RICORSI STORICI

La storia si ripete. Coincidenze e sfortune dei poliziotti che indagarono su D’Alfonso

Gli archivi ricordano ancora il caso di un “cattivo poliziotto” di 20 anni fa

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La storia si ripete. Coincidenze e sfortune dei poliziotti che indagarono su D’Alfonso

 

ABRUZZO. Indagare su D’Alfonso porta male a poliziotti e pm. Magari è solo sfortuna ma le rare volte che l’ex presidente della Provincia di Pescara, l’ex sindaco ed oggi presidente di Regione è stato messo sotto indagine la sorte sembra essersi accanita su chi ha portato avanti le indagini.

Un accanimento del destino operato anche per mano di solerti rappresentanti delle istituzioni che di fatto ha contribuito a deviare il normale corso degli eventi e di sicuro quello della vita di funzionari di stato comuni che all’apparenza sembra abbiano solo fatto il loro dovere.

La vicenda dell’ispettore Giancarlo Pavone, investigatore quotato e medagliato della Squadra Mobile di Pescara, è solo l’ultima di una lunga scia di iatture che hanno colpito in passato anche suoi colleghi, spesso in una atmosfera di assordante silenzio, molto simile a quello che si respira oggi sul caso che ha registrato reazioni solo di grillini e sindacati di polizia.

Nessuna spiegazione ulteriore è stata data né dal diretto interessato né dal presidente di Regione che pure aveva minacciato conseguenze, denunce e parlato di «falsificazione di prove» nelle indagini su La City.

Per ora è andata male al poliziotto che sconta le sue ferie, forzate o volontarie che siano, e nulla sarà come prima, dopo l’invettiva poco istituzionale del presidente D’Alfonso.

La vicenda -che non è conclusa- non giova nemmeno al navigato politico che ogni volta che può manifesta la sua “verve persuasiva”, qualunque sia lo scopo da raggiugere, specie in questo momento –quasi a metà mandato- in cui i delusi per le promesse mancate sembrano aumentare in proporzione alle incongruenze e le forzature che si affastellano nella attività amministrativa in classico stile dalfonsiano e per questo per nulla innovativo.

Intanto uno striscione di solidarietà a Pavone è comparso l’altro ieri sul palazzo di fronte la questura di Pescara, tanto per mandare un chiaro segnale anche alle istituzioni che per ora hanno formalmente aperto un procedimento disciplinare a carico del poliziotto, dopo una segnalazione inviata dalla stessa Squadra Mobile sul caso.

Il questore Passamonti ha avviato così il procedimento contro Pavone non per aver «falsificato prove» ed aver fatto incriminare innocenti imprenditori e politici (come ha sostenuto pubblicamente D’Alfonso pure non indagato) ma per aver manifestato la propria opinione su Facebook, peraltro per sbaglio, opinione non indulgente su certa politica.    

 

IL PASSATO  CHE RITORNA UGUALE

Eppure non sono troppo lontani i tempi in cui agli albori del 2000 il più giovane presidente di Provincia d’Italia, cresciuto nella Democrazia Cristina della prima Repubblica faceva parlare di sé come scaltro e promettente amministratore in grado di fare grandi cose, così come fece per due mandati in Provincia, per un paio di anni in consiglio regionale e poi per un mandato e mezzo sindaco di Pescara, conclusosi traumaticamente con l’arrestato (quando sembrava inarrestabile) mentre i suoi colleghi di partito dal 2006 al 2008 cadevano uno dopo l’altro sotto i colpi di inchieste per corruzione.

Capitò anche a D’Alfonso il 15 dicembre 2008 ma prima durante e soprattutto dopo fu chiaro che quell’arresto così atipico non sarebbe mai dovuto accadere.

Fu un fatto talmente atipico che fino ad ora rimane l’unico operato alle 22 di una lunga serata di elezioni regionali.

Fu quello il segnale dell’inizio di qualcosa che era destinato ad essere unico nel suo genere come unica è stata l’inchiesta portata avanti da un pm atipico, Gennaro Varone, poi disinnescato a colpi di sentenze sfavorevoli, così come fu unico il processo per tempi contingentati al massimo con addirittura una udienza a settimana, cosa mai vista prima e mai più ripetutasi in Abruzzo poi, dove pure altri processi, dopo anni di indagine e quattro o cinque anni di udienze, non sono ancora approdati alla fase dibattimentale facendo languire i fascicoli verso l’oblio della prescrizione.

L’inchiesta Housework sarà ricordata soprattutto per la clamorosa sentenza di piena assoluzione sugli oltre 40 capi di imputazione, smacco bissato pure in Appello. Fino a quella sfortunata sera del 15 dicembre D’Alfonso era considerato un intoccabile, forse solo per una serie di dicerie o di una sorta di timore reverenziale di cui godeva il politico potente dalle molte conoscenze nei ministeri e nelle procure. Dopo, la sua fama si è decuplicata e la voglia di rivalsa sembra essere presente spesso nella attività pubblica e amministrativa del presidente che tutto può.  

 

ZACCONE, SEBASTIANI E SAGAZIO

Di certo il timore di mettere sotto indagine l’allora sindaco crebbe quando pochi giorni dopo la sera del suo arresto fu notificata ad alcuni poliziotti  un processo disciplinare  avviato due anni prima  e partito addirittura dai vertici del ministero dell’Interno.

