LE STRADE DEL CREDITO

L’investimento a perdere dell’Anas in Carichieti: 280mln di euro però sono salvi

Ieri visita a Chieti del presidente e del nuovo Cda per rassicurare i correntisti

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 L’investimento a perdere dell’Anas in Carichieti: 280mln di euro però sono salvi

Ciucci e Armani

CHIETI. In un consesso ristretto e riservato è arrivato un po’ in sordina a Chieti Roberto Nicastro, il presidente della Nuova Carichieti che ha incontrato parte della stampa per rassicurare correntisti e propalare qualche buon appiglio di speranza per un “futuro migliore” del tutto diverso dal passato disastroso della cassa chietina.

E garanzie per i correntisti e per i dipendenti sono state chieste dal sindaco di Chieti, Umberto Di Primio oltre che a Nicastro anche all'amministratore delegato Salvatore Immordino e alla componente del Cda Maria Pierdicchi.

Ma nelle ultime ore aumentano le notizie di strane vicende che incrociano pericolosamente l’istituto teatino mai controllato abbastanza e tempestivamente da alcuna autorità preposta a farlo.

LA PREMONIZIONE DELL’ANAS E L’INVESTIMENTO A PERDERE

Il Fatto Quotidiano ha dato notizia di uno strano investimento dell’Anas, società interamente pubblica, che aveva depositato 280mln di euro proprio nella piccola cassa di Chieti dal 2008, conto aperto dall’allora vertice Pietro Ciucci. 

«Anas, la società che ogni anno mette a bilancio circa 800 milioni di euro di valore della produzione, l’azienda su cui confluiscono circa 2 miliardi di trasferimenti statali», scrive il Fatto, «ha scelto da tempo come banca di riferimento la minuscola, periferica, pencolante Carichieti, facendo confluire su di essa la montagna di quattrini che la stessa Anas non è riuscita o non ha voluto spendere. E ottenendo come remunerazione un tasso modesto rispetto alla cifra depositata: appena l’1 per cento lordo. I dirigenti del settore finanza Anas si giustificano sostenendo che oggi i tassi di riferimento ufficiali sono negativi, che quei soldi devono teoricamente restare sempre disponibili e che per prudenza gestionale non sono possibili investimenti a rischio».

Sul perché di questa scelta sarebbe il caso di aprire un varco e spiegare come mai l’Anas abbia trovato conveniente un investimento così quando sul mercato ce ne sono centinaia di migliori. E come mai non si sia preoccupata del commissariamento della banca e alla fine è riuscita pure a salvarsi a differenza dei ‘normali correntisti’. 

«L’idea di aprire un conto corrente fu presa dall’Anas nel 2008, piena era Ciucci, ex boiardo Iri dove si occupava proprio della finanza del gruppo», scrive il Fatto, «fino a quel momento i soldi dell’azienda delle strade venivano tenuti sul conto della Tesoreria dello Stato. Ciucci volle cambiare partendo dal presupposto che l’Anas era nel frattempo diventata una società per azioni e in quanto tale poteva decidere di scegliere a piacimento le forme di investimento della liquidità disponibile. Responsabile del settore Finanza era Stefano Granati, uno degli uomini di stretta fiducia di Ciucci, poi vice dello stesso Ciucci alla società Stretto di Messina. Granati ricopre tuttora la carica di responsabile della Finanza Anas. Stando alle informazioni ufficiali, nel 2008 fu scelta la minuscola Carichieti sulla base di generiche “ricerche di mercato”. Da allora quella scelta non è stata più rivista, l’ingente liquidità accumulata dall’Anas anno dopo anno è rimasta nelle casse della piccola e scassata banca che nel frattempo ha inesorabilmente limato il rendimento del deposito Anas fino a portarlo al modesto livello dell’1 per cento lordo».

Il giornale non nota una coincidenza ed una omonimia che potrebbe non entrarci nulla e che riguarda il capoarea di Roma di Carichieti che si chiama appunto Granati ed opera nella prestigiosa sede dei Parioli  a Roma. Se però proprio a lui si deve l’operazione finanziaria dell’Anas di sicuro ha il grosso merito di aver stipulato un vantaggiosissimo accordo a bassissimo costo per la banca per la quale lavora. L'Anas ha successivamente smenito ogni legame di parentela tra i due Granati.

Lo steso quotidiano poi ricorda la gestione della Carichieti pesantemente occupata dalla politica e dalle logiche clientelari che hanno permesso centinaia di assunzioni e concessionei di fidi non legati al rendimento o alla certezza di una garanzia per la loro restituzione contribuendo così all’accumulo di ingenti debiti. 

Non poteva mancare l’accenno a Domenico Di Fabrizio, espressamente citato nel verbale ispettivo di Bankitalia, un tempo autista del mitico ministro democristiano abruzzese Remo Gaspari, poi autista di due direttori generali della banca, prima Francesco Di Tizio e poi Roberto Sbrolli. «Questo Di Fabrizio a Chieti è considerato una potenza, in banca e fuori», scrive il Fatto, «conosciuto in politica come Mister preferenze alle comunale del 2010 in una lista di centrodestra e poi come efficace sostenitore di un esponente di centrosinistra alle Regionali. In banca lo descrivono invece come l’occulto manovratore delle nomine dei capi».

 IL SINDACO CHIEDE RASSICURAZIONI

 Il sindaco ha offerto la propria disponibilità a far sì che Carichieti possa tornare a riconquistarsi la fiducia dei cittadini, continuando ad essere la banca del territorio, vicina alle imprese e alle famiglie.

 «Oggi i numeri ci dicono che dei 92.623 correntisti sono 728 i sottoscrittori di obbligazioni subordinate (lo 0,8%) e fra questi 42 coloro i quali hanno una esposizione più importante. Per loro - ha detto Di Primio - interverrà certamente il Governo attraverso il fondo di 100 milioni di euro stanziato».

 Ma tale fondo, secondo Nicastro, dovrebbe intervenire anche per coloro i quali hanno sottoscritto obbligazioni subordinate con un range di «pericolosità media».

«Ho espresso l'auspicio - ha aggiunto il sindaco - perché la banca percorra ogni strada possibile per il recupero dei soldi dei sottoscrittori delle obbligazioni subordinate, in special modo di coloro i quali sono stati ingannati da chi ha proposto loro tali titoli».