FUROR DI POPOLO

Dopo i 309 morti a L’Aquila si scherza col fuoco tra grazia e coscienze da ripulire

Mezza Italia mobilitata dal Friuli all’Abruzzo

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Sisma L'Aquila: crollo Convitto, ex preside in carcere dopo la condanna definitiva

L’AQUILA. Ora, forse, si sta tirando troppo la corda. Va bene che L’Aquila e gli Aquilani sono «assopiti» ma la decenza avrebbe dovuto imporre limiti già da tempo.

Invece, monta sempre più la “catena di Sant’Antonio” che ha mobilitato tutto l’establishment che conta, della politica e diciamo pure della “Casta” a tutti i livelli per chiedere la grazia all’ex rettore Bearzi, condannato in via definitiva per omicidio colposo di tre studenti e lesioni ad altri due, per «aver omesso di valutare l’enorme pericolo incombente» sul convitto Domenico Cotugno, l’istituto aquilano che dirigeva e che quella notte maledetta crollò.

 Una sentenza “diversa”  da tutte le altre per la mobilitazione “culturale” che ne è nata che è a dir poco inspiegabile se legata alla figura di un uomo pressocchè sconosciuto ai più mentre, invece, per la grazia si sono scomodati in tantissimi raggiungendo livelli mediatici senza pari, riuscendo a far chiedere il provvedimento di estrema eccezionalità a ministri, amministratori pubblici, esponenti della scuola (i presidi di tutta Italia si stanno autotassando per aiutare il collega ed è nato un comitato per chiedere la grazia), dell’imprenditoria, della scienza e  della cultura fino ad arrivare nelle stanze del Quirinale.

Nei giorni scorsi, come riporta il Corriere della Sera, anche il procuratore de L'Aquila Fausto Cardella, in occasione di un convegno in Friuli (terra d’origine di Bearzi) ha espresso solidarietà al preside «per il dramma di una persona che, oltre al fardello per gli eventi di quella maledetta notte, deve sopportare il peso della detenzione. Un uomo di scuola che perde i propri studenti è come il capitano che vede affondare i marinai. Comprendo il dramma. Mi sembra di aver capito che a Bearzi sia attribuita una colpa generica per aver vietato alle persone (comunque minorenni) di uscire dal convitto. Una decisione presa sicuramente in buona fede, anche perché si sa che in caso di terremoto può essere meglio non uscire. La fatalità, purtroppo, ha fatto accadere ciò che nessuno avrebbe mai pensato».

E vista la “potenza di fuoco” appare molto probabile che la grazia venga concessa o quanto meno il presidente Mattarella starebbe valutando la concreta possibilità.

Basterà attendere e vedere quello che sarà, sta di fatto che il presidente della Repubblica nella prima visita a L’Aquila è riuscito a sfruttare l’onda dell’emozione e della speranza di rinnovamento anche della politica e delle logiche dei poteri calamitando molti aquilani ancora speranzosi per un futuro migliore.

Se dovesse arrivare la grazia a Bearzi però sarà difficile mantenere una comunicazione “cordiale” con il presidente ed anche l’ultima speranza di aiuto verrà calpestata.

Una richiesta fatta nelle qualità di presidente e non di persona comune o privato cittadino che ha lasciato qualche dubbio amaro nel cuore dei parenti.

«Dal presidente della Regione Abruzzo D'Alfonso», ha detto Vincenzo Vittorini, «mai una netta presa di posizione per Verità e Giustizia per le 309 Vittime uccise da una Strage di Stato. Ed ora invece la richiesta di grazia per il preside Bearzi senza neanche chiedere, prima, umilmente l'opinione dei genitori dei 3 ragazzi uccisi nel convitto ai quali sono vicino nel dolore comune! Non è anormale la condanna del preside Bearzi ma è anormale l'assoluzione dei 6 cosiddetti uomini di scienza della commissione grandi rischi».

E del “fenomeno” Bearzi stupisce l’assoluta mancanza di critiche alle sentenze di condanna (mentre, invece, in altri casi sono stati spesi fiumi di inchiostro) ma soprattutto l’assenza di dibattito sull’eventuale cambio della norma sulla “responsabilità generale” che sarebbe alla base della condanna e che di logica dovrebbe essere cambiata se ritenuta ingiusta. Insomma nessuno si preoccupa di cambiare il “sistema” eppure la cosa dovrebbe riguardare tutti i presidi italiani…

Vittorini è stato duro nei confronti del clima che si respira nel capoluogo parlando di incapacità degli aquilani di ribellarsi al malaffare e alla politica clientelare e della corruzione.

