DISTRAZIONE FATALE

Aca, il concordato pesa sulle imprese ma «Regione e Comuni sono responsabili»

Uno studio del professor Ziruolo sostiene la piena responsabilità degli enti pubblici

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Aca, il concordato pesa sulle imprese ma «Regione e Comuni sono responsabili»

PESCARA. «La responsabilità nella sua più ampia accezione giuridica e gestionale della condotta di Aca SpA fa capo in primis alla Regione Abruzzo e solo in seconda battuta, a giudizio di chi scrive, ai Comuni soci, in quanto il potere di ingerenza appartiene a chi svolge il controllo analogo direttamente e non ai soci che siedono in assemblea. Questi ultimi possono essere responsabili per aver nominato i consiglieri d’amministrazione della società (taluni privi delle competenze necessarie per ricoprire tali incarichi), oppure per non aver esercitato il proprio controllo sullo svolgimento dei budget (bilanci di previsione) approvati dalla stessa assemblea dei soci oppure per non aver richiamato alle proprie responsabilità i componenti  del Cda per il mancato rispetto degli obiettivi economico-finanziari assegnati».

Ecco, per chi non sapesse dove cercare i responsabili dell’eterno scandalo dell’Aca ora ha un percorso tracciato con estrema precisione.

A scriverlo è il professor Andrea Ziruolo in uno studio commissionato dall’Aniem, Associazione Nazionale Imprese Edili Manifatturiere, per capire quanto spazio giuridico c’è per impugnare ed opporsi al concordato preventivo dell’Aca autorizzato dal tribunale di Pescara.

I DEBITI E IL MANCATO FALLIMENTO

L’associazione dei costruttori -che è uno dei tantissimi creditori dell’Aca- deve ricevere una somma ingente ed ha deciso di non adeguarsi alla maggioranza dei creditori che hanno accettato, senza opporsi, la decisione del tribunale fallimentare che di fatto ha deciso che l’Aca non deve fallire ma può salvarsi pagando una parte dei debiti.

Ed è intorno ai debiti Aca che ruota tutto, perché secondo il ricorso dell’Aniem ci sarebbe la possibilità di poter ottenere quanto spetta se si procedesse a richiedere agli enti responsabili il dovuto e cioè a tutti quegli enti che hanno da una parte deciso le sorti della società (nominando membri del cda) e chi doveva controllare e non lo ha fatto.

Dunque secondo Ziruolo in primis la Regione e a cascata tutti i Comuni soci.

Insomma il rischio di far andare in dissesto qualche Comune è concreto ma per ora scongiurato dallo stesso tribunale che ha sposato una tesi giuridica secondo la quale una spa pubblica non può fallire. Una tesi tuttavia che potrebbe crollare a breve o per un nuovo decreto che sta per essere approvato o per una decisione di un giudice di secondo grado che si è già espresso sulla materia decidendo il contrario (vedi fallimento Risco di Pianella).

Sta di fatto che nessun Comune ha pensato di far accertare alla magistratura penale, civile o contabile le responsabilità di quanti hanno gestito l’Aca negli ultimi dieci anni. In questo modo è stata preclusa fino ad ora ogni possibilità di rivalsa sui veri responsabili. Dunque nel caso saranno i Comuni a dover sborsare i  soldi necessari per pagare la totalità dei debiti.  

 

LA REGIONE AVREBBE DOVUTO CONTROLLARE

Secondo lo studio di Ziruolo non vi è dubbio alcuno che l’Aca sia una società in regime di controllo analogo da parte della Regione perché a doverla controllare c’è l’Ato, l’ente d’ambito che, però, è formato dagli stessi Comuni soci in un intreccio che fa volutamente confondere controllori e controllati.

Di fatto secondo le norme e le tesi giuridiche avanzate dal professore, la Regione avrebbe dovuto controllare l’Aca come se stessa, cosa che evidentemente non è stata fatta perché nessuno si è mai accorto delle pesanti anomalie poi emerse da inchieste penali e non solo.

Dunque niente controllo ma responsabilità piena anche perché –ricorda Ziruolo- l’Ato dal 2007 è stato commissariato dalla Regione Abruzzo attraverso la nomina dei commissari: 2007-2008 Mario Russo; 2008-2010  Stefania Valeri; 2010 fino a pochi gironi fa  Pierluigi Caputi.

Lo stesso Caputi nominato direttore generale del Comune di Pescara, cioè il socio principale di Aca, cioè l’ente che si presume abbia subito i danni maggiori dalla mala gestione degli amministratori della società pubblica. Caputi, dunque, sarebbe tenuto ad avanzare azioni di responsabilità verso se stesso avendo svolto la funzione di controllore per almeno 5 anni pieni.

In effetti qualcosa Caputi fu costretto ad ammettere ma erano i tempi in cui si muoveva anche la procura e iniziavano ad emergere inquietanti notizie di tangenti e bilanci truccati: fantomatici bilanci che passavano da un passivo di 10 mln di euro ad un attivo di 500mila nel giro di un anno nell’indifferenza di tutti e nella convinzione granitica della piena regolarità di quanto scritto nero su bianco. Tutto falso.

IL PASSATO E IL CROLLO

Anche un bambino avrebbe drizzato le orecchie e controllato a fondo le carte: non l’Ato, non i sindaci che interpellati da PrimaDaNoi.it ammisero candidamente di non leggere i bilanci e di fidarsi ciecamente di Ezio Di Cristoforo &Co nonostante risultasse all’epoca già indagato e poi arrestato per tangenti.

Parlare di conflitto di interessi nel caso dell’Aca è riduttivo perché in questo caso ogni Comune dovrebbe citare in giudizio i vecchi amministratori e la stessa Regione ma quei Comuni sono ancora presieduti da chi ha avallato, se non altro, con la propria superficialità il pesante dissesto di Aca.

Dunque a conti fatti, nella migliore delle ipotesi, le cose rimarranno così come sono  e dunque saranno pagati solo una parte dei 100 mln di euro di debiti Aca (debiti pagati al 60%). Il resto dei soldi non saranno mai incassati da professionisti e aziende che hanno lavorato per la spa.

 Dunque il peso della mala gestio e del cancro inoculato dalla politica sarà pagato dai cittadini come sempre, sia con la tariffa sia dalle imprese piccole o grandi che siano che sono venute in contatto con la società pubblica.

Ecco allora che si può ben dire che la politica riesce ad intaccare il tessuto sociale ed economico in maniera pervasiva creando non pochi problemi a chi lavora davvero e che magari rimane in piedi per scommessa, in questo delicato momento di grave crisi che dura da anni e non sembra voler terminare.

E questa è la migliore delle ipotesi, la peggiore come detto sarebbe quella secondo la quale il tribunale dovesse ordinare, prima alla Regione e poi ai  Comuni soci, di pagare tutti i debiti prodotti da chi è riuscito ad accumulare debiti ingenti in una impresa senza rischi.

 Qualunque cosa avverrà dobbiamo dire grazie alla politica perché bastava  fare esattamente l’opposto di quanto è stato fatto in oltre dieci anni di razzia ed avremmo avuto la migliore delle società ed il migliore dei servizi idrici.