LA SENTENZA

La Deco chiedeva 1mln a PrimaDaNoi.it: il giudice: «esercizio corretto del diritto di cronaca»

Società dei Di Zio condannata a pagare spese per circa 30mila euro. Pende ancora una ”causa gemella”

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La Deco chiedeva 1mln a PrimaDaNoi.it: il giudice: «esercizio corretto del diritto di cronaca»

ABRUZZO. Non si ravvisa alcun danno da diffamazione perché vi è stato il corretto esercizio del diritto di cronaca. Sono state riportate notizie vere e corrette e di grande interesse pubblico, le imprecisioni -peraltro rettificate- sono irrilevanti; l’esposizione ha rispettato la continenza richiesta dalla legge. Con queste motivazioni il giudice del tribunale civile di Chieti, Nicola Valletta, ha rigettato tutte le domande contenute nella citazione della Deco spa della famiglia Di Zio e la contestuale richiesta di danni valutati unilateralmente in 1mln di euro.

Sono state, peraltro, rigettate anche le richieste delle parti convenute (il direttore Alessandro Biancardi, la vicedirettrice Alessandra Lotti e la società editrice del quotidiano) che chiedevano, invece, il riconoscimento della lite temeraria ed i danni biologici ed esistenziali pari al 10 per cento di quanto chiesto dall’attore. 

Accolte, invece, le eccezioni nel merito dei giornalisti -difesi dagli avvocati Massimo Franceschelli e Mirko Luciani- che hanno dimostrato come invece le inchieste giornalistiche avessero rispettato tutti i limiti imposti al diritto di cronaca.   

La sentenza di fatto molto equilibrata si è limitata a valutare esclusivamente gli articoli pubblicati (ma riprodotti in fotocopie e in versioni diverse rispetto a quelle attuali e disponibili on line) e le informazioni in essi  contenuti senza addentrarsi negli ulteriori e molteplici argomenti messi sul tavolo dalla Deco.

 GLI ARTICOLI CONTESTATI

Gli articoli riguardano alcune inchieste giornalistiche e approfondimenti di Sebastiano Calella sulla gestione dei rifiuti nell’ambito del consorzio Cirsu che opera attraverso la società Sogesa di cui fa parte una azienda dei Di Zio dal titolo emblematico ''Rifiuti. Consulenze, investimenti e pignoramenti: così si è spremuto il Cirsu''.

Il secondo articolo contestato è ''Cirsu-Sogesa, scontro finale: è guerra tra il privato ed il consorzio pubblico''.

Il terzo articolo, invece, riguarda un articolo su un appalto per smaltimento rifiuti a Catignano. Il Comune non essendo andata a buon fine la prima gara ne rifece un'altra nella quale è risultata vincitrice la Ecologica Sangro, all’epoca sempre del gruppo Di Zio.

 L’iter giudiziario iniziato nel 2011 è stato lungo e travagliato ed è incappato persino nella mediazione obbligatoria (poi ritenuta incostituzionale) ed inutile, causando un esborso immediato e senza alternative di oltre 7mila euro per il giornale.

La famiglia Di Zio ha poi adito il tribunale con due distinte citazioni: una riferibile alla Deco spa e l’altra alla Ecologica Sangro, società sempre riconducibile ai medesimi proprietari, richiedendo un risarcimento complessivo di 2mln di euro di danni. La causa relativa alla Ecologica Sangro, in tutto “causa gemella”, pende ancora al tribunale di Chieti.

Il giudice Valletta aveva anche nominato un perito per accertare la conformità degli articoli prodotti mentre la società dei Di Zio aveva portato in giudizio alcuni testimoni (tra cui anche propri dipendenti) per  provare il presunto danno. Un danno a detta dell’imprenditore che si sarebbe concretizzato con la mancata conclusione di un contratto milionario con una società delle isole Canarie in Spagna dopo la lettura degli articoli di PrimaDaNoil.it.

Si ricorda che gli articoli contestati furono scritti in un momento in cui si credeva che i monopolisti dei rifiuti, in ottimi rapporti con politici e amministratori di ogni colore, fossero intoccabili. Poi, invece, fu la volta  dello scandalo innescato dalla inchiesta “Re Mida” che portò all’arresto tra gli altri dell’ex assessore regionale Venturoni e di Rodolfo Valentino Di Zio con accuse anche di corruzione. Quella inchiesta, sì, generò migliaia di articoli poco edificanti per il gruppo Deco tanto che della vicenda si occuparono tutti i media nazionali e internazionali.

A caldo nel 2011 avevamo bollato la doppia iniziativa giudiziaria come «aggressione ignobile senza precedenti» ed una chiara azione intimidatoria sia per le numerose accuse -poi smontate dal giudice- che per la somma richiesta.

Avevamo anche profetizzato un enorme danno che comunque sarebbe stato arrecato al quotidiano il quale  avrebbe risentito delle centinaia di ore impiegate dai giornalisti per la difesa e la turbata loro serenità nell’attività lavorativa.

E così è stato.

La verità di quanto scritto, però, è stata accertata, il nostro lavoro è stato giudicato corretto e soprattutto le nostre inchieste tanto utili da essere persino in anticipo su fatti e su ulteriori pronunce giudiziarie.

Resta la brutta esperienza di essere stati vittima di un “legittimo esercizio del diritto di citazione per danni” che nei fatti si è concretizzato in un atto arrogante, prepotente e violento -se non altro per la cifra richiesta- ed oggi sappiamo anche senza fondamento, una azione che aveva l’unico obiettivo di far sparire questo quotidiano dal panorama informativo perché restio ad “allinearsi”.

Stupisce che tale obiettivo (reiterato altre quattro volte, nonostante le archiviazioni) provenga proprio dalla stessa famiglia di imprenditori che dopo le avversità delle inchieste giudiziarie (peraltro non ancora concluse) abbia inteso riconquistare la credibilità attraverso l’ideazione di un importante Festival del giornalismo a Pescara  (con l’aiuto di diversi enti pubblici) che ha visto la partecipazione dei migliori nomi del settore, i quali, ospitati per vari giorni in città, hanno lungamente dibattuto sui temi della libertà di informazione e delle querele intimidatorie nei confronti dei giornalisti liberi.