I BOSS DEL CREDITO

Carichieti, chiesti 208 milioni di euro a 21 ex amministratori che l’hanno affossata

Partita l’azione di responsabilità. In totale per le quattro banche il danno stimato è di 1 miliardo di euro

Redazione Pdn

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Camomilla per risparmiatori beffati Carichieti, iniziative legali per quelli di Banca Etruria

 

 

CHIETI. E’ già partita l’azione di responsabilità verso gli ex vertici delle quattro banche salvate dal governo e per le quali fino ad ora sono stati solo i clienti a pagare.

Lo ha detto ieri in audizione alla commissione Finanze al Senato il presidente delle quattro “new” bank,  Roberto Nicastro.

 

Si tratta di una notizia importante perché evidenzia se non altro anche la volontà (ma non c’erano molte altre scelte…) di far pagare a chi è stato responsabile delle cattive gestioni delle banche locali e chi di fatto ha creato le condizioni di tutto quello che poi è successo.

 

Tremano 21 persone, ex amministratori, dai vertici, ai direttori, al consiglio di amministrazione ai revisori dei conti della “vecchia” Carichieti almeno degli ultimi dieci anni, tutti quelli insomma che in qualche modo hanno avallato scelte, gestioni, “voli pindarici”, investimenti rischiosi e fidi agli amici, cioè circa 800 mln di euro di prestiti oggi in sofferenza o incagliati, in pratica soldi regalati a chi non li ha più restituiti.

In totale Nicastro ha spiegato di aver chiesto 208 milioni ai 21 soggetti individuati.

 Ad inviare prima una diffida, poi la messa in mora e per chi non pagherà la citazione in giudizio è stata Bankitalia facendo recapitare raccomandate   agli ex direttori generali, Francesco Di Tizio e Roberto Sbrolli, e agli ex presidenti della banca, Tito Codagnone e Mario Falconio.

 

Poi c’è il plotone di consiglieri e altre figure gestionali: Franco Caroli, Giuseppe Di Marzio, Fabrizio Fusco, Ennio Melena, Giuseppe Martino, gli eredi di Nino Silverio, Vincenzo Farina,  Sebastiano Nasuti, Filippo Achille Rosa, Antonio Della Pelle, Domenico Di Fabrizio, Giuseppe Marone, Lucio Raimondi, Giovanni Angelozzi, Angelo Iecco, Massimo Sargiacomo, Giovanni Smargiassi, Basilio Ruscetta.

Nella richiesta di pagamento si parla chiaramente di «mala gestio» e di «ingentissimi danni» provocati.

Nelle trenta pagine viene ripercorsa la sciagurata storia della Carichieti, una storia che era sfuggita a tutti mentre accadeva, e che riguarda qualche volta scelte dubbie che hanno lasciato moltissimi sospetti e zero risposte per la completa opacità della banca e per il troppo timore reverenziale delle procure locali che pure, nonostante decine di esposti, non sono riusciti a capire quello che poi hanno appurato le ispezioni della Banca d’Italia prima ed i commissari poi.    

Tra i fatti contestati si ritrova il capitolo legato alla apertura e la gestione della filiale di Potenza, operazione «posta in essere contro gli interessi aziendali e fonte di ingenti pregiudizi» ma anche tutte le «anomalie nella gestione dei rapporti con la Fondazione controllante» al 2014.

 

LE VERGOGNE IMPUNITE DELLA VECCHIA CARICHIETI

Nelle accuse di Banca d’Italia verso i vecchi amministratori sono due i fatti che sembrano avere maggiore rilievo e peso nell’ambito della creazione dell’immenso dissesto della banca della provincia di Chieti.

Si tratta della sciagurata operazione  Merker , la fabbrica di rimorchi di Tocco da Casauria, che la banca, capofila di un pool di istituti, finanziò rimettendoci oltre 43 milioni di euro, una operazione nata male e che aveva tutte le avvisaglie per poter essere evitata. Solo le banche non se ne accorsero con la Carichieti di Di Tizio in testa volatilizzando il capitale e con l’aggiunta di non aver nemmeno risollevato le sorti di quella azienda.

L’altro fatto che ha pesato grandemente è stata l'apertura a Milano della controllata Flashbank, una banca detenuta al 100% da Carichieti che si è mossa in giro per l’Italia (dunque fuori dal territorio di competenza della banca locale), una banca che è servita per fare operazioni poi sanzionate dalla Banca d’Italia e che figurò anche come istituto di credito che destò l’interesse di alcuni imprenditori che si scoprì essere vicini alla ‘Ndrangheta. Nessuno né di Flashbank o di Carichieti è stato mai indagato per alcun tipo di reato in quella inchiesta né furono fatti ulteriori accertamenti ma restano agli atti i contatti ed il pericolo che una operazione del genere ha generato, pericolo che si sarebbe evitato se la Carichieti si fosse accontentata di finanziare gli imprenditori locali. 

La Flashbank -di cui parlò in quegli anni solo PrimaDaNoi.it- venne poi chiusa  e rottamata  così come i vertici di Carichieti volevano fare con chi aveva cercato di raccontare verità scomode per quel sistema, verità raccontate in tempo reale e ignorate allora da tutti perché era questa l’indicazione imposta.

