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Carichieti, Bankitalia oggi conferma :«gravi problemi emersi già nel 2010»

Da Flashbank alla cattiva gestione del decennio precedente

Redazione Pdn

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Carichieti, Bankitalia oggi conferma :«gravi problemi emersi già nel 2010»

Francesco Di Tizio (da Il Centro)

CHIETI. Se non fosse già abbastanza chiaro la svendita di Carichieti al miglior offerente dipende strettamente dalla cattiva gestione degli ultimi dieci anni, dall’inadeguatezza delle misure messe in atto e alla recidiva di chi non ha saputo porre rimedio dopo i rilievi di Bankitalia.

Ecco perché la Carichieti non sarà più una banca abruzzese.

Il tutto è avvenuto, come ben si sa, per una cattiva gestione che arriva da lontano sotto la guida di Francesco Di Tizio poi passata nei quattro anni successivi a Roberto Sbrolli, che non ha saputo riportare la barra dritta e recuperare i danni del passato. Il tutto condito da opacità assoluta dei conti e della rendicontazione, di una distrazione totale a più livelli e di una compiacenza della politica che pur sapendo non ha voluto porre rimedio.

Anzi in diversi casi la politica è stata la causa diretta dello sfacelo mettendo in campo azioni che pesavano sul bilancio della cassa di risparmio.

Cose ben note a tutti e scritte nero su bianco da PrimaDaNoi.it già nel 2010 quando per aver scritto che molti erano i misteri su Flashbank (come ad esempio la notizia che certi conti della N’drangheta transitavano proprio su quella banca) si attirò una citazione in giudizio milionaria, poi ritirata.

Oggi dunque in una sorta di “operazione trasparenza” Bankitalia prova a fare chiarezza per dimostrare che i problemi c’erano da tempo e che erano già emersi.

2010 ISPEZIONE CHE RIVELA PROBLEMI SERI

«Due ispezioni problematiche», scrive Bankitalia, «ebbero luogo nella primavera del 2010 sulla controllata Flashbank e nella primavera del 2012 sulla Chieti. Le ispezioni si conclusero con un giudizio, rispettivamente, “in prevalenza sfavorevole” e “parzialmente sfavorevole” (rispettivamente, 5 e 4 in una scala da 1 a 6). Entrambi gli accertamenti rilevarono problemi di crescita disordinata, irregolarità, cattiva gestione. Il patrimonio rimaneva però al di sopra dei minimi».

Un giudizio impietoso che non lascia scampo a interpretazioni.

«L’interlocuzione della Vigilanza con la Cassa di Risparmio di Chieti», si legge ancora, «fu pressante e di crescente intensità, attraverso richieste di approfondimenti su molteplici aspetti, sia gestionali sia tecnici (tra i quali i crediti nei confronti di soggetti collegati) e inviti ad adottare specifiche e incisive misure per la soluzione delle problematiche rilevate. Le risposte della banca, come emerso anche da una serie di audizioni con esponenti aziendali, furono però parziali ed evasive. Dal successivo contraddittorio, avviato a seguito di una lettera di intervento della Vigilanza, emerse la scarsa incisività delle iniziative prospettate ai fini della rimozione delle diffuse debolezze rilevate».

2014 ISPEZIONE DECISIVA

«Si svolse nella primavera del 2014 e fece emergere, oltre al marcato peggioramento dell’intero quadro economico-patrimoniale, irregolarità e violazioni normative di particolare gravità: un persistente contesto di opacità informativa nei confronti della Vigilanza; incoerenza dei processi decisionali; gravi anomalie nell’amministrazione; assenza di autonomia di giudizio della banca rispetto alla Fondazione controllante; gestione non rigorosa dei rapporti con parti correlate. Gli ispettori espressero un giudizio “in prevalenza sfavorevole” (5 in una scala da 1 a 6)».

COMMISSARIAMENTO

«Sulla base delle conclusioni dell’ultima ispezione, il commissariamento fu disposto il 5 settembre 2014, per le gravi irregolarità e gravi violazioni normative sintetizzate al punto precedente. I procedimenti sono stati due», ricorda oggi Bankitalia, «uno conseguente all’ispezione del 2012, durato dal settembre 2012 al giugno 2013 e concluso con sanzioni pecuniarie a carico di 13 esponenti per complessivi 150.000 euro; un secondo, conseguente all’ispezione del 2014, durato dal settembre 2014 al luglio 2015 e concluso con sanzioni pecuniarie a carico di 13 persone per complessivi 624.000 euro».

RAPPORTO ALLA MAGISTRATURA

«A conclusione di entrambe le ispezioni, copia della documentazione ispettiva fu trasmessa all’Autorità giudiziaria competente (per gli accertamenti del 2012 alla Procura di Milano; per quelli del 2014 alle Procure di Chieti e Roma)».

