gestione ordinaria del SIN per la previsione in legge di stabilità 2016 dove si è stabilito dal 1 luglio la chiusura della decennale gestione commissariale».


«Si auspica che la relazione», aggiunge Arrigoni, «che sarà sottoposta all'esame dei due rami del Parlamento e del Governo, a cui si chiederà l'assunzione di impegni, rappresenti uno stimolo per i vari soggetti responsabili, per accelerare l'indifferibile bonifica ma anche la reindustrializzazione dell'area. La commissione d'inchiesta continuerà a vigilare la situazione a garanzia delle comunità coinvolte e soprattutto della vasta popolazione della Valle del Pescara per troppi anni esposta a seri rischi senza che sia stata ancora realizzata un'indagine epidemiologica»

CHE DICE LA RELAZIONE

La relazione è molto articolata ed entra nei dettagli storici della vicenda affrontando nei particolari gli accadimenti, dal punto di vista storico, giuridico e burocratico.

Viene affrontato anche il problema dell’inquinamento e delle sue conseguenze.

Salvo quanto emerso in sede giudiziaria penale, ad attestare la portata dell‘impatto ambientale di quelle attività industriali “storiche” è sufficiente un’affermazione di uno dei ricercatori dell’Istituto superiore di sanità in sede di audizione della Commissione: «soprattutto le sostanze organiche clorate hanno causato un rischio di esposizione significativo. In effetti, parliamo di circa una tonnellata al giorno di rifiuti tossici scaricati in acque di processo, con diluizioni che non è dato conoscere».

Particolarmente duro sono apparsi i giudizi sul commissario Adriano Goio nominato nel 2006 (e morto di recente) il quale poco o nulla avrebbe fatto relativamente alla bonifica dei luoghi. E pure sulle varie caratterizzazioni dei luoghi è stato più volte smentito da persone e carte.

 

si legge:

(GOIO): «L’ultima attività che stiamo facendo – e che abbiamo fatto in parte – è la caratterizzazione: fondamentale. Se infatti un giorno ci saranno risorse per bonificarla, la caratterizzazione è fondamentale. […] la legge numero 10 mi ha affidato 50 milioni di euro, che di fatto sono diventati 48 perché la spending review ne ha tagliati una parte. Attualmente, ho in contabilità speciale questi 48 milioni di euro, in piccola parte spesi, ma comunque le risorse che ho – la legge è specifica e puntuale – servono per mettere in condizione le aree o alcune aree del SIN di Bussi di essere reindustrializzate».

Non si può non rilevare che queste sono affermazioni rese nell’aprile 2015 da un soggetto che svolgeva le sue funzioni dal marzo 2006 e, per quanto riguarda le criticità ambientali in loco dall’ottobre 2007.

Nella medesima sede risulta altrettanto singolare l’affermazione circa la mancata conoscenza degli sviluppi industriali possibili del sito. Il Commissario, dopo aver affermato «vi è una società che ha fatto delle avance al comune e al Ministero dell’ambiente, proponendo di assumere il tutto, ma solo una volta che sia stata realizzata la maggior parte dei lavori di bonifica», alla domanda della Commissione su quale fosse la società, ha risposto «non conosco il nome della società, ma credo che sia di un certo signor Filippi, che ha un’attività di confezionamento di prodotti farmaceutici».

Il commissario, poi, nonostante quanto detto sulla dotazione finanziaria, in effetti non impiegata per attività di bonifica, aggiunge “l'invito che rivolgo a una Commissione come la vostra è soprattutto quello di verificare se ci siano da grattare ancora risorse, perché c’è il bisogno di un mare di risorse”.


Nell’audizione del 28 maggio 2015 il sindaco di Bussi sul Tirino ha espresso le sue posizioni con riferimento alla storia industriale del luogo, sposando senz’altro, come gli sviluppi successivi hanno confermato, la tesi della necessità di persistenza di attività produttive, e lamentando l’inazione di altri organi pubblici:

«Se fosse stato approvato il piano di caratterizzazione nel 2001, Montedison avrebbe dovuto iniziare la messa in sicurezza dopo 48 ore. Se fosse stato approvato nel 2004, Solvay avrebbe dovuto mettere in sicurezza il sito dopo 48 ore […] Il piano di caratterizzazione è stato approvato il 6 febbraio 2015, sulla scorta dei piani presentati nel 2004, 2005, 2006 e 2007, integrati da ulteriori ricerche e validazioni dell’ARTA […] nessuno ha un’idea certa di quante risorse finanziare servano per bonificare veramente tutta l’area. Non c’è mai stata una presa di posizione da parte dello Stato, che non ha mai detto se su quel territorio ci mette una lira o un centesimo. Le uniche risorse che sono state trovate, grazie al lavoro di alcuni parlamentari abruzzesi, sono quelle individuate all’interno dei fondi del terremoto. Si tratta di 50 milioni di euro destinati a Bussi».

RIFIUTI SOTTERRATI E SORGENTI CONTAMINATE E DIMENTICATE

Nella relazione si legge ancora:

l'inquinamento dai siti di origine ha interessato in misura rilevante anche il Campo Pozzi Sant'Angelo; a partire dagli anni '80, il Campo Pozzi Sant'Angelo, almeno per oltre due decenni (per i quali esistono dati di monitoraggio) ha contribuito a trasferire le sostanze inquinanti dall'acqua di falda nella rete dell'acquedotto Giardino; le misure di mitigazione del rischio sono state in molti casi inadeguate ed intempestive e la contaminazione della rete di distribuzione dell'acqua potabile è stata a più riprese documentata anche ai punti di utenza diretta, anche per evidente inefficienza dei trattamenti posti in essere”; rilevando poi che “gli elementi di definizione della pericolosità per la salute correlati all'utilizzo delle acque e le valutazioni effettuate in merito, sono anche evidentemente affetti da notevole sottostima, in quanto basati su limitati elementi informativi, in molti casi acquisiti con notevole distanza temporale rispetto ai fenomeni da controllare”.

LE COLPE DELLA POLITICA IN 40 ANNI:

Uno degli elementi di cui tenere conto nella ricostruzione della vicenda che ha interessato il sito sotto il profilo dell’inquinamento delle acque è che, come hanno chiarito i ricercatori dell’Istituto superiore di sanità, consulenti dell’Avvocatura di Stato nel processo svoltosi in corte di assise a Chieti, “sull’arco temporale del ciclo produttivo, dal 1960 al 2010, non ci sono stati monitoraggi fino agli anni settanta – se non molto sporadicamente – per alcune sostanze, peraltro con metodi analitici sicuramente limitati nel tempo. È stata accesa una piccola lampadina in certi anni e poi, dal 2004 – ma più compiutamente dal 2006 – sono state ricercate le varie sostanze”.

E’ quindi plausibile pensare che la popolazione sia stata esposta agli effetti di sostanze tossiche di origine industriale in un arco temporale molto ampio senza che ve ne sia stata evidenza analitica (e neppure epidemiologica): i consulenti dell’Istituto superiore di sanità parlano di “significative frequenze e concentrazioni di composti alifatici clorurati, tra cui alcuni cancerogeni, con possibile sospetto meccanismo di tipo genotossico”.

160714_Relazione Bussi Per Resoconto