NESSUN MISTERO

Elena Maniero si suicidò, ipotesi omicidio già valutata nel 2006 e scartata

Dal fascicolo delle indagini tutti gli elementi convergono verso la morte volontaria

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Elena Maniero si suicidò, ipotesi omicidio già valutata nel 2006 e scartata

PESCARA. Tutti gli elementi convergono per il suicidio. Non ci sarebbero possibilità di travisamento nemmeno alla luce delle nuove dichiarazioni che farebbero riscrivere la storia della morte di Eva Marini, nome di copertura di Elena Maniero, la figlia di Felice, Faccia d’angelo, il capo indiscusso della mala del Brenta, volata da un balcone il 23 febbraio 2006 a Pescara.

Ieri dalle anticipazioni di Report è emerso che un ex detenuto, Giancarlo Carpi, venne a sapere che si stava tramando per ammazzare la figlia di Maniero per una vendetta trasversale e qualche giorno dopo la donna morì sul serio.

Andando indietro negli anni, però, emerge che non si trattò di una indagine né frettolosa né superficiale:  una volta scoperta la vera identità della donna riversa in una pozza di sangue nel cortile di una palazzina di via Carducci la Squadra Mobile, all’epoca comandata da Nicola Zupo che effettuò personalmente più sopralluoghi insieme al suo vice, Pierfrancesco Muriana, oggi capo, iniziò subito a battere la pista della vendetta trasversale e dell’omicidio. Ma nulla: non emerse nemmeno un indizio che potesse far ipotizzare una morte violenta.

Nel fascicolo di allora decine di indizi vengono riportati e analizzati anche grazie ai rilievi della scientifica e dell’anatomopatologo mentre anche i riscontri testimoniali e del contesto di amicizia confermarono una lite in pubblico la sera prima con quello che era il compagno della donna. Venne ricostruito il quadro generale e personale della ragazza che nell’ultimo periodo sarebbe stata fortemente in crisi.

La porta dell’appartamento era chiusa dall’interno il che rende quasi impossibile l’ipotesi che qualcuno sia riuscito ad entrare. Inoltre la donna quella sera assunse tranquillanti e si trovò la scatola dei medicinali sul letto sfatto.

Elena tentò di togliersi la vita tre volte: prima legando una corda al letto, poi recisa con una forbice. Il capo della squadra Mobile, Nicola Zupo, insieme al suo vice Pierfrancesco Muriana, notarono anche una ciocca di capelli per terra che sulle prime non riuscirono a spiegarsi poi verificarono che la donna nel tentativo di impiccarsi, non riuscendoci, decise di recidere la corda e in quel momento si tagliò anche una ciocca di capelli.

Evidentemente decisa a farla finita tentò di tagliarsi anche i polsi con delle forbicine per unghie. E solo dopo si arrampicò sul balcone della mansarda e salì sul bordo per poi lanciarsi nel vuoto. Secondo quanto emerse quel 23 febbraio 2006 sarebbe stato difficile da quella posizione che una persona, o più, potessero scaraventare una persona nel vuoto per l’altezza del parapetto.

Anche il corpo trovato a 5 metri di distanza dal muro della palazzina fu spiegato con il fatto che la scientifica trovò tracce su una parte di un tetto spiovente sottostante dove il corpo sarebbe rimbalzato.

Nella pattumiera fu poi trovato un biglietto indirizzato al compagno «tu non hai più bisogno di me, stai già cercando chi mi sostituirà, amico mio me ne vado».

L’allarme scattò alle 6.50 quando un inquilino chiamò in questura.

Quando arrivò il padre a Pescara, Felice Maniero, la prima cosa che disse fu «me l’hanno ammazzata» ma poi in questura dopo un lungo colloquio con gli investigatori si convinse che tutti gli elementi erano inequivocabili e accettò l’ipotesi del suicidio. Convinzione che ha espresso anche ieri dopo le anticipazioni di Report, confermando che la figlia morì suicidandosi e che in caso contrario si sarebbe vendicato.

Anche il comunicato ufficiale della questura, arrivato nel tardo pomeriggio del 23 febbraio, parlava di suicidio «in preda a crisi depressiva per motivi sentimentali» ed escludeva fermamente «l’ipotesi dell’omicidio»

Insomma gli investigatori di allora non si trovarono di fronte ad una morte qualunque che avrebbe potuto indurli facilmente a credere ad un “normale” suicidio ma cercarono le prove di un delitto, prove che non trovarono.

TRAMAVANO PER VENDICARSI DI FACCIA D’ANGELO

Anche l’incredibile coincidenza di importanti arresti di una banda avvenuta  appena un mese prima fu messa in relazione con la morte della figlia di Maniero.

Il 17 gennaio 2006 la polizia arrestò 33 persone nell'ambito dell'operazione di polizia «Ghost Dog» che smantellò il gruppo criminale erede dell'organizzazione guidata da Felice Maniero e che secondo gli inquirenti stava preparando due operazioni clamorose: un assalto a colpi di bazooka alla questura di Padova e l'omicidio dello stesso Maniero che era diventato un collaboratore di giustizia.

Dalle indagini infatti emerse che alcuni membri della banda avevano intenzione di uccidere Maniero in occasione di una delle sue deposizioni nell'ambito del processo che si stava svolgendo contro la mala del Brenta.

Per l'attentato si era pensato all'utilizzo di esplosivo che doveva essere collocato nelle vicinanze dell'aula bunker di Mestre.

Carpi nelle sue rivelazioni a Report probabilmente si riferisce proprio a questa banda e ai progetti di vendetta di questo gruppo poi fermato e assicurato alla giustizia. Non è escluso, infatti, che quanto l’ex detenuto dice sia effettivamente la verità e che questi o altri avessero in mente progetti contro Maniero o la figlia.

Ma con tutti gli elementi acquisiti allora e senza altre prove determinanti e univoche anche in presenza di una riapertura della inchiesta sarà difficile arrivare a conclusioni diverse.

Elena Maniero si suicidò.

Alessandro Biancardi