Tutto chiaro e soprattutto tutti sapevano ma non si è riusciti a salvare la Carichieti (ammesso che si volesse).

E DI TIZIO NEL 2014 DISSE:«HO LASCIATO UNA CARICHIETI SANA»

 Intervistato da Il Centro ad ottobre 2014 Francesco Di Tizio si lanciò in dichiarazioni che oggi assumono un peso non indifferente.

 Sul commissariamento di quel periodo disse: «Il provvedimento dell'Istituto di Vigilanza è stata tempestivo e motivato, con prospettive di maggiore trasparenza per il futuro. La banca rimane solida e liquida, anche se i nuovi e più stringenti parametri sulla valutazione dei rischi, richiesti da Basilea III, comporteranno un rafforzamento patrimoniale».

Rifiuta ogni addebito alla sua gestione e dice: «per quanto mi riguarda, è utile precisare che l'ultimo bilancio aziendale approvato dall’assemblea in cui appare il mio nome come dg è dell'ormai lontano 31 dicembre 2009: un bilancio in utile e con tutti i parametri gestionali nella norma».

«Negli anni di mia responsabilità (1998-2009)», dice ancora Di Tizio a Il Centro, «il gruppo Carichieti, ha ampliato la sua presenza territoriale su sei regioni, ha incrementato raccolta e impieghi per oltre 3,3 miliardi di euro, contabilizzando utili lordi consolidati per 169 milioni di euro. Negli anni, dopo aver pagato imposte per oltre 82 milioni, la ripartizione dell'utile netto ha consentito di erogare 32 milioni di dividendi alla Fondazione e di destinare oltre 50 milioni a incremento del patrimonio aziendale».

E poi senza citare le inchieste giornalistiche di PrimaDaNoi.it su Flashbank Di Tizio dice che è falso un coinvolgimento diretto nell’inchiesta (nessun atto venne mai notificato alla banca come del resto sempre specificato) « Le citazioni», dice Di Tizio, «si riferiscono a Perego Strade spa, storica azienda milanese che era cliente anche di Flashbank (banca detenuta al 100% da Carichieti) seppure con un’esposizione irrisoria di 380mila euro rispetto agli oltre 90 milioni concessi dal sistema bancario. Inopinatamente, grazie ad abile manipolazione mediatica, si è voluto abbinare il mio nome a tale vicenda danneggiando la mia immagine».

E la vicenda Merker?

«Merker spa fu finanziata da un pool "aperto” a cui parteciparono più di dieci istituti di credito. In termini tecnici, pool aperto vuol dire che ciascuna delle banche aventi comune interesse a supportare l'iniziativa ha valutato per proprio conto il progetto deliberando in piena autonomia plafond di finanziamento iniziale e le successive erogazioni a stato avanzamento lavori. In tale configurazione, il capofila (Carichieti) ha svolto meramente compiti contabili e di smistamento informativo. Per di più, ricordo che nel procedimento ancora in corso, le banche (compresa la Carichieti) risultano parte lesa».

E le protezioni politiche?

«Non posso nascondere un moto d'ilarità sui riferimenti in tal senso da parte di alcuni, evidentemente poco attenti e male informati, secondo cui avrei beneficiato, per anni, di particolari "protezioni" politiche, soprattutto da parte dell’allora centrodestra. E’ vero il contrario! Un osservatore attento ricorderebbe che fu proprio l'allora coalizione del Pdl a reclamare a gran voce le mie dimissioni dalla Fira poi puntualmente giunte. Finanziaria Regionale di cui sono stato presidente a cavallo tra il 2003-2004 (le banche ne detenevano il 49%, ndr). Dimissioni richieste in quanto addirittura tacciato di "impedire" l'attività istituzionale dell’Ente in questione, rifiutandomi di dare corso ad alcune disposizioni dell'assemblea di fatto inapplicabili. I fatti successivi mi hanno dato ragione».

L’autista Domenico Di Fabrizio?

«Rapporti esclusivamente professionali», disse Di Tizio nel 2014, «tant'è che non ho più avuto modo di incontrarlo dal giorno successivo alla mia uscita dalla banca. Come egli stesso ha avuto modo di precisare di recente, all'epoca della mia nomina a dg, era già in forza all'ufficio segreteria di Carichieti, dove svolgeva il ruolo di capo commesso e autista a disposizione di vari dg e presidenti avvicendatisi, inoltre non godeva di privilegi economici che non fossero dovuti anche ad altri, come prevede il contratto integrativo aziendale. Di recente ho appreso, da alcuni media, che Di Fabrizio avrebbe invece acquisito ben maggior forza e potere. Ma questo non era e non è un problema mio».