LA SENTENZA

Amicone «diffamato» dal Messaggero: vince 40 mila euro. Ecco che cosa dice la sentenza

Qualche settimana fa la levata di scudi di ordine e sindacato in difesa di Lilli Mandara

WhatsApp 328 3290550

Reporter:

WhatsApp 328 3290550

Letture:

3427

Amicone «diffamato» dal Messaggero: vince 40 mila euro. Ecco che cosa dice la sentenza

ABRUZZO. Ha fatto molto discutere nei giorni scorsi la notizia di una causa per diffamazione vinta dall’attuale presidente dell’Arta, Mario Amicone, contro il Messaggero d’Abruzzo.

Il quotidiano e la giornalista che firmò l’articolo nel 2011, Lilli Mandara, sono stati condannato in primo grado (giudice Nicola Valletta) a versare in solido ad Amicone 40 mila euro. La discussione, con levata di scudi di sindacato dei giornalisti ed Ordine, si è mossa tutta a sostegno della giornalista abruzzese che ha raccontato di aver ricevuto  nei giorni scorsi un precetto per il pagamento dell’intera somma. Le sentenze di primo grado sono immediatamente esecutive e se non si paga scatta appunto l’esecuzione forzosa.

Amicone, insomma, tramite i suoi legali, avrebbe chiesto solo alla giornalista il pagamento del risarcimento e l’ordine dei Giornalisti ha commentato la cosa parlando di vera e propria «intimidazione».

Contattato da PrimaDaNoi.it, Amicone smentisce, però, questa tesi e sostiene che l’atto di precetto sia stato notificato a tutte le parti, dunque, anche a Mario Orfeo, direttore del quotidiano, e all’editore, sebbene fosse nel suo diritto rivolgersi eventualmente solo al giornalista o solo all’editore.

Ma vediamo nel dettaglio cosa è scritto in sentenza.  

Il presidente dell’Arta ha trascinato in Tribunale il Messaggero per un articolo dal titolo ‘Caso Tarantini- bufera su Amicone’ nel quale si raccontava di un sms intercettato tra Amicone e Lavitola nel quale il primo chiedeva aiuto al secondo per ottenere un incarico importante.

Un fatto vero tanto che poi lo stesso Amicone in conferenza stampa, il giorno dopo la pubblicazione degli articoli, confermò la circostanza.

Ma il presidente dell’Arta contestò di essere stato associato nell’articolo del Messaggero (in particolar modo dal titolo) a personaggi e reati gravissimi (l’inchiesta di Tarantini sulle escort portate ad Arcore da Berlusconi) come associazione per delinquere, sfruttamento della prostituzione e favoreggiamento. Da qui la richiesta al Messaggero di un risarcimento di 100 mila euro per aver leso la sua onorabilità.

Il titolo era preceduto anche dalla frase ‘L’inchiesta di Napoli tocca l’Abruzzo. Intercettato uno scambio di sms tra il direttore dell’Arta e Lavitola’.

Il giornale si è difeso sostenendo che la notizia era vera, e che il titolo era niente di più di una «sintesi legittima di un fatto vero».

«SUBDOLO INTENTO DIFFAMATORIO»

Ma secondo il giudice di Chieti Valletta nell’articolo contestato si rileverebbe «un subdolo quanto sottile intento diffamatorio rinvenibile prioritariamente in seno al titolo» che secondo Valletta indurrebbe nel lettore «un ovvio volo pindarico teso all’assimilazione dell’Amicone con il Tarantini nel contesto del substrato entro il quale sono avvenute le intercettazioni, ovvero l’inchiesta concretante appunto ‘il caso Tarantini’».

Il giudice sostiene –supportato dalle norme fondamentali che regolano il giornalismo- inoltre che non è sufficiente la sola veridicità dell’articolo, «il punto focale», si legge nella sentenza, «è la mancata continenza lesa dall’utilizzo del sottinteso sapiente ossia di espressioni a tono sproporzionatamente scandalizzato o sdegnato e artificioso con cui si riferiscono notizie neutre» per indurre il lettore «specie i più superficiali» a lasciarsi suggestionare dal tono usato.

«Neutra», infatti, scrive il giudice deve ritenersi la notizia che un politico solleciti qualcuno per ottenere incarichi.

Secondo Valletta, insomma, «la continenza è lesa nella titolazione che trascende la portata informativa dell’articolo, francamente di rilevanza quasi nulla, traghettando il lettore verso punti di approdo non consoni né pertinenti».

Il giudice insiste poi sul «subdolo e malizioso gioco» dell’articolo che «produce atto a macchiare l’onore e la reputazione dell’Amicone mettendolo forzosamente in relazione attiva con indagini per reati gravissimi».

Sulla violazione della privacy in riferimento alla pubblicazione di un sms che non aveva risvolti penali «il diritto all’informazione», sentenzia il giudice, «non può prevalere sul diritto alla riservatezza».

Il giudice stabilisce comunque che non sia provato un danno di natura patrimoniale dal momento che Amicone ha mantenuto «incarichi di alto prestigio» ma è stato riconosciuto il danno non patrimoniale: 40 mila euro in tutto per essere stato associato a Tarantini. 

La sentenza è di primo grado ed è stata impugnata e non si esclude che possa essere anche in parte emendata dalla Corte d’Appello de L’Aquila.