LE MOTIVAZIONI

Condanna Di Orio. I giudici: «Tiberti schiacciato da minacce del ‘sultano’»

Le motivazioni della sentenza di primo grado

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Ferdinando Di Orio

Ferdinando Di Orio

L’AQUILA. «Ha sfruttato la propria posizione di supremazia in ambito universitario, con vere e proprie minacce, per indurre il docente a consegnargli le cospicue somme di denaro e altre utilità».

E poi ancora: c'è la «piena prova» di «un considerevole flusso di denaro» tra contanti e assegni dal docente dell'Università dell'Aquila Sergio Tiberti all'ex rettore Ferdinando Di Orio, «nell'ordine di circa 200 mila euro», dei quali «l'entità, la natura e la modalità dei versamenti» sono «incompatibili con le usuali regalie che possono intervenire in un rapporto di amicizia e dimostrano, piuttosto la totale sudditanza di Tiberti».

Sono questi alcuni dei passaggi salienti delle motivazioni della sentenza di condanna di primo grado a tre anni di reclusione inflitti a Di Orio con l'accusa di induzione indebita a dare o promettere utilità dal collegio giudicante del tribunale di Roma.

I giudici danno per certa anche «l’abnorme richiesta di ben 50.000 euro in un'unica soluzione» così come le richieste di pagamento di autovetture, abiti, riparazioni di carrozzeria, canone telefonico.

Un caso giudiziario che ha portato alla sospensione dell'ex rettore dalla cattedra di Storia della medicina decisa dalla rettrice, Paola Inverardi, in base alla legge Severino e ad un parere dell'avvocatura dello stato. Frase chiave, attribuita a Di Orio e riportata in aula da Tiberti, come citato nella sentenza: "Mi devi dare questi soldi, se non me li dai passerai dei guai".

Una stangata per Di Orio, condannato anche alla pena accessoria dell'interdizione dai pubblici uffici per cinque anni, alla confisca di beni o somme per 84 mila euro, a pagare un risarcimento immediato di 18 mila euro oltre a quello da stabilire con un giudizio civile e al pagamento delle spese processuali per 8 mila euro.


TIBERTI CREDIBILE

Regalie estorte sotto la minaccia di compromettere, in caso contrario, la carriera accademica e professionale del docente di Igiene dell'allora facoltà di Medicina, con il quale Di Orio aveva avuto in passato buoni rapporti: tanto che, in un'udienza del 3 marzo 2015, l'ex rettore ha definito il docente «forse il migliore amico che abbia mai avuto».

E Tiberti pagava «Per garantirsi la carriera e la serenità in ambito lavorativo». Per i giudici la vittima è «pienamente credibile» anche quando ha affermato di essersi sentito costretto a compiere quelle elargizioni dal clima intimidatorio instaurato dal rettore sia personalmente nei propri confronti, sia all'interno dell'università nella quale entrambi lavoravano.

I giudici ricordano anche che è evidente che l'appoggio del rettore era essenziale a Tiberti per poter ricoprire incarichi che gli davano lustro anche all'esterno e che il loro rapporto non era paritario visto il diverso ruolo professionale ricoperto dei due.


AMICI DA 30 ANNI

I rappori tra Tiberti e Di Orio risalivano ad oltre 30 anni prima ed erano stati inizialmente amichevoli. Dal 2001, però, in concomitanza con lo sviluppo dell'attività privata, Di Iorio, ha sempre raccontato Tiberti (e lo ha ribadito in aula nel corso del dibattimento) aveva cominciato a rivolgergli pressioni affinché gli elargisse denaro, sostenendo che aveva bisogno di soldi e che per questo Tiberti doveva fargli svolgere attività di consulenza. Si trattava di richieste manifestate «in modo cortese, ma ultimativo, che non ammetteva repliche e lasciava intendere che non c'era possibilità di rifiutare, alle quali Tiberti non riusciva a sottrarsi, perché provenivano da una persona che in ambito universitario gestiva il potere in modo assoluto, come ‘un sultano’».

Ne aveva, dunque, assecondato le pretese economiche nel corso degli anni, perché «il professor Di lorio era il padrone dell'Università e contrastarlo significava passare una serie di guai, di controlli...anche non dovuti».


«VOLEVO STARE TRANQUILLO»

Tiberti pur avendo una posizione autorevole e stimata, ha raccontato di essersi piegato - perché, secondo le parole testuali: «C'è un padrone e c'è uno schiavo» e «volevo vivere tranquillo e sereno, visto...che io sono professore a tempo parziale e che avevo anche la mia attività professionale».

VERE E PROPRIE MINACCE

Nella sentenza, dunque, si certificano anche le minacce del rettore, «progressivamente sempre meno velate, per ottenere indebite elargizioni di denaro e altre utilità».

