LA CONDANNA

Concussione a docente, 3 anni a ex rettore Ateneo L'Aquila

Tiberti: «gli ho versato 200 mila euro in 10 anni»

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Ferdinando Di Orio

Ferdinando Di Orio

L'AQUILA. Il Tribunale di Roma ha condannato l'ex rettore dell'Università dell'Aquila, Ferdinando Di Orio, alla pena di tre anni di reclusione per concussione per induzione nei confronti di un docente dello stesso ateneo, Sergio Tiberti.
La sentenza è stata pronunciata stamani dopo ben tre rinvii.
Il 12 novembre scorso il pm aveva chiesto sei anni, oltre alla confisca di alcuni alloggi di proprietà dell'ex rettore ad Avezzano (L'Aquila), che hanno pari valore rispetto alle somme ritenute dall'accusa illecitamente percepite, e considerato anche un minimo di rivalutazione.

ANCHE CONFISCA DI 89MILA EURO

Il collegio giudicante presieduto da Zaira Secchi (Claudia Lucilla Nicchi e Laura Fortuni a latere) ha condannato l'ex uomo forte dell'ateneo aquilano anche alla confisca dei beni da parte dello Stato per 89 mila, l'equivalente della somma che la giustizia ha stabilito debba essere risarcita al professor Tiberti.

 A tale proposito, il Tribunale di Roma ha considerato prescritti alcuni versamenti visto che durante il processo il difensore di Tiberti, l'avvocato Giorgio Tamburrini, ha sottolineato che la quantificazione della concussione era di «oltre 200 mila euro in 10 anni versati a titolo personale».

 Il tribunale di Roma ha disposto in forma esecutiva, oltre alle spese processuali, che Di Orio versi entro due mesi nei confronti di Tiberti una provvisionale di 18 mila euro, come anticipo: in un successivo procedimento civile sarà fissato l'ammontare del risarcimento che spetta al professor Tiberti.

5 ANNI DI INTERDIZIONE

L'ex rettore è stato anche condannato a cinque anni di interdizione dai pubblici uffici: a questo proposito si apre un interrogativo sulla sua permanenza in seno all'ateneo aquilano dove e' docente ordinario di storia della medicina, anche se la sentenza e' esecutiva al termine del terzo grado di giudizio. Secondo quanto si è appreso, i vertici amministrativi stanno verificando norme e regolamenti.

Breve è stata la camera di consiglio, molto probabilmente i magistrati conoscevano la carte visto che la sentenza era prevista nel luglio scorso: prima che i giudici si riunissero, l'ex rettore (difeso dall'avvocato Guido Calvi, componente non togato del Consiglio Superiore della Magistratura in quota Partito democratico dal 2010 al 2014), ha fatto dichiarazioni spontanee, nel corso delle quali si è definito uno scienziato, sottolineando di aver avuto la cattedra di statistica a 37 anni, materia sulla quale e' tra i migliori 9 esperti in Italia, e di essere stato autore di 9 pubblicazioni scientifiche. Calvi si era limitato a parlare di temi accessori e poco del processo, facendo notare comunque che Tiberti, secondo la tesi difensiva, fosse «troppo più potente di Di Orio», e dunque l'ex rettore, proprio per questo, non sarebbe stato in grado di minacciare il professore per chiedergli dei soldi.

LA SOMMA


«Oltre 200 mila euro in 10 anni versati a titolo personale», questa la quantificazione della concussione fatta da Tiberti nella sua denuncia del 13 settembre 2009, in cui spiegò di avere detto basta nel 2006 alle dazioni che gli venivano richieste dal rettore sotto la minaccia di compromettere, in caso contrario, la sua carriera accademica e professionale di docente di Igiene dell'allora facoltà di Medicina.
Tiberti raccontò anche di aver comprato lui l’auto per la figlia del rettore, punto che confermò in aula anche il concessionario di Roma, in cui fu acquistata l'auto.

Un altro teste, sempre nel corso del processo, ha confermato che i vestiti su misura acquistati dal professore in una nota sartoria artigianale di Umbertide, e consegnati nel suo studio di Roma, erano destinati all'ex-rettore Di Orio.
L'epilogo del procedimento arriva dopo lunghe indagini, il trasferimento del processo dall'Aquila a Roma e dopo molte udienze nelle quali i testimoni hanno confermato la tesi accusatorie.
Nell’udienza del 12 novembre 2015 il pubblico ministero Stefano Rocco Fava aveva chiesto 6 anni di carcere, oltre alla confisca di alcuni alloggi di proprietà dell’ex senatore ad Avezzano (L’Aquila), avente pari valore rispetto alle somme ritenute dall’accusa illecitamente percepite, e considerato anche un minimo di rivalutazione.
A dare l’avvio a tutto è stato un esposto di Tiberti alla procura della Repubblica dell’Aquila, con l’acquisizione di assegni e la verifica di movimenti di denaro. Successivamente, però, l’indagine è stata trasferita nella Capitale per competenza territoriale dal sostituto procuratore del capoluogo Fabio Picuti.
Una svolta c’è stata nell’ottobre 2010, quando il pm della procura romana Pietro Giordano ha chiesto l’archiviazione per Di Orio al giudice per le indagini preliminari dell’epoca, Maria Teresa Covatta. Ma l’opposizione dei legali di Tiberti è stata accolta ed il processo è partito.
Di Orio si è sempre difeso negando ogni richiesta ed evocando, piuttosto, l’ipotesi di una “vendetta” del professore. «Fra noi due, che ci conosciamo e siamo amici da 35 anni - dichiarò al Giornale nel 2010 - è sorto un contrasto su uno studio commissionato da una grande azienda internazionale sulle condizioni di vita dei territori in cui sono presenti le centrali a carbone. Io non ho voluto avallare la tesi che era presente in quello studio di Tiberti, e da lì si sono rotti i rapporti».
Su questa e simili affermazioni, tra l’altro, c’è stata un’altra querela per diffamazione.
Resta aperta per l’ex rettore un’altra grana giudiziaria a L’Aquila: Insieme all’ex direttore amministrativo Filippo Del Vecchio (oggi dg alla D’Annunzio) e all’imprenditore Marcello Gallucci, Di Orio è imputato nel processo su presunti affitti gonfiati dei capannoni dove vennero ricollocate momentaneamente le facoltà danneggiate dopo il sisma del 6 aprile 2009. L’ex rettore si è difeso sostenendo che il proprio intento era di fare l’interesse degli studenti e della stessa città, spingendo affinché i corsi interrotti per il sisma ripartissero al più presto nell’unica sede disponibile.

Il Tribunale di Roma ha dovuto tener conto della nuova Legge Severino che ha trasformato la concussione in concussione per induzione. Di Orio ha fatto sapere che ricorrerà in appello.