SANITA' AGLI SGOCCIOLI

Piccoli ospedali, il Consiglio di Stato chiude definitivamente la partita: tutto legittimo

I tagli di Chiodi legittimati dal governo ed il tribunale amministrativo è stato messo “fuori gioco”

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Piccoli ospedali, il Consiglio di Stato chiude definitivamente la partita: tutto legittimo

ABRUZZO. Sulla vicenda della chiusura dei piccoli ospedali la partita è definitivamente chiusa. La decisione del commissario ad acta per la sanità di tagliare i presidi regionali più piccoli non può più essere materia della giustizia amministrativa (dopo una serie di ricorsi, appelli e appelli incidentali) in quanto nel frattempo è sopraggiunto il decreto legge del ministero che ha validato la scelta del commissario e poi pure la legge vera e propria.

E’ quanto stabilito dai giudici del Consiglio di Stato con la sentenza pubblicata nella giornata di ieri. In pratica i giudici amministrativi hanno dovuto alzare le mani perché gli atti impugnati erano stati “validati” e legittimati in una fonte normativa di rango superiore, cioè una legge. E se lo dice la legge…

La vicenda parte nel 2011 quando a seguito dei tagli per mettere in ordine i conti della sanità i presidi di Pescina, Tagliacozzo, Casoli, Guardiagrele e Gissi vennero messi fuori gioco.

Partì un ricorso al Tar che vide soccombere la sforbiciata del commissario e la vittoria di Casoli e Guardiagrele che avevano lottato (anche nelle aule giudiziarie oltre che con manifestazioni in piazza) per mantenere in piedi quei presidi che contribuivano ad assicurare i 5.850 posti letto (4,5 per ogni mille abitanti) così come previsto dal piano sanitario regionale.

In pratica il piano operativo che doveva avere come obiettivo il contenimento della spesa, secondo i giudici, poteva al massimo operare tagli in termini di posti letto e non andare ad incidere sull’essenza stessa dell’ospedale, cioè privandolo della possibilità di curare gli acuti.

La Regione e il commissario ad acta hanno impugnato quella decisione arrivata a marzo del 2011 e in mezzo si sono insinuati una serie di appelli incidentali.

Ma nel frattempo, ovvero a luglio del 2011, e dunque in pendenza del giudizio d’appello - è stato emanato il decreto legge numero 98/2011 (il famoso ‘salva Chiodi’ -governo Berlusconi, ministro Tremonti), poi convertito in legge 15 luglio 2011, che ha disposto che «il Commissario ad acta per l'attuazione del piano di rientro dà esecuzione al programma operativo per l'esercizio 2010 (...), che è approvato con il presente decreto».

Insomma la “Salva Chiodi” ha salvato Chiodi ma non i piccoli ospedali cancellati con un bel sigillo ministeriale.

La norma contestata, così come recita la sentenza del Consiglio di Stato «ha trasfuso gli atti amministrativi oggetto del giudizio in una fonte di rango legislativo». E quindi «i provvedimenti impugnati in primo grado sono stati legittimati» e «sia il ricorso in appello che, ancor prima, i ricorsi proposti in primo grado avverso gli atti adottati dal Commissario ad acta, sono divenuti improcedibili».

Si è poi contestato che con la ‘Salva Chiodi’ il Legislatore abbia influito sull’esito di una controversia giurisdizionale in corso («violando il principio della separazione dei poteri ed interferendo sulla funzione giudiziaria e sull’amministrazione della giustizia»).

Ma secondo il Consiglio di Stato la questione di legittimità costituzionale «è manifestamente infondata».

Questo perché aveva il potere di farlo: «il Legislatore statale ha ritenuto di convalidare immediatamente e direttamente ‘per saltum’ gli atti del Commissario ad acta della Regione Abruzzo (“legificando” il Programma Operativo); e ciò in quanto era evidente che la Regione in questione si era già resa inadempiente rispetto al suo obbligo di adeguare la sua normativa ai piani di rientro. Sicchè, invero, non si vede in cosa il Legislatore Statale abbia violato i precetti costituzionali invocati dagli appellati».

I giudici sottolineano anche che il problema della determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni da erogare uniformemente sull’intero territorio nazionale implica la soluzione di questioni organizzative e finanziarie e l’adozione di scelte che «vengono ‘attratte’ nella sfera di potestà ‘riservata’ allo Stato».

«E poiché nella predetta materia lo Stato», scrivono ancora i giudici, «esercita non solamente la ‘potestà legislativa esclusiva’, ma (come predica l’art.117 della Costituzione) anche la connessa ‘potestà regolamentare’, non resta che concludere che nel caso dedotto in giudizio non si è verificata alcuna lesione e/o compressione dell’autonomia regionale né alcuna alterazione dell’ordinario sistema della gerarchia delle fonti».

I giudici ricordano che la Costituzione prevede che il Governo possa sostituirsi ad Organi delle Regioni «allorquando ciò sia richiesto - tra l’altro - dalla necessità di tutelare i livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali (tra i quali è da annoverare il diritto alla salute), dovendosi prescindere dai confini territoriali dei governi locali». E sempre la legge consente al legislatore statale «di definire con propria legge le procedure atte a garantire che i poteri sostitutivi siano esercitati nel rispetto del principio di sussidiarietà e di leale collaborazione. Ciò è quanto il Legislatore Statale ha fatto, esercitando un potere ad Esso conferito - per quanto in via straordinaria - dalla stessa Costituzione».

E come viene giudicato il (contestato) passaggio in Consiglio regionale? Nessun problema e nessuna forzatura perché «nell’esercizio del potere legislativo di attuazione dell’art.120 della Costituzione, il Legislatore statale ben può decidere, nei limiti del principio di ragionevolezza e (dunque) ove particolari esigenze lo richiedano, di introdurre regole procedimentali nuove e diverse per realizzare l’obiettivo del risanamento e - come mezzo al fine - la sostituzione di Organi statali ad organi regionali. Del resto la Corte Costituzionale ha decisamente affermato e ribadito, al riguardo, che l’esercizio della funzione di “coordinamento della finanza pubblica” da parte del Legislatore Statale comporta una legittima compressione della potestà legislativa concorrente della Regione».

La partita è chiusa. I piccoli ospedali pure.