LE MOTIVAZIONI

Bussi bis, «imprudenza e imperizia» nel somministrare acqua avvelenata ma la prescrizione li salva

Catena assolto invece con formula piena

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Bussi bis, «imprudenza e imperizia» nel somministrare acqua avvelenata ma la prescrizione li salva

 


PESCARA. Salvati dalla prescrizione ma di fatto colpevoli per aver immesso nella rete acquedottistica acque destinate all’alimentazione umana, contaminate da sostanze altamente tossiche.

 

Sono chiare le motivazioni depositate nelle scorse settimane dal giudice Mariacarla Sacco nell’ambito del procedimento Bussi bis, uno stralcio del filone processuale principale, legato alla scoperta della discarica di rifiuti tossici Tremonti, effettuata nel 2007 a Bussi sul Tirino (Pescara).

Dal momento che la pena per il reato di distribuzione colposa di acqua avvelenata è al massimo di 5 anni Giorgio D'Ambrosio, all'epoca dei fatti presidente dell'Ato, Bartolomeo Di Giovanni, direttore generale dell'Aca, Lorenzo Livello, direttore tecnico dell'Aca Spa e Roberto Rongione, responsabile del Servizio Sian della Asl di Pescara, si sono salvati: passato troppo tempo (dal 2007), prescrizione scattata (il 4 luglio 2012).

Le parti civili avevano chiesto complessivamente un risarcimento per danni di immagine, alla salute e patrimoniali, di oltre 23 milioni e 250 mila euro ma con questo tipo di sentenza non si delibera alcun risarcimento, perchè la prescrizione in primo grado travolge qualsiasi effetto di tipo civilistico.

I difensori degli imputati avevano chiesto l'assoluzione per i loro assistiti.

La vicenda è quella tristemente nota che tiene banco da ormai 10 anni e che ha regalato scandali dentro scandali. Quello della somministrazione di acqua avvelenata diluita è solo una parte della storia che ha messo in luce condotte gravissime di moltissimi pubblici ufficiali e se dal punto di vista giudiziario a salvarli ci ha pensato la prescrizione a livello politico e morale a salvarli ci ha pensato la casta degli amministratori e della politica stessa se è vero che molti di quei personaggi sono ancora pienamente attivi, alcuni dei quali persino seduti sulle stesse poltrone di allora.



«IMPRUDENZA E IMPERIZIA»

Ma il giudice è chiaro, sposa la tesi dei periti del pm secondo i quali l’acqua è stata sempre potabile al rubinetto e specifica che nessuna azione dolosa (con volontà) da parte degli imputati è stata messa in atto ma una azione dettata dalla «imprudenza, negligenza e imperizia» ma anche inosservanza delle disposizioni del decreto legislativo 31/01.

Il giudice  riconosce, dunque, la colpa di aver immesso nella rete acquedottistica  acque «contaminate da sostanze altamente tossiche emunte dai pozzi Campo Sant’Angelo e sottolinea che gli imputati, vista la loro posizione, erano obbligati a vigilare, controllare e soprattutto informare la popolazione.



CATENA ASSOLTO

Diversa la posizione di Bruno Catena,  presidente del cda dell’Aca da maggio 2005 a dicembre 2008, assolto «perché il fatto non costituisce reato».

L’unico atto riferibile a Catena è la sottoscrizione di una istanza, nell’agosto del 2007, nella quale Ato e Aca insieme richiedevano la riapertura dei pozzi in base alla conformità dei valori post filtro. Una richiesta che peraltro non venne accolta dal commissario Goio.

La riapertura avvenne solo in base ad un ordine dell’Ato, all’epoca presieduta da Giorgio D’Ambrosio.

Ma Catena, sottolinea il giudice, non può essere ritenuto in alcun modo responsabile dal momento che «le scelte tecniche inerenti le qualità organolettiche e chimiche delle acque distribuite venivano affidate, nella gestione dell’Aca, al controllo di altri organi, ovvero del direttore generale e direttore tecnico e non al presidente del cda al quale non compete istituzionalmente alcun obbligo o funzione tecnica in tema di analisi».

La sentenza non dice se Catena sapesse della miscelazione delle acque.

 


L’ATTO DI IMPERIO

Per il giudice risulta, invece, accertato che dopo le segnalazioni effettuate da Asl e Arta nel 2004 l’Aca, con note firmate da Livello e Di Giovanni, ha tranquillizzato sulla non persistenza dell’inquinamento sempre al di sotto delle soglia minima prevista e al tempo stesso ha proceduto con la miscelazione delle acque emunte dai pozzi inquinati con quelle (buone) dell’acquedotto Giardino. Una operazione «non consentita, anzi espressamente vietata», sottolinea il giudice.

A giugno del 2005 anche il Ministero dell’Ambiente stigmatizzò il  ricorso alla miscelazione vietata e nella sentenza si sottolinea il comportamento di D’Ambrosio che ad agosto 2006, gennaio 2007, luglio 2007 ordinò la riapertura dei pozzi chiusi a novembre del 2005 in quanto c’erano dei filtri.

Ma lo stesso D’Ambrosio, contesta il giudice, «non assicurò un programma effettivo di loro manutenzione e sostituzione» nonostante fosse chiaro che i filtri «non erano assolutamente in grado di impedire l’immissione in rete del tetracloruro di carbonio e di idrocarburi totali che tra ottobre 2006 e agosto 2007, come accertato dall’Arta venivano rilasciati in concentrazioni superiori a quelle stabilite dall’Oms e addirittura superiori a quelle pre-filtro».

Ad agosto 2007 fu il commissario Goio a firmare un decreto per la chiusura dei pozzi ma l’Aca e l’Ato, 7 giorni dopo, si opposero sostenendo che fosse tutto in regola.

Goio non accolse l’istanza, si ricostruisce nella sentenza, e D’Ambrosio ad agosto 2007 ordinò all’Aca di riaprire i pozzi 4 e 6 utilizzando un parere reso alla regione dall’Istituto Superiore di Sanità del 6 agosto nel quale si diceva chiaramente che «l’esistenza di discariche di rifiuti tossici in aree a monte della zona di captazione di acque da destinare al consumo umano configura una situazione di potenziale rischio per la salute umana in relazione alla non prevedibile contaminazione delle acque sotterranee in seguito al rilascio di composti oraganoalogenati volatili».



«CONSUMATORI ANDAVANO INFORMATI»

Il giudice scrive nella sentenza anche che nel maggio del 2005 Asl, Ato e Aca erano a conoscenza dell’inquinamento delle falde dove attingevano i pozzi Sant’Angelo ed erano a conoscenza della sussistenza dei superamenti previsti dalla legge, sia al punto di prelievo che alla distribuzione, ma omisero di informare i consumatori che secondo la legge dovevano invece essere informati.

Perché se è vero, si sottolinea in sentenza, che superamenti dei limiti di entità modesta e per periodi limitati non costituiscono obbligatoriamente un rischio per la salute, chi è chiamato a vigilare sulle qualità delle acque deve rientrare al più presto nei limiti, individuare la causa della contaminazione e informare la cittadinanza.


Alessandra Lotti