SANITA'

In ospedale per due volte e dimessa: anziana muore dopo 15 giorni

I parenti: «sospetti di dimissioni affrettate» denunciano il caso al Tribunale per i diritti del malato

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ALDO CERULLI TDM CHIETI

Aldo Cerulli, Tdm

 

LANCIANO. Un lutto, una persona anziana morta dopo due ricoveri, il dolore e l’amarezza ma anche qualche dubbio sulle cure mediche e l’assistenza.

 

E’ una lettera essenziale, pacata nei toni ma che fa trasparire tutto il dolore per una perdita che lascia dietro di sé anche l’atroce dubbio che qualcosa di più si poteva fare e non sgombera il campo dall’ipotesi -se non di qualche errore- almeno di grossolana approssimazione.

Questa è l’ipotesi che aleggia nella lettera dei familiari di una donna di 92 anni deceduta qualche settimana fa dopo essere ricorsa alle cure mediche dei sanitari dell’ospedale di Lanciano nel mese di marzo.

  

«A parte i dubbi sulle dimissioni improprie e sulle conseguenti valutazioni sui provvedimenti sanitari siamo rimasti sconcertati dall'arroganza sia del personale medico che di quello infermieristico», scrivono i parenti al Tribunale per i diritti del Malato.

 

La storia è quella di una famiglia che, dopo lungo riflettere, si è trasferita proprio in Abruzzo per quella «idea legata ad una qualità della vita più a misura d'uomo». 

«Al nostro seguito», si legge nella lettera «c'era mia suocera (90 anni) per la quale si è reso necessario l'intervento del 118 a causa di alcuni attacchi epilettici (diagnosi di ischemia transitoria resa dai medici dopo 12 ore di stazionamento in un corridoio del Pronto Soccorso). Dopo qualche mese ho chiamato nuovamente il 118 a causa di un ulteriore attacco ischemico. Mia suocera è stata dimessa dopo una settimana con una diagnosi che parlava di "marcata congestione polmonare»; mi risulta che questa diagnosi preveda l'ospedalizzazione e non certo le dimissioni. 

Il fatto che la persona abbia 92 anni non autorizza a sottovalutare la cura che si deve prestare in un ospedale.   Mia suocera è deceduta dopo circa 15 giorni».

Fatti che raccontati così non rasserenano e andrebbero approfonditi se non altro con una risposta chiara della Asl di Chieti.

 «Mi scusi per lo sfogo», conclude la lettera del familiare, «ma sarebbe utile che le persone che vengono a contatto con questo tipo di situazione ne parlassero apertamente al fine di fare in modo che non debbano più accadere; soprattutto mi auguro che possa decadere la impropria "sudditanza psicologica" generata dalla ingiusta “autoreferenzialità” , fortunatamente caratteristica ancora di pochi medici».

«E’ necessario che tutti finalmente alzino la testa contro la sudditanza prodotta dalla autoreferenzialità di alcuni sanitari», ribadisce Aldo Cerulli, segretario regionale di Cittadinanzattiva che ha ricevuto la missiva.