ARISCHIA GROSSO

Progetto case, il dramma di Arischia: deportazione in vista per i cittadini

Le abitazioni saranno smantellate

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L’AQUILA. Presi praticamente di peso e portati via. Sradicati da tutto, perfino da quelle poche certezze che avevano imparato a gustarsi dopo il terremoto del 6 aprile 2009.

Adesso dovranno ricominciare tutto, lasciare il loro paese, i loro conoscenti e accettare quella che a tutti gli effetti ha il sapore della deportazione. E loro non hanno colpe, nessuna.

Il problema ruota attorno al progetto C.a.s.e. di Arischia che verrà completamente sgomberato, decisione maturata all’interno dell’amministrazione comunale a seguito del cedimento strutturale di un balcone in una delle palazzine dell’insediamento. Insomma non sono più ritenute sicure e bisognerà eliminarle, nonostante all’inaugurazione si era parlato senza timore di smentica di abitazioni comode e confortevoli. Dichiarazioni che oggi, alla luce della sofferenza passata e futura, suonano ancora più beffarde.

«Il problema delle famiglie che saranno costrette a lasciare le loro abitazioni a causa della nota vicenda dei balconi pericolanti, si sta trasformando in dramma», ammette il presidente della Commissione consiliare “Politiche sociali, culturali e formative”, Adriano Durante.
«Si tratta di numerosi nuclei familiari, parecchi dei quali con bambini piccoli, ma anche di anziani soli. Tutte persone che hanno sempre vissuto ad Arischia, che lì hanno i propri affetti e tutto ciò che resta loro dopo il terremoto». 
«Spostarli, a sei anni dal sisma, significa costringerli all’ennesima, umiliante deportazione», insiste Durante.

E lo scenario è davvero tragico: i bambini dovranno lasciare la loro scuola, i loro insegnanti, i loro compagni di giochi.

E non si tratta di bambini qualunque, ma piccoli che, dopo il grave trauma subito sei anni fa, hanno ritrovato all’interno della comunità, nonostante le mille difficoltà, un ambiente ideale per vivere la loro vita di bambini con una scuola da frequentare insieme ai compagni di giochi e con i quali potersi ritrovare all’uscita e nei giorni di festa nella piazza, nel parco giochi e in tutti quei luoghi della frazione a loro dedicati.

Stesso dramma si prospetta per gli anziani che non avranno più l’assistenza di parenti e vicini di casa e perderanno anche quel poco di relazioni sociali che erano riusciti a ricucire dopo quel dannato 6 aprile.

Il dolore continua, senza sosta, senza spiegazione, senza nemmeno un po’ di pietà.

Tra l’altro, alcune di queste persone iniziavano, finalmente, a vedere la luce in fondo al tunnel, dal momento che, tra circa un anno, molti di loro rientreranno nelle proprie case.

Ma tra l’attesa e la rinascita dovranno passare nuovamente per l’inferno: l’inferno di qualcuno che decide per loro, che gestisce le loro vite, che decide dove andare e per quanto tempo.
Durante invita l’amministrazione comunale a prendere in considerazione, pur nel rispetto della normativa in vigore in materia di pubblica incolumità, e pur garantendo la sicurezza di tutti, a voler considerare anche altre soluzioni, diverse dal trasferimento di massa e coercitivo: «sono certo che, ragionando insieme, si troverà una soluzione».