STORIA E SEMANTICA

Stragi nazifasciste, di nome ma non di fatto: quella di Assergi non fu “una strage”

Alla Farnesina presentato il nuovo atlante ma alcuni episodi inseriti sarebbero frutto di forzature

WhatsApp 328 3290550

Reporter:

WhatsApp 328 3290550

Letture:

857

Stragi nazifasciste, di nome ma non di fatto: quella di Assergi non fu “una strage”

 

 

ROMA. Gli invasori tedeschi e i loro alleati fascisti della Repubblica di Salò hanno ucciso in Italia almeno 23.461 civili in un totale di 5.428 episodi grandi e piccoli fra l'8 settembre del 1943 al 30 aprile '45.

In Abruzzo le “stragi” censite sono 359.

 

Forse però non tutti questi episodi possono rientrare a pieno titolo nelle definizioni di “strage” o “eccidio” che di solito richiamano episodi di particolare crudeltà o un contesto di violazione dell’etica e del rispetto della dignità umana, dei codici e di accanimento disumano contro persone incolpevoli ed indifese. Anche i vocabolari riportano tra le caratteristiche del significato la “grande quantità” di persone uccise in un unico  e determinato contesto.

Molti degli episodi, invece, che sono finiti dentro il recente archivio www.straginazifasciste.it sono assassini, rappresaglie o episodi singoli ed estemporanei in un particolare contesto come quello che l’Italia ha vissuto dopo l’8 settembre.

Secondo quanto riferito dai curatori del sito  il 61% degli episodi catalogati avvenne per mano dei nazisti, il 19% per quella dei fascisti italiani dell'Rsi e il 14% in operazioni congiunte.

I dati, finora non noti nella loro completezza e capillarità, sono il frutto di oltre due anni di lavoro di 122 ricercatori per conto di 60 associazioni, in stretta collaborazione fra Italia e Germania, che ha dato vita all' "Atlante delle stragi naziste e fasciste in Italia 1943-1945", presentato qualche giorno fa  alla Farnesina alla presenza, fra gli altri, dell'ambasciatrice tedesca in Italia, Susanne Marianne Wasum-Rainer.

 

Migliaia di nomi e cognomi, di storie, di responsabili, di ricordi personali - ha detto il Direttore Generale per l'Ue della Farnesina, Giuseppe Buccino Grimaldi - «finalmente sottratti all'oblio», in un «sistema coerente, organico e scientifico, che ci restituisce una ricostruzione completa e non più a macchia di leopardo» delle stragi compiute durante l'occupazione.

L'ambasciatrice Wasum-Rainer ha ricordando il lavoro della Commissione storica italo-tedesca, che ha presentato il suo rapporto alla Farnesina nel dicembre 2012 e sulla cui base si è innestato il lavoro sull'Atlante. La ricerca - ha spiegato il direttore scientifico dei lavori, lo storico Paolo Pezzino - «ha censito a uno a uno, con una scheda individuale corredata di materiale informativo, immagini e testimonianze, tutti gli episodi in cui sia stato ucciso almeno un civile: dove per 'civile' si è deciso di intendere chiunque non avesse un'arma al momento dell'uccisione (quindi anche partigiani non morti in combattimento ma dopo la cattura)».

Dunque secondo questo criterio non di solo stragi si tratterebbe a questo punto ad essere fuori luogo sarebbe il titolo dell’opera.

E se i partigiani uccisi sono stati in tutto 6.776, altri 12.581 del totale di 23.461 erano civili nel senso pieno della parola.

Il picco massimo del sangue è stato toccato l'estate del 1944.

Quanto al contesto dei singoli casi, nel 30% dei casi si trattava d'un rastrellamento (28% delle vittime) e solo nel 17% di una rappresaglia, ma con un 27% delle vittime.

Il 13% delle uccisioni è avvenuto durante operazioni di "terra bruciata" durante una ritirata.

 

 

Le regioni che hanno dato il maggiore tributo di sangue sono state Toscana (4.465 morti) ed Emilia Romagna (4.313). Sull' Appennino tosco-emiliano infatti si sono verificati gli episodi più noti, come Marzabotto, Sant'Anna di Stazzema e Padule di Fucecchio. Seguono Piemonte (2.792), Veneto (2.383), Campania (1.409), Friuli Venezia Giulia (1.076), Lazio (1.035, l'episodio più clamoroso, le Fosse Ardeatine), Lombardia (1.024) e Abruzzo, le cui vicende erano meno note (903).

 

UN ESEMPIO. I FATTI DI ASSERGI DEL SETTEMBRE 1943

 

E proprio a proposito di Abruzzo sono saltati agli occhi alcuni episodi citati nell’Atlante realmente poco noti ma che difficilmente possono inquadrarsi nella categoria delle “stragi”.

