L'OPERAZIONE

Maxi confisca da 324 mln euro all'impero di Oliveri

Procuratore: "c'è pericolosità sociale"

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Maxi truffa alla Ue, al via il processo a Teramo per Oliveri e altri

Vincenzo Oliveri

ABRUZZO. Una maxi confisca di beni da 324 milioni di euro è in corso di esecuzione, da parte del personale della Direzione investigativa antimafia di Reggio Calabria, nei confronti di un imprenditore del settore oleario con interessi anche nei comparti alberghiero, immobiliare e dei servizi in Calabria (in particolare nella piana di Gioia Tauro e nella provincia di Catanzaro), ma anche in Abruzzo e in Toscana.

L'intero capitale sottoposto a confisca, stimato in oltre 324 milioni di euro, è costituito dal patrimonio aziendale e societario di numerose società, immobili, autoveicoli e rapporti finanziari.

Maggiori dettagli saranno forniti durante una conferenza stampa che si terrà, alle 10.30 presso il Centro operativo della Dia di Reggio Calabria, a cui parteciperà anche il procuratore della Repubblica Federico Cafiero de Raho.

 CONFISCATO UN IMPERO

Societa', immobili, automezzi, titoli finanziari: e' un vero proprio impero economico, il cui valore e' stimato in 324 milioni di euro, quello confiscato stamane dalla Dia di Reggio Calabria a Vincenzo Oliveri, 62 anni, noto imprenditore operante nel settore oleario con interessi nel comparto alberghiero, in quello immobiliare e dei servizi, in Calabria - in particolare nella piana di Gioia Tauro e nella provincia di Catanzaro - ma anche in Abruzzo e in Toscana.

La Dia ha eseguito un decreto emesso dal Tribunale di Reggio Calabria.

Oliveri, figlio del defunto Matteo Giuseppe, e' socio, insieme al fratello Antonio, di 51 anni, in numerose iniziative imprenditoriali avviate sin dai primi anni Ottanta e culminate con la costituzione di un vero e proprio impero imprenditoriale le cui attivita', partendo dal settore oleario, si sono diversificate nel tempo soprattutto in quello alberghiero di lusso.

Oliveri e' stato coinvolto in diversi procedimenti penali per la commissione di reati associativi finalizzati alla commissione di truffe aggravate, frode in commercio, emissione ed utilizzazione di fatture per operazioni inesistenti, conclusi con provvedimenti di prescrizione o amnistia.

Di recente era stato arrestato per i reati di associazione a delinquere, truffa aggravata ed altro, in ordine all'indebita percezione di contributi erogati a favore di aziende facenti parte del suo Gruppo imprenditoriale. Per i giudici del Tribunale reggino i motivi della confisca sono basati sull'ingente patrimonio accumulato dall'imprenditore nel tempo, considerato frutto di attivita' imprenditoriali illecite , oltre che sulla sproporzione tra i redditi dichiarati e quelli percepiti.

La confisca ha riguardato 15 societa' (di cui e' stata disposta la confisca della sola quota dell'imprenditore), 88 immobili, 7 autoveicoli, 385 titoli comunitari (aiuti all'agricoltura) che gli davano diritto a percepire dall'Agea la somma di circa 1,6 milioni di euro annui, e svariati conti correnti societari e personali. Le aziende confiscate - e' stato precisato - proseguiranno comunque la loro attivita' tramite amministratori giudiziari.


LEGALI: «NO COLLUSIONE»

«Nel caso di specie non si è trattato di misura di prevenzione patrimoniale applicata a soggetto ritenuto colluso con ambienti di 'ndrangheta. La confisca disposta dal Tribunale di Reggio Calabria, è stata applicata nei confronti di soggetto cosiddetto 'genericamente pericoloso'». E' quanto affermano, in una dichiarazione congiunta, gli avvocati Giuseppe Fonte e Salvatore Staiano legali dell'imprenditore di Gioia Tauro destinatario della maxiconfisca per 324 milioni eseguita dalla Dia di Reggio Calabria. «La misura applicata, che riteniamo il risultato di un errore giurisdizionale - proseguono i due legali - attese le emergenze peritali acquisite agli atti del processo, saranno nei prossimi giorni impugnate in sede di appello».

«C’E’ PERICOLOSITA’ SOCIALE»

«L'operazione è rilevante non solo per il notevole valore dei beni confiscati, ma per la ricostruzione dei passaggi fiscali e societari effettuati dalla Dia di Reggio Calabria che hanno permesso al Tribunale della Prevenzione di emettere la sentenza di confisca».

A dirlo, incontrando i giornalisti, è stato il procuratore della Repubblica di Reggio Calabria Federico Cafiero de Raho in merito alla confisca da 324 milioni di euro all'imprenditore Vincenzo Oliveri.

«Da qui - ha aggiunto de Raho - l'applicazione a carico dei soggetti indagati della pericolosità sociale e la contestazione della provenienza illecita dell'enorme patrimonio. Ancora una volta voglio sottolineare lo straordinario impegno di lavoro dei colleghi del Tribunale per le Misure di Prevenzione, che operano soltanto in tre, che hanno permesso con il lavoro questo grandissimo risultato».

«Il gruppo Oliveri - ha detto il capo centro della Dia, colonnello Gaetano Scillia - ha tentato di alterare i risultati economici, denunciando, per esempio, una resa produttiva di dieci volte superiore alla qualità media dei loro terreni, ottenendo la possibilità di ricevere dall'Agea contributi per 1,6 milioni di euro all'anno. Un raggiro, però, che abbiamo scoperto grazie allo studio effettuato dall'Ismea. Ed ancora: 85 milioni percepiti grazie alla '488', 15 milioni dall'ex Aima, in tutto cento milioni in contanti. Un vorticoso giro di affari che però era sempre sfuggito ai rigori della legge grazie alle prescrizioni intervenute. Tutte le aziende confiscate stanno comunque proseguendo le attività regolarmente ed affidate dall'autorità agli amministratori giudiziari».

Cafiero de Raho, infine, ha auspicato che «la proposta di legge di riforma dei reati contro la Pubblica amministrazione in discussione in commissione Giustizia al Senato possa prevedere la confisca dei beni non solo per il corrotto, ma anche per il corruttore».


ANTONIO OLIVIERI ESTRANEO AI FATTI

Vincenzo Oliveri, destinatario dei provvedimenti della magistratura calabrese è fratello di Antonio Oliveri, che da moltissimi anni risiede a Giulianova (Teramo) e che sotto la gestione del commendator Pietro Scibilia (scomparso il 20 gennaio del 2013), fra il 1987 e il 1989 e poi tra il 1991 e il 2004, è stato il numero due del Pescara Calcio. Antonio Oliveri, era legato alla famiglia Scibilia in quanto marito di una delle figlie dell'ex patron biancazzurro. Vincenzo Oliveri, non ha invece mai avuto ruoli o incarichi operativi nella società biancazzurra e non ne ha mai fatto parte. La famiglia Oliveri in Abruzzo conta interessi soprattutto nel campo alberghiero. Antonio Oliveri, che oggi preferisce non rilasciare dichiarazioni, risulta comunque del tutto estraneo alla confisca delle ultime ore.