Gli allora investigatori Davide Zaccone, l'ispettore Claudio Sebastiani e il sovrintendente Nicola Sagazio, tutti della polizia postale, forse avrebbero sperato in una medaglia per il lavoro immenso svolto tra decine di migliaia di pagine dell’inchiesta Housework ma furono ricompensati solo con un benservito che in qualche caso ha avuto persino le sembianze di una promozione ma i nuovi impegni erano comunque sempre incompatibili con le indagini.

 Eppure quegli stessi uomini furono oggetto di formale encomio a firma del pm Gennaro Varone, nel quale si spiegavano le doti dei poliziotti che hanno operato in «un contesto difficoltoso».

Talmente difficoltoso che anche quell’indagine venne scossa e azzoppata in parte dalle solite fughe di notizie che la depotenziarono. Guardandola dal punto di vista dei giudici quella indagine fu una sorta di “attentato” al codice penale, dal punto di vista storico, però, svelò una miriade di fatti e circostanze che hanno contribuito a far comprendere meglio storie e personaggi della pubblica amministrazione o noti imprenditori.

 

ZUPO

Un contesto talmente difficoltoso da non risparmiare nemmeno l’allora capo della Squadra Mobile, Nicola Zupo, che subì attacchi diretti, indiretti e persino privati che sconvolsero anche la sua vita e che avevano sempre lo scopo di renderlo incompatibile con le indagini (allora quelle su Montesilvano e poi su Pescara) tentativi disinnescati dall’allora procuratore Nicola Trifuoggi, oggi vice sindaco di L’Aquila.

  La storia però era scritta e così poco più di un anno dopo l’arresto di D’Alfonso anche Nicola Zupo fu promosso e trasferito con mansioni prettamente amministrative che nulla avevano a che fare con le competenze acquisite in un decennio di indagini di grosso rilievo. Per lui carriera anche negli anni seguenti ma sempre a distanza di sicurezza da nuove indagini.

 

 

L’ISPETTORE IMPICCIONE E L’INCHIESTA SUL PRIMO CENTRO COMMERCIALE

 Gli archivi ricordano con precisione altri fatti agli albori di questo secolo e nei tempi in cui la nostra regione fu scossa, per esempio, dall’omicidio Fabrizi, maturatosi nell’ambito di grossi interessi economici mai chiariti definitivamente.

Erano i tempi in cui l’Abruzzo era assediata dai primi centri commerciali per la grande distribuzione.

Una inchiesta su possibili abusi edilizi nell’ambito della costruzione, nel 1995, di quello che oggi è il centro commerciale Auchan (effettivamente un tantino a ridosso della pista dell’aeroporto)  fu aperto dall’allora procuratore Pietro Mennini (oggi procuratore generale) che incaricò la Digos di Pescara  diretta dall’ispettore  Antonio Iovino.

 L'ispettore durante le indagini sulla costruzione del centro commerciale sui terreni dell’imprenditore Fabio Maresca acquisì la documentazione urbanistica presso la Provincia di Pescara (ente competente) e si imbattè nell'allora presidente Luciano D'Alfonso il quale consegnò  al poliziotto le carte e tentò una ampia e specifica spiegazione di come l’operato dell’ente fosse pienamente regolare. La spiegazione non venne ritenuta sufficiente e l’investigatore continuò ad investigare.

In una dettagliatissima interrogazione parlamentare dell’allora senatore Bucciero e poi nella successiva risposta dell’allora sottosegretario alla giustizia, Valentino, la storia viene ripercorsa nei particolari e vengono descritte alcune “difficoltà” che trovò sulla sua strada Iovino. Si parla di resistenze da parte dell’allora questore che non riteneva opportuno contestare la Provincia che in quel momento doveva essere molto generosa con la polizia stanziando 800 milioni di lire per la costruzione e adeguamento della sede della questura di oggi.

Sta di fatto che quell’inchiesta su presunti abusi e favoritismi fu archiviata, dopo la richiesta dello stesso pm che aveva aperto l’indagine e avallata dall’allora giudice istruttore Romandini che condivise le parole scritte da Mennini di forte disapprovazione dell’operato del poliziotto poiché aveva espresso giudizi «travalicanti» e poco attinenti all’indagine.

Quello fu l’inizio della fine dell’ispettore Iovino che venne messo sotto indagine ma per rivelazione di segreto d’ufficio per una vicenda parallela, subì una perquisizione e diversi processi e prima di questi gli venne proibito persino di mettere piede in questura.

Contemporaneamente vennero archiviate anche numerose denunce presentate dall’ex poliziotto nei confronti di alti funzionari della questura.

 Moltissime le coincidenze tra le varie storie che ripercorrono un parziale spaccato di vita locale dei passati 20 anni: grossi interessi economici, costruttori, poliziotti che indagano (evidentemente male perché alle loro indagini non seguono mai condanne), l’inarrestabile ascesa di un politico che risponde al nome di Luciano D’Alfonso, pezzi di istituzioni che sembrano abbattersi contro normali funzionari di polizia, provvedimenti disciplinari esemplari, carriere segnate, deviate o persino interrotte.

 

Chi sbaglia è giusto che paghi che sia politico e poliziotto ma quanti poliziotti (o magistrati) hanno svolto indagini di gran lunga peggiori di quelle di questi poliziotti  eppure non hanno mai subito  un richiamo anzi spesso sono stati pure promossi?

Ed è proprio quando le coincidenze sono troppe che si alimentano le leggende metropolitane, sempre dure a morire, forse perchè contengono comunque un fondo di verità.

 a.b

 

RISPOSTA ISPETTORE IOVINO PESCARA INCHIESTA GENZIANA by PrimaDaNoi.it