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Ospedale Atessa, «mio padre trattato come merce». Il disperato racconto di una figlia

La segnalazione arrivata anche sul tavolo dell’assessore Paolucci

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LANCIANO. Un padre malato, costretto a letto da un anno, muore dopo una crisi respiratoria e tre trasferimenti nel giro di una decina di giorni: casa- pronto soccorso di Lanciano, ospedale di Atessa e di nuovo ospedale di Lanciano.

I parenti erano a conoscenza del quadro clinico gravissimo dell’uomo ma non si rassegnano al trattamento ricevuto da parte di alcuni sanitari. Un comportamento ancor più difficile da digerire perché vissuto in uno dei momenti più drammatici della propria esistenza.

Ci sono medici bravi, sensibili, coscienziosi, non ci sono dubbi. Sono tantissimi, per fortuna. Ma ci sono anche professionisti che, stando alle sensazioni dei pazienti e dei loro familiari, mettono da parte la sensibilità, la delicatezza e l’umanità rendendo ancora più difficile un percorso tutto in salita.

Storie di questo tipo non sono rare. L’ennesima è arrivata solo qualche settimana fa a Cittadinanza Attiva diretta da Aldo Cerulli ed è stata girata per conoscenza anche all’assessore alla Sanità, Silvio Paolucci, che però pare che non si sia appassionato all’argomento.

Ma la vicenda merita di essere raccontata, perché anche questa è la sanità che viviamo e spesso subiamo.

Agli inizi di marzo, a seguito di una insufficienza respiratoria il papà di Maria (nome di fantasia), allettato da un anno e assistito anche grazie all’assistenza domiciliare integrata, viene portato al pronto soccorso di Lanciano.

Una radiografia toracica evidenzia una polmonite in atto. Il medico sostiene che l’anziano debba essere riportato a casa anche perché sta già seguendo una cura antibiotica. Maria insiste per farlo restare in ospedale: è fine settimana e gli infermieri dell’assistenza domiciliare non ci sono.

Accontentata: il paziente resta anche perché con il cambio turno il medico che arriva non è d’accordo con il collega che ha appena ‘staccato’. Le condizioni sono critiche. L’uomo deve restare lì.

La notte è difficile, il medico del giorno dopo insiste nuovamente per portare il paziente a casa  perché la fase è irreversibile. E la figlia non capisce: «ma se non sono i malati gravi a ‘meritarsi’ un ricovero ed una assistenza chi altro?»


I GIORNI ALL’OSPEDALE DI ATESSA

L’uomo viene così spostato all’ospedale di Atessa, senza grosse speranze. E’ chiaro e non lo si nasconde a nessuno: è tutto inutile. I parenti sono preparati al peggio ma vorrebbero un ‘accompagnamento’ dignitoso.  

E infatti si registra un ulteriore aggravamento. Al paziente viene fatta una tac al cranio che però i parenti non comprendono: il problema era un altro e la degenerazione cognitiva era già acclarata.  Si va avanti: subentra la febbre e difficoltà respiratorie.

Come se non bastasse Maria racconta di aver chiesto al medico di controllare nuovamente il padre ma si sarebbe sentita rispondere che aveva altro da fare che ritornare sul problema e che il «peggioramento era normale».

«Forse mio padre non meritava attenzione?», domanda sconfortata la figlia. «Comunque sono stata liquidata».

Il padre è sempre più sofferente, senza filtri il medico entra in camera e parla di un quadro gravissimo, «incurante della sua sensibilità e del suo stato».

«Ho visto mio padre più volte piangere», racconta disperata la figlia che nella sua lettera arrivata nelle mani dell’assessore Paolucci inserisce anche il nome e cognome del medico ‘rude’. Peggiora ancora, «il vecchiarello» sta morendo, si sente dire e il papà perde anche la dignità del suo nome e del suo cognome. E poi l’atto finale: «il medico ha iniziato ad inveire in stanza contro l’ospedale di Lanciano che aveva inviato un malato così grave. Forse era inutile curarlo? Se l’è presa con me», ribadendo la gravità e dicendo alla famiglia di portarlo a casa.


SI TORNA A LANCIANO

A questo punto c’è un trasferimento di urgenza all’ospedale di Lanciano che secondo i medici di Atessa «doveva riprendersi il paziente come merce resa», riferisce la figlia.  Lì la crisi più grave: viene garantita l’assistenza durante la fase finale e mezz’ora dopo l’uomo muore «in un’atmosfera serena, assistito umanamente e clinicamente dal personale medico e infermieristico».

«Ringrazio i medici di Lanciano», dice la donna che chiede però che all’ospedale di Atessa qualcuno imponga modi comunicativi «più idonei, sensibilità maggiore verso i pazienti, anziani e deboli».

Alessandra Lotti