E secondo i giudici è certo che Tiberti non ‘abbia capito male’ ma sia stato «vittima di serie e fondate minacce». Questo sarebbe provato dalla «reazione del Di lorio, attuata personalmente e per il tramite di altre figure professionali che agivano nell'Ateneo, nel momento in cui l'altro rifiutò di sottostare ulteriormente alle sue pretese: nel volgere di pochi mesi», ricordano i giudici, «Tiberti perse l'incarico di presidente del CAD della Scuola di Specializzazione di Igiene e Medicina del Lavoro, nonché del corso di laurea in Tecniche della Prevenzione nei Luoghi di lavoro e nell'Ambiente, fu privato dell'insegnamento nella Scuola di specializzazione in Medicina del Lavoro, mentre il Centro di Epidemiologia da lui diretto era stato chiuso».

I giudici nella sentenza ricordano pure che l'imputato «tentò persino di ottenere la revoca della nomina a componente del Consiglio di amministrazione decretata dal Ministro. L'attività di Tiberti venne, inoltre, sottoposta ad una serie di controlli e reprimende esorbitanti dall'usuale o del tutto privi di fondamento».


UNA CAMPAGNA CONTRO TIBERTI

E la sentenza racconta ancora: «Di Iorio spese la propria qualifica di rettore e utilizzando canali di comunicazione ufficiali, ha imbastito una vera e propria campagna volta a screditare Tiberti dentro e fuori l'ambito universitario, coinvolgendo sia l'intera facoltà di medicina, sia soggetti istituzionali e privati, di rilievo nazionale, con i quali Tiberti aveva rapporti di collaborazione».

Per i giudici «solo l'intento persecutorio può spiegare la descritta condotta del Di lorio, mosso dallo scopo di riportare Tiberti all'obbedienza e punirlo per aver osato sottrarsi alle nuove vessazioni».


LA MACCHINA ALLA FIGLIA

Di Iorio ad un certo punto dice a Tiberti che la figlia possedeva una macchina vecchia e preteso che le comprasse un'auto nuova, accompagnando la richiesta con minacce esplicite, quali «Non ti faccio vivere», ripetute più volte.

Tiberti si era allora rivolto al concessionario di fiducia, chiedendogli di farlo risparmiare, e aveva acquistato una Kia Picanto, che il rettore si era intestato personalmente. Qualche tempo dopo, Di Iorio gli aveva chiesto di sostituirla con una Citroen C2, modello più gradito alla figlia.

Poiché queste richieste stavano diventando insostenibili, Tiberti aveva chiesto al concessionario di aiutarlo a temporeggiare. Su consiglio di questi aveva pertanto riferito all'imputato che le consegne erano bloccate da uno sciopero delle bisarche. Evidentemente, però, non era stato creduto, perché Di lorio aveva cominciato a chiamare personalmente il concessionario e, alla fine, era stato costretto a pagare la differenza per l'acquisto della nuova vettura.

Il concessionario, ascoltato in aula durante il processo, non solo ha confermato tutta la vicenda ma ha anche ricordato che più di una volta Tiberti gli aveva detto di essere vessato dal Di Iorio.


GLI ALTRI REGALI

Sempre su richiesta del Di lorio, Tiberti aveva pagato personalmente o rimborsato all'imputato una serie di spese personali, quali i conti di un soggiorno a Napoli, della festa di laurea della figlia e della sartoria dove questi si era fatto accompagnare dall'esponente per acquistare alcuni abiti.

Un normale comportamento tra amici? Non proprio perché nel corso del dibattimento l’accusa ha fatto notare che il rettore non gli aveva mai restituito alcunché, né regalato nulla, pur versando certamente in floride condizioni economiche, essendo, tra l'altro, proprietario di una grande casa ai Parioli e di una villa all'Argentario.

Inoltre nel corso del processo il titolare della sartoria Pitulum, ha riferito che Tiberti era un suo cliente e che, più di una volta si era presentato in compagnia di Di lorio. Ha quindi confermato di aver ricevuto dal primo l'assegno di 6.600 euro per il pagamento di abiti per l’amico’.


I RISCONTRI SULLE DAZIONI

In merito ai trasferimenti di denaro in favore di Di lorio, il consulente tecnico del Pubblico ministero, Paolo Lupi, ha ricostruito i versamenti effettuati mediante oltre 40 assegni bancari, tratti su conti correnti intestati personalmente a Tiberti o alla S.M.A. S.r.l., con la firma di girata dell’ex rettore e da questi versati sul proprio conto, a partire dal 19 ottobre del 2000 fino al 24 febbraio del 2009 per complessivi 129.673,19 euro.

La relativa causale è, per lo più, rimasta priva di riscontro documentale. «Non è stato, infatti, acquisito», annotano i giudici nella sentenza, «alcun atto scritto comprovante il conferimento di incarichi professionali dal Tiberti al Di Iorio e il consulente ha potuto prendere visione solamente di alcune ricevute per "prestazioni professionali occasionali"».

Alessandra Lotti