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Tolto di mezzo l’investigatore ‘scomodo’ contestato da D’Alfonso

Accuse, ferie e procedimento disciplinare: la Squadra Mobile perde così il pezzo più importante

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Tolto di mezzo l’investigatore ‘scomodo’ contestato da D’Alfonso

ABRUZZO. Solo pochi giorni fa Raffaele Cantone, a capo della autorità Anticorruzione, diceva: «anche il silenzio può diventare complicità» riferendosi a certi sistemi in voga nel nostro Paese che possono esistere solo grazie alle varie forme di omertà.

Nella storia del poliziotto della Squadra Mobile di Pescara, investigatore “messo in croce” per un post su Facebook, ci sono tantissimi silenzi ma anche parole di troppo che alimentano misteri, dubbi e qualche solerzia sospetta.

Giancarlo Pavone, l’anima delle più importanti inchieste della Mobile negli ultimi 10 anni, ora sta scontando i suoi 100 giorni di ferie arretrate dopo aver chiesto prima il trasferimento e poi la revoca in seguito a non meglio precisate pressioni. Dovrà però subire un procedimento disciplinare azionato dal questore Paolo Passamonti perché Pavone ha postato per poco tempo un commento nel quale esprimeva il suo parere su certe scelte amministrative e dava giudizi sulla politica regionale, giudizi peraltro molto comuni.

Un post pubblicato «per errore» e «per pochi secondi» sulla bacheca di Domenico Pettinari, consigliere regionale grillino che aveva firmato l’esposto che ha fatto aprire l’inchiesta su La City condotta proprio da Pavone.

Nonostante il post sia rimasto visibile per pochissimo, solerti frequentatori del social hanno subito avvertito il presidente della Regione che poi lo scorso 9 marzo ha sfoderato in Consiglio regionale la sua invettiva nella quale, con il suo consueto stile allusivo, ha lanciato alcuni messaggi non comprensibili a tutti.

Chi doveva capire però ha capito e nei giorni seguenti al centro del mirino è stato messo l’uomo che aveva scoperto qualche incongruenza di troppo nella procedura di acquisto de La City per 42 mln di soldi pubblici.

La leggerezza e presunta violazione del poliziotto che -secondo quanto ipotizzato dal questore- avrebbe violato un codice deontologico interno farà il suo corso, mentre l’invettiva ha già avuto l’effetto di alterare lo scenario giudiziario e la serenità e spostare l’attenzione dai presunti illeciti di politici e tecnici a chi li ha scoperti.


INCONTRI SEGRETI, AMBASCIATORI E TENTATIVI DI CONCILIAZIONE

E sarebbero molti gli incontri tenuti segreti avvenuti in questi giorni tra esponenti delle istituzioni, alcuni direttamente avuti da D’Alfonso che avrebbe caldeggiato provvedimenti esemplari a carico del poliziotto mentre anche il pm Anna Rita Mantini (elogiata più volte dallo stesso presidente) sarebbe stata avvertita della cosa prima della invettiva, tentando di smorzare i toni eccessivi e forse non proporzionati.

Mentre ufficialmente le istituzioni tacciono (nessuna parola è stata pronunciata dal procuratore capo De Siervo o dal questore Passamonti) è appena il caso di ricordare che il presidente D’Alfonso non ha mai parlato né di post su Facebook né di leggerezza o inopportunità di esternare opinioni da parte del poliziotto ma ha parlato di ben altro.

Nello specifico D’Alfonso ha chiaramente accusato un investigatore -di cui non ha mai fatto il nome in pubblico o circostanziato i fatti - di aver falsificato le prove e di aver in sostanza orchestrato accuse false nell’inchiesta La City che sono cose che nulla hanno a che fare con un post su Facebook. Come se fosse normale che un poliziotto avendo certe idee politiche falsifichi prove e indagini per far primeggiare la parte politica che caldeggia. Come se fosse normale che certi pm si bevano queste falsificazioni senza accorgersene.

Dunque le accuse del presidente della Regione sono ben diverse e gravissime ma non hanno avuto di converso conseguenze di alcun genere.

Tanto livore per D’Alfonso era forse giustificato dalla voglia di volersi in qualche modo restituire quanto lui stesso ritiene di aver subito ingiustamente come spesso dice riferendosi all'arresto del 2008 e al processo seguente dopo una inchiesta proprio della Squadra Mobile, inchiesta dalla quale è uscito per la magistratura completamente assolto e dopo aver ammesso di aver utilizzato soldi della pensione della zia e di aver viaggiato per anni gratis grazie alla famiglia Toto.

Una assoluzione che lo ha di fatto rilanciato a pieno titolo nella politica e contribuito a stravincere le elezioni regionali.



Dopo qualche giorno i sindacati di polizia hanno fatto sentire la propria voce e difeso a spada tratta il collega mostrandogli piena solidarietà.

Le segreterie provinciali di Siulp, Sap, Siap, Silp-Cgil, Ugl-Polizia, Coisp e Uil Polizia, hanno così annunciano di voler «intraprendere ogni iniziativa, anche eclatante, utile a garantire la dignità e la professionalità dei poliziotti».

«In questi giorni - affermano i sindacati - l'attenzione di alcuni locali mass media è stata catturata dalla vicenda legata alla City, in particolare al trasferimento e provvedimento disciplinare a carico dell'investigatore Pavone, dopo l'elogio al Magistrato e le 'minacce alla Squadra Mobile' del governatore D'Alfonso in sede di Consiglio regionale».

Al termine di un'assemblea con il personale della squadra Mobile e degli altri uffici di Polizia - gli agenti indossavano un portabadge con la scritta 'Je suis Giancarlo' - le sette sigle sottolineano di aver atteso ad intervenire «per vedere l'atteggiamento e le iniziative avviate dal Questore che avrebbe dovuto chiarire a tutti, a difesa dell'istituzione e dei suoi uomini, l'ingiustificata ingerenza e il pesante giudizio espresso dal potere politico, anche perchè oggetto di un'interrogazione parlamentare, astenendosi anche da un incontro chiarificatore con il diretto interessato. Ma, purtroppo - evidenziano i sindacati - tutto ciò non l'abbiamo notato, anzi».

«Abbiamo preferito attendere il tempo necessario per comprendere 'la progettazione politica' della vicenda ed i suoi possibili collegamenti - dicono ancora - con i ricorsi storici verificatisi su analoghe vicende in cui, il protagonismo della politica locale, ha attuato iniziative d'ingerenza molto simili a quelle oggi in esame».

Secondo le «formali iniziative disciplinari avviate dal Questore il collega si sarebbe reso responsabile, al di fuori del servizio, 'di una condotta non conforme alla dignità delle proprie funzioni'», ma Pavone, sottolineano i sindacati, avrebbe «espresso una semplice critica libera, costituzionalmente garantita, per fatti di interessi pubblici, si badi bene, che nulla attengono alle indagini in corso e che rappresentano un sentimento di sfiducia verso la classe politica di questo Paese».

Si attende ora di capire quale siano le iniziative eclatanti annunciate dai sindacati.

La vicenda però avrà come ovvio anche uno strascico politico perché il M5s si chiede come abbia fatto l’entourage di D’Alfonso a stampare un post rimasto on line solo per venti secondi e con quali soldi vengano pagati questi “controllori” e stigmatizza questa ingerenza della politica nella attività della magistratura.

Tutta questa storia non farà altro che alimentare una certa sfiducia nelle istituzioni e intimorire ancora di più chi in futuro vorrà avere l’ardire di controllare l’operato del nuovo imperatore d’Abruzzo.