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Spinetta Marengo, "la Bussi del Piemonte": il processo salva quasi tutti

Molte le similitudini tra la storia Piemontese e quella abruzzese

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Spinetta Marengo,

ALESSANDRIA. La storia di Bussi, della mega discarica, dell’avvelenamento delle falde  e dei terreni, degli stabilimenti della chimica, del silenzio degli enti, della giustizia che non punisce  non è per niente originale.

C’è un doppione in Piemonte e precisamente a Spinetta Marengo che sembra sovrapporsi, per diversi aspetti, alla meglio nota (da queste parti) storia di Bussi.

Ieri si è concluso il processo con quattro condanne a due anni e mezzo e quattro assoluzioni,   dopo quasi sette anni. Nel processo si contestava l'inquinamento della falda acquifera sotterranea - una delle più ricche del Piemonte - del polo chimico di Spinetta Marengo, in provincia di Alessandria, nei confronti di otto manager di Ausimont (Ex Montedison) e Solvay.

Sono stati condannati Francesco Boncoraglio, responsabile della funzione ambiente dello stabilimento; Luigi Guarracino, direttore di stabilimento di Spinetta fino all'ingresso dell'attuale direttore, Stefano Bigini; Giorgio Carimati, responsabile tecnico ambiente e sicurezza per il gruppo Solvay; e Giorgio Canti, dirigente Ausimt, poi Solvay.

Assolti per non aver commesso il fatto Carlo Cogliati, Bernerd De Laguiche, Pierre Jacques Joris; reato estinto per Giulio Tommasi, l'unico imputato che ha presenziato alla lettura della sentenza e a molte udienze del processo. A carico dei condannati anche le spese processuali e il risarcimento dei danni, in solido tra loro e anche con il responsabile civile Solvay Speciality Polymers Italy, nei confronti delle parti civili ammesse.

 Il gup li aveva rinviati a giudizio per avvelenamento doloso e omessa bonifica e l'accusa aveva chiesto complessivamente 127 anni di reclusione.

Le richieste non hanno però retto davanti alla Corte d'Assise, che ha derubricato l'avvelenamento in colposo e ha assolto tutti gli imputati con formula piena, perché il fatto non sussiste, dall'omessa bonifica.

La sentenza ha alcuni punti che ricordano quella emessa a Bussi il 19 dicembre 2014 dove il collegio ha mandato tutti assolti dal reato di avvelenamento perchè il fatto non sussiste e derubricato il reato di disastro ambientale in colposo e quindi il non doversi procedere per intervenuta prescrizione.

Anche alcuni imputati sono gli stessi. Figurano infatti in quel processo Carlo Cogliati, presidente a amministratore prima Ausimont fino al 2002 e che nel ’93 già patteggiò una pena nell’ambito di uno dei processi satelliti di Mani pulite, Luigi Guarracino, direttore di stabilimento di Spinetta, Francesco Boncoraglio, responsabile funzione ambiente.

L'inchiesta Piemontese era partita nella primavera 2009 (nel 2007 quella abruzzese), dopo la scoperta di alte concentrazioni di cromo esavalente e altre sostanze inquinanti nella falda sotterranea.

Dalle indagini era emerso che nei primi decenni del secolo scorso sono stati depositati nel sito industriale di Spinetta Marengo oltre 500 metri cubi di rifiuti tossico-nocivi che avevano provocato per contatto e scioglimento, l'inquinamento della falda, aggravato dalle consistenti perdite della rete idrica interna.

Una situazione conosciuta dai dirigenti che, secondo l'accusa, non l'avevano comunicata in termini reali agli enti interessati vanificando il corretto svolgimento della procedura di messa in sicurezza del sito.

Una cosa molto simile era stata contestata a Bussi con analisi che si sono ipotizzate taroccate, i livelli dei veleni “aggiustati” e poi gli enti pubblici che hanno taciuto per anni.

Anche l'impianto accusatorio di Spinetta non ha retto del tutto davanti alla Corte presieduta da Sandra Casacci.

Per Solvay Italia, è stata riconosciuta «la totale insussistenza del reato di avvelenamento doloso delle acque e del reato di omessa bonifica, originariamente contestati» (Nel processo di Bussi Solvay era solo parte civile).

 E per il reato di disastro ambientale «è stato escluso il dolo e ritenuta soltanto l'ipotesi colposa».

 Sulla quale, per altro, l'azienda chimica intende proporre appello «per vedere riconosciuta la completa estraneità da ogni forma di addebito» dei propri manager, nonché «la correttezza della gestione del sito". Parla invece di "una sentenza deludente e preoccupante», Medicina Democratica, associazione che era tra le parti civili.

La Procura di Alessandria attende ora di conoscere le motivazioni della sentenza, tra novanta giorni, per proporre eventuale ricorso.

«Il verdetto ha certificato il disastro e confermato quindi l'impianto accusatorio, anche se non nell'elemento soggettivo - conclude l'avvocato Giuseppe Lanzavecchia, legale di una parte dei cittadini parte civile nel processo -. La sentenza ci lascia quindi soddisfatti, anche se non si può certo essere contenti quando un verdetto certifica l'avvelenamento di Spinetta Marengo».

E’ curioso che in buona parte le accuse mosse  e, dunque, le “tesi” delle due procure siano simili, così come è altrettanto curioso che siano state entrambe smontate (anche se in Piemonte comunque sono arrivate 4 condanne). Inoltre –dato non secondario- in entrambi i casi non è in dubbio l’inquinamento e l’avvelenamento (o contaminazione) delle acque, accertati e provati come fatti storicizzati.

Come dire che non bastano storie simili di inquinamento per sostenere che dietro c’era una precisa strategia aziendale o direttive volte all’occultamento della verità.