LA DECISIONE

Niente diritto all’oblio per l’ex terrorista: la storia non si cancella e nemmeno gli articoli

Decisione importante del Garante della Privacy su fatti di 40 anni fa

Redazione Pdn

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Niente diritto all’oblio per l’ex terrorista: la storia non si cancella e nemmeno gli articoli


ITALIA. La storia non si cancella e nemmeno gli articoli. E' il principio sancito dal Garante privacy nel dichiarare infondato il ricorso di un ex terrorista che chiedeva la deindicizzazione di alcuni articoli, studi, atti processuali in cui erano riportati gravi fatti di cronaca che lo avevano visto protagonista tra la fine degli anni 70  e i primi anni 80.

Dunque fatti risalenti anche a 40 anni fa, un lasso di tempo abbastanza ampio che secondo molti presunti tecnici del diritto avrebbe potuto giustificare il diritto più in voga di questi tempi: il diritto all’oblio.  

L'interessato che, tra detenzione e misure alternative ha finito di scontare la pena nel 2009, si era rivolto in prima battuta a Google chiedendo la rimozione di alcuni url e dei suggerimenti di ricerca che vengono visualizzati dalla funzione di "completamento automatico" digitando il nominativo nella stringa di ricerca (ad es., inserendo nome e cognome dell'interessato compare la parola terrorista).

Di fronte al mancato accoglimento delle sue richieste da parte di Google, l'interessato  ha presentato un ricorso al Garante sostenendo di non essere un personaggio pubblico ma un libero cittadino al quale la permanenza in rete di contenuti così risalenti nel tempo e fuorvianti rispetto all'attuale percorso di vita, cagiona gravi danni dal punto di vista personale e professionale.

Nel dichiarare infondato il ricorso, l'Autorità ha rilevato che le informazioni di cui si chiede la deindicizzazione fanno riferimento a reati particolarmente gravi, che rientrano tra quelli indicati nelle Linee guida sull'esercizio del diritto all'oblio adottate dal Gruppo di lavoro dei Garanti privacy europei nel 2014, reati per i quali le richieste di deindicizzazione devono essere valutate con minor favore dalle Autorità di protezione dei dati, pur nel rispetto di un esame caso per caso. Secondo il Garante, poi, le informazioni hanno ormai assunto una valenza storica, avendo segnato la memoria collettiva.

Esse riguardano una delle pagine più buie della storia italiana, della quale il ricorrente non è stato un comprimario, ma un vero e  proprio protagonista. Inoltre, nonostante il lungo lasso di tempo trascorso dagli eventi l'attenzione del pubblico è tuttora molto alta su quel periodo e sui fatti trascorsi, come dimostra l'attualità dei riferimenti raggiungibili mediante gli stessi url.

Il Garante ritenendo quindi prevalente l'interesse del pubblico ad accedere alle notizie in questione, ha dichiarato infondata la richiesta di rimozione degli url indicati dal ricorrente ed indicizzati da Google.

L'Autorità ha inoltre dichiarato non luogo a provvedere sulla rimozione dei suggerimenti di ricerca nel frattempo eliminati da Google e su un url di un articolo non più indicizzabile da quando l'archivio del quotidiano che lo aveva pubblicato è divenuto una piattaforma a pagamento.



Quello del ricorso al diritto all’oblio purtroppo è una pratica molto in voga e che colpisce da oltre sette anni in prima istanza il nostro quotidiano che è impegnato a difendersi in almeno 30 istanze di personaggi i quali, dopo aver minacciato azioni legali attraverso i loro avvocati, hanno approntato vari ricorsi intimando la cancellazione di articoli recentissimi (anche di pochi mesi) accampando motivazioni che se accolte andrebbero a stravolgere l’ordinamento italiano ed il diritto di cronaca come hanno già fatto le due sentenze di Ortona del 2010 che hanno dato la stura a tutto questo.

Dopo quasi sette anni  per fortuna anche i giudici hanno iniziato a comprendere dinamiche e norme del diritto all’oblio. Per esperienza personale non possiamo dire lo stesso degli avvocati che, invece, di sconsigliare azioni (che finora si sono dimostrate tutte infruttuose) sottoscrivono ricorsi aberranti con il solo scopo di intimidire cronisti e giornali. Esemplare il caso di uno stesso ricorso presentato per la seconda volta dopo una prima sconfitta (senza peraltro pagare le spese legali imposte dal giudice perchè il ricorrente è “nullatenente”) ma che l’avvocato ha ripresentato ugualmente ben sapendo che, comunque vada, a perdere sarà comunque il giornale.

E minacciare azioni legali raggiunge praticamente sempre iil fine richiesto presso tutte le altre testate. Non la nostra che da sempre persegue fini di interesse pubblico e combatterà sempre ogni rigurgito estremista volto alla censura, seppure postuma, specie se arriva da persone che vogliono far dimenticare i loro guai giudiziari magari (persino in corso).

La storia non si cancella, così come le notizie anche se fanno male.