Si possono consultare con schede dettagliate tutti qui

La scheda riportata nella ricostruzione dei fatti che riguarda la “strage di Assergi” mai censita finora dice:

 

Frazione de L’Aquila alle pendici del massiccio del Gran Sasso d\'Italia. Dalla località Villetta parte la funivia diretta a Campo Imperatore, nel cui albergo è stato detenuto Mussolini tra il 28 agosto ed il 12 settembre 1943. Assergi si trova non lontano dalla zona del \"Vasto\", primo centro di raccolta dei partigiani della banda partigiana \"Di Vincenzo\". La guardia campestre Pasquale Vitocco era fuori servizio e stava accudendo le bestie nella sua stalla. Alla vista dell’arrivo dei paracadutisti tedeschi che si avvicinavano alla base della funivia per la liberazione di Mussolini detenuto nell’albergo di Campo Imperatore, uscì di corsa, e contro di lui i tedeschi aprirono il fuoco, essendo egli in divisa e quindi scambiato per un militare. In seguito i tedeschi raggiunsero un posto di blocco dei carabinieri, che erano alloggiati di fronte : questi ultimi desistettero dall’eventuale combattimento e deposero le armi; subito dopo sopraggiunse sulla strada il Natale (che si trovava dietro l’alloggiamento) il quale venne ucciso da una mitraglia .

Modalità di uccisione: uccisione con armi da fuoco

Estremi e note penali: Tribunale militare di Roma. Il GIP il 24.04.1998 ha disposto l’archiviazione del procedimento, essendo il reato estinto per prescrizione.

Annotazioni: Cavalieri parla anche dell’uccisione di due carabinieri: Giovanni Natale (di Nicola e D’Agostini Maria, nato a Caserta, anni 41), colpito mentre fuggiva, e un suo collega di cui non vengono date le generalità . Patricelli invece riferisce della testimonianza dell’ ex paracadutista Siegfried Bohl che parla di uno scontro a fuoco con il carabiniere, che restò ferito ad un fianco e morì il giorno dopo. In ASAq b.150 in un elenco di vittime con il luogo della sepoltura è riportata come data del decesso di Vitocco il 13.09.

 

 

In effetti sull’evento ha fatto luce il giornalista Marco Patricelli che ha visionato rapporti militari e documentazione ufficiale dell’epoca rintracciando anche testimoni diretti e indiretti.

Nel suo libro “Liberate il Duce” Patricelli raccoglie la testimonianza dell’ex paracadutista Siegfried Bohl che spiega :

 

«”Il nostro incarico era di occupare la stazione a valle della funivia e di perlustrare case ed edifici circostanti. Ricordo che al mio arrivo alla stazione c’era un militare italiano ferito. Probabilmente aveva aperto il fuoco, consapevole del proprio dovere di soldato a guardia della struttura, vedendo arrivare il nostro gruppo in avanscoperta, che rispose colpendolo”. Quel soldato era il carabiniere Giovanni Natale, ferito a un fianco, che morirà l’indomani: nel verbale stilato dai carabinieri della stazione di Pizzoli-Assergi sono riportate le esequie in data 14 settembre. Pressoché nessuno tra i tedeschi se n’era accorto. I paracadutisti avevano liquidato l’accaduto come un estemporaneo scambio di fucileria senza conseguenze».

 

 

Anche se con qualche differenza (la citata banda di partigiani Di Vincenzo non c’entra in questi episodi) le due versioni dei fatti non sembrano così diverse e difficilmente appaiono assimilabili ad episodi di particolare crudeltà come lo sono le “stragi” o gli “eccidi”.

 Anche sull’episodio del carabiniere Vitocco la versione di Patricelli pur se più dettagliata e documentata non si discosta tanto da quella dell’Atlante.

 

Nel libro di Liberate il Duce si legge :

 

«“Quel giorno” – ricorda Bernardino Rainaldi, che fu testimone dell’accaduto – “Vitocco non era neppure in servizio. Stava accudendo gli animali in una stalla poco fuori del centro abitato, quando vide un sidecar tedesco che imboccava una curva sottostante. Uscì fuori e si mise a correre. Voleva raggiungere i carabinieri per dare l’allarme. La sua condanna fu segnata dal fatto che indossava la divisa. I tedeschi scorsero da lontano l’uomo in grigio-verde che correva verso la postazione militare e intimarono l’alt. Vitocco non si fermò, forse non aveva sentito, e i paracadutisti spararono con la mitragliatrice”. Gli altri militari italiani dislocati ad Assergi erano stati disarmati con la sola minaccia dei mitra. Vitocco e Natale furono gli unici ad avere cognizione del proprio dovere di soldati, in un giorno in cui nessuno a Campo Imperatore fece il proprio dovere né obbedì agli ordini, se non a quelli di non fare nulla. I nomi del carabiniere e della guardia forestale sono rimasti per anni solo sui verbali».

 

 

Forse non si tratta solo di una questione “semantica” relativa al significato della parola “strage” ma attiene a qualcosa di più alto e nobile come i veri sacrifici di centinaia di persone che hanno perso la vita in eccidi veri e cruenti di disumana violenza.

Il pericolo insomma è di una distorsione dei fatti da tramandare mentre le vere stragi potrebbero scolorire nella retorica e nell’ideologia.