Qualche rammarico però resta: quanti risparmiatori si sarebbero potuti salvare e quanti danni si sarebbero potuti evitare se questi problemi si fossero affrontati sul serio già nel 2010?       

Invece nonostante le notizie sull’autista-politico che decideva  nessuno si scompose eppure tra chi dovrà pagare c’è anche  Domenico Di Fabrizio, che secondo Bankitalia  avrebbe influenzato l’attività della banca. Chissà se tra questa attività influenzata ci sono anche le mancate contestazioni allo stesso ex direttore Francesco Di Tizio o a quegli imprenditori così simpatici da meritarsi ingenti linee di credito senza restituirli e senza meritare nemmeno una tirata d’orecchie”.

STESSO SISTEMA ANCHE PER LE ALTRE TRE

Ma i vecchi boss del credito locale teatino sono in buona compagnia perché per Carife la cifra richiesta è sopra i 100 milioni verso 31 soggetti, in Banca Marche per circa 390 milioni verso 59 soggetti e per Etruria circa 300 milioni verso 35 soggetti.

In totale 146 presunti pessimi amministratori che nei vari territori avrebbero gestito male le piccole banche ma tutti più o meno con lo stesso sistema clientelare, spesso persino in plateali e colossali conflitti di interessi, girando fidi ad imprese a loro stessi vicine.

L’obiettivo dell’azione di responsabilità è quello da un parte di “fare giustizia” (perché tutti ritengono che sia giusto far pagare chi è stato causa di questo male) e dall’altra reperire nuove risorse per diminuire la voragine creata che ammonterebbe in totale ad almeno 2 miliardi di euro di debiti e cifre non rientrate.

Sarà però una strada lunga e tortuosa, tutta in salita: i tempi saranno lunghissimi perché si incardineranno processi e lo scontro sarà duro. Passeranno anni prima di vedere la fine e una sentenza definitiva e dunque i soldi veri.

Tuttavia –come ha dimostrato l’inchiesta di Report di Milena Gabanelli- alcune di quelle 146 persone, fiutando il pericolo, si sarebbero portate già avanti cedendo il loro patrimonio a terzi con l’obiettivo di risultare, al momento di una eventuale sentenza di condanna, nullatenenti….

  

Alcuni organi, ha ricordato Nicastro, hanno polizze assicurative e questo potrebbe rendere il recupero delle somme più facile al netto dei processi.

Il presidente Nicasto nella sua ricostruzione lucida, precisa, comprensibile a tutti ha ripercorso le cause dell’indebitamento e tutto quanto si è fatto dal “salva banche” in poi fino ai giorni nostri districandosi tra i problemi che riguardano gli indennizzi e la vendita delle quattro banche.

Sulla vicenda dei ristori ai clienti truffati ha detto che la direttiva Ue Brrd lega le mani e sebbene l'emorragia di depositi si sia interrotta nel 2016 dopo il calo di dicembre, la ferita resta visto che molti degli obbligazionisti erano e sono clienti. Speranze potrebbero arrivare dai futuri acquirenti che potrebbero così riconoscere una sorte di compensazione.

Per quanto riguarda l'andamento dei depositi nel 2016 risulta «stabile» dopo un calo a fine 2015 e un recupero all'inizio dell'anno in corso.

 

 

 

  ANCORA TEMPO PER LA VENDITA DELLE BANCHE

 Il presidente delle 4 'nuove' banche Carife, Etruria, Carichieti e Banca Marche Roberto Nicastro si è detto comunque fiducioso sullo slittamento della data del 30 aprile per la cessione degli istituti. Parlando in audizione alla commissione Finanze al Senato, ha rilevato inoltre come «la data di cessione era inizialmente fissata entro il 30 aprile, data estremamente ristretta». Ora, spiega «sono in corso dialoghi estremamente costruttivi con la Dg Competion della Commissione Ue che porteranno a una proroga della data di cessione».

 

Certo la vendita, come ha più volte ripetuto Nicastro, dovrà avvenire entro l'estate e a breve arriverà l'info memorandum ai soggetti interessati per poter passare così alle offerte preliminari e, in scaletta, alla due diligence e alle offerte vincolanti.

 In lizza per l'acquisto in blocco o separatamente (ma secondo alcuni sarebbe possibile anche la costituzione di una cordata che poi si spartirebbe le 4) ci sono non solo altri istituti ma anche private equity anche stranieri. Nei giorni scorsi si era fatto anche il nome di Apollo, autore dell'offerta su Carige, che potrebbe costituire così un polo bancario di ragguardevoli dimensioni.

Nicastro non si sbilancia ma sottolinea come l'interesse dei private equity non per una quota minoritaria ma come 'pivot' di una banca e quindi come azionista di lungo termine, sia un fattore "importante" anche nella fase post riforma popolari e dimostra l'interesse dall'estero per il settore bancario italiano. Certo si vedrà quanto Atlante per il quale Nicastro tuttavia spende parole di elogio (è "ottima soluzione") possa dissuadere altri investitori stranieri a entrare nel mercato come successo con Fortress nella vicenda Popolare Vicenza.