IMMIGRAZIONE

Centri di accoglienza: «entra solo chi sta bene». Consigliere comunale chiede certificato medico

La proposta di Giuseppe Zunica

WhatsApp 328 3290550

Reporter:

WhatsApp 328 3290550

Letture:

167

Centri di accoglienza: «entra solo chi sta bene». Consigliere comunale chiede certificato medico

ABRUZZO. Chiedere un certificato sanitario ai migranti che saranno ospitati nella struttura ricettiva Rocca dei Borboni di Civitella del Tronto è discriminazione razziale?

La domanda è del consigliere comunale di Inversione di Rotta, Giuseppe Zunica, che vorrebbe praticamente imporlo a tutti gli ospiti che a breve arriveranno nella struttura del comune abruzzese. Insomma, entra solo chi sta bene e gode di ottima salute al contrario di quello che avviene oggi dove l’ospitalità viene garantita a tutti e chi ha qualche malattia-patologia viene poi curato di conseguenza.

All’arrivo nei centri di accoglienza, infatti, gli ospiti vengono sottoposti ad uno screening e solo dopo il risultato si conosce nel dettaglio la loro situazione.

«Non sono contro l’accoglienza», assicura Zuniuca, «ma esigere un certificato medico serve a tutelare la sicurezza e la salute dei nostri cittadini e dei nostri turisti, perché è inaccettabile che gli enti locali, a cominciare da mete turistiche rinomate come la nostra, debbano farsi carico e pagare le conseguenze della mancanza di una politica adeguata da parte del governo nazionale in tema di immigrazione, accettando pedissequamente ciò che gli "cala dall'alto"».

Così la richiesta di Zunica è chiara e la gira direttamente al sindaco Cristina Di Pietro alla quale chiede di approntare «in brevissimo tempo» atti amministrativi «che impediscano a soggetti provenienti da paesi africani e asiatici privi di regolare certificato sanitario attestante le condizioni sanitarie e l'idoneità a soggiornare, di essere ospitati nelle strutture di accoglienza situate nel Comune di Civitella del Tronto».

Il caso di tubercolosi registrato su un immigrato che da qualche mese vive nel centro di accoglienza di Roseto ha di certo creato apprensione anche se l’Asl di Teramo ha confermato che è tutto sotto controllo.

Ma soprattutto si pensa (e anche Zunica lo dice) che l’ondata di immigrati nella penisola italiana sia responsabile anche del rifiorire di una malattia «ormai debellata» (parole del consigliere comunale) come la tubercolosi. E’ proprio così?


LA TUBERCOLOSI E’ STATA DEBELLATA?

Nel decennio dal 2004 al 2014, in media, sono stati notificati annualmente, circa 4300 casi di tubercolosi e il 52% del totale dei casi notificati si sono verificati in soggetti stranieri.

Sempre nello stesso periodo si è verificato un costante aumento della proporzione di casi notificati tra “cittadini non italiani” (dal 44% del 2005 al 66% del 2014), soprattutto nelle classi di età giovani e adulte.

In media, il 40% dei casi notificati in soggetti di nazionalità straniera si ammalano di Tb durante i primi due anni dalla data di arrivo nel nostro Paese. (Dati provvisori – Fonte: Ministero della salute, DG Prevenzione Sanitaria, Ufficio V Malattie infettive e profilassi internazionale).

In Abruzzo sono notificati circa 70-80 casi di tubercolosi all'anno, di cui il 70% in italiani e la restante casistica a stranieri ( questo secondo dati pubblicati fino al 2011, con un trend che al momento sembra stabilizzato su questi numeri).

Da questi numeri si capisce che la TBC non solo non è scomparsa, ma rappresenta una grossa preoccupazione di sanità pubblica, anche per il numero di casi resistenti agli antibiotici che aumentano i costi di assistenza, i tempi di ricovero in ospedale e il pericolo di diffusione della malattia.

I casi che pervengono all'osservazione dell'ospedale sono ricoverati in regime di isolamento, con camera di degenza dedicata, fino a quando termina la contagiosità (che non significa essere guariti, la terapia antibiotica deve essere fatta per sei mesi o nei casi resistenti agli antibiotici per un anno).

Il contagio avviene per via respiratoria e, secondo la definizione dell'organizzazione mondiale della sanità, per contrarre l'infezione è necessario condividere lo stesso spazio confinato per almeno due ore con il malato. Comunque dopo la notifica del caso da parte dell'ospedale, il dipartimento di prevenzione effettua l'indagine epidemiologica, individua i contatti del malato e li sottopone a screening (radiografia e test di laboratorio)

Il problema sono i casi che non vanno in ospedale, o ci vanno troppo tardi per intervenire con lo screening.