Del resto se non sono bastati quei tantissimi esempi emersi dalle inchieste della procura (che sono solo una piccolissima percentuale di quanto è accaduto) a scatenare quel moto di rigetto nella popolazione, difficilmente potrà accadere in futuro.

Non sono bastati gli inganni della prima ora degli incantatori Berlusconi ed il supereroe Bertolaso, non è bastato lo smacco di case di cartapesta pagate come ville di lusso nel silenzio totale delle istituzioni e l’assopimento generale dei controllori, non sono bastate le risultanze delle inchieste sui balconi crollati, non è bastato lo smacco della deportazione forzosa degli inquilini di Arischia, deportazione necessaria perché quelle case costate caro cadono a pezzi a soli sei anni. Non sono bastati la camorra, le tangenti, gli sprechi, la lentezza e l’incapacità nella ricostruzione, le prese in giro continue, i commissari, i sub commissari, i disagi, le lacrime, i drammi. Niente è servito per migliorare le cose e la qualità della vita degli aquilani.

Il tutto accaduto sotto il naso di una classe politica che nella migliore delle ipotesi non si è accorta di nulla e nella peggiore è compiacente.

Ma non è solo la politica ad avere le colpe perché anche i cittadini hanno la loro parte di responsabilità.

E poi c’è la magistratura che ogni giorno di più sembra avere due pesi e due misure, logiche diverse a seconda di chi colpisce, arrivando a produrre effetti che emotivamente non sono stati compresi dagli aquilani (e questo ci può stare benissimo) ma anche logicamente qualche volta i ragionamenti non filano sempre e non conducono sempre verso una vera giustizia sostanziale.

Vittorini si scaglia da anni contro il sindaco Massimo Cialente «incantatore di serpenti» e presenza assidua e costante al vertice della amministrazione comunale da allora.

L’ultima trovata di una colletta per creare un posto per commemorare le vittime pare sia stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso e che ha fatto indignare proprio i parenti delle vittime e lo stesso Vittorini dice che l’iniziativa di propaganda serve solo a lavare le coscienze di qualcuno.

«Che ne sa lui dei morti?», ha detto Vittorini a Il Centro,  «una maniera per pulirsi la coscienza», dice, «dopo sette anni di promesse vane in cui l’amministrazione non è stata in grado di realizzare un monumento per le sue vittime. È mancata la volontà e non lo realizzerà mai. Anzi», provoca con forza, «io da questa amministrazione non lo voglio più». Un sindaco che «ha messo a tacere ogni nostra ricerca di verità», aggiunge Vittorini riferendosi al processo alla Commissione Grandi Rischi, chiuso in Cassazione con l’assoluzione dei sei scienziati «proprio per la testimonianza in cui Cialente, in primo grado, disse di essere uscito preoccupato dalla riunione del 30 marzo 2009».

«Noi familiari delle vittime siamo stati lasciati soli a combattere nelle aule giudiziarie» ha ribadito ancora una volta.

E sul progetto del Parco della Memoria interviene molto dura anche Maria Grazia Piccinini madre di Ilaria Rambaldi tra le 309 vittime che ricorda al primo cittadino come un progetto sia pronto dal 2010: «poteva e può essere integrato o modificato, ma finora è stato soltanto ignorato dal Comune dell'Aquila, e in particolare dal sindaco Massimo Cialente. Che, adesso, si risveglia e addirittura chiede ai cittadini una colletta per creare un luogo in ricordo delle vittime. E' ridicolo».

«In questa ricostruzione – afferma – gli sprechi non si contano. Quindi come si può chiedere denaro ai sopravvissuti o ai familiari delle vittime? Il Comune – evidenzia ancora – da un lato dice che non ci sono fondi per il Parco della Memoria e dall'altro, tanto per fare un esempio, è disposto a sborsare 4 degli 11 milioni necessari alla realizzazione del mega parcheggio interrato, con annessi negozi e ristoranti, della Fontana Luminosa. Siamo all'assurdo».