IL FATTO

Chieti, donna salvata in clinica dal medico cacciato dall’ospedale pubblico

Tenaglia non lavora più al Policlinico dalla scorsa primavera

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il prof. Raffaele Tenaglia

il prof. Raffaele Tenaglia

CHIETI. Si conclude dopo un lungo anno di peripezie il noto e grave episodio che ha riguardato la critica d’arte Adriana Martino, operata d’urgenza ad aprile 2015 e salvata dal professor Raffaele Tenaglia, ex primario di Urologia all’ospedale di Chieti.

Un caso molto complesso dal momento che la donna è affetta da una malattia rara, la sensibilità chimica multipla. Questo vuol dire che la paziente è mortalmente sensibile ad ogni sostanza chimica ed elettromagnetica. Chi ne è affetto non può ricoverarsi in un ospedale ordinario e anche un intervento chirurgico può essere fatale.

Ma la scorsa primavera Tenaglia ha deciso di intervenire personalmente sulla paziente dopo essere stato contattato dal figlio della donna e l’operazione è perfettamente riuscita. Ma il capitolo non si è chiuso lì.

«La vicenda», racconta Sos Utenti che ha seguito il caso della paziente, «ha contribuito a evidenziare l’inattualità e le stravaganze delle nostre strutture ospedaliere, tra l’impreparazione di medici e ausiliari verso il crescente numero di malati intolleranti alla chimica, per i quali il Ministero della Salute e l’Istituto Superiore di Sanità non prevedono alcun protocollo, disinteressandosi del ben 10% della popolazione, colpita, per questioni fondamentalmente ambientali, da tossicità o immunodeficienza».


LA SECONDA PARTE DELL’INTERVENTO

L’intervento della donna, riuscitissimo dal punto di vista chirurgico per tutte le misure di sicurezza e tutela approntate, in autonomia e fuori protocollo, a proprio rischio, dall’allora primario di Urologia, Raffaele Tenaglia, ha però incontrato non pochi problemi nella stessa struttura ospedaliera, per i dissidi tuttora irrisolti tra la Asl e il noto chirurgo, sospeso da maggio 2015 dal suo ruolo.

Tenaglia è stato allontanato dopo la condanna di primo grado a 2 anni per peculato, cioè per quel caso di visite private fatte in ospedale senza trasferire nelle casse della Asl l’80 per cento delle parcelle percepite. Lui è ricorso al Tar che però ha confermato la sospensione voluta dall’ex manager Zavattaro.

E nei dissidi interni a rimetterci sono i pazienti. Così uno stent uretrale che andava rimosso dopo un mese dall’intervento, è diventato un’avventura medica.


E A CHIETI LE DICONO… VAI DA TENAGLIA

«In autunno 2015», racconta Sos Utenti, «l’ospedale di Chieti fallisce nel tentativo di rimozione dello stent, la paziente viene invitata dai medici del reparto di urologia a rivolgersi al professor Tenaglia, non più attivo nella struttura proprio per la sospensione della Asl. I seri problemi della presenza della protesi si sono risolti, a seguito di varie peripezie, dopo un anno, tra infezioni e rischi ulteriori nel disordine che tutti conoscono della sanità».

Non potendo trattenere il corpo estraneo dello stent all’infinito e data la problematicità del caso che richiedeva necessarie attenzioni o adeguate soluzioni, anche per la presenza della sensibilità chimica allo stesso materiale, è stato necessario rivolgersi, d’obbligo a Tenaglia che è intervenuto in una struttura sanitaria privata, la clinica “Qui Si Sana”, di Roma, e tutto è stato risolto.


«MI HA SALVATO LA VITA»

«Sono riconoscente e grata al professor Tenaglia», commenta Adriana Martino, «che ad aprile 2015 mi ha salvato la vita. Nutro per lui eterna devozione. Per il resto è stato come uscire viva da un lager, tra gli accanimenti terapeutici condotti a vario titolo su di me e l’aggressività di qualcuno tra gli ausiliari, quando rifiutavo - per consapevolezza dei danni a cui andavo incontro com’è poi stato - alcune terapie o farmaci. La difficoltà tuttora è quella di riuscire ad articolare un possibile discorso sull’esperienza, violenta, nella corsia dell’ospedale da parte di alcuni medici e infermieri, dopo il validissimo, straordinario intervento chirurgico di Tenaglia. La ricostruzione sul piano emotivo e di catastrofe, per me, sta avvenendo solo ora. Solo ora riesco a metabolizzare l’inutile disagio e pericolo post operatorio a cui sono stata esposta a motivo di diatribe interne alla Asl. Tuttavia il responsabile numero uno rimane il Ministero della salute che non produce protocolli e istruzioni di soccorso o intervento nei confronti di certe patologie lasciando misconosciute tra l’altro tutte le ipotesi non solo di intervento ma anche di prevenzione».