VERGOGNE INFINITE

2-3mila euro, tanto vale l’omertà: nuova bufera sugli appalti a L’Aquila

Puntellamenti farlocchi e sistema corruttivo con «comportamenti di tipo mafioso»

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2-3mila euro, tanto vale l’omertà: nuova bufera sugli appalti a L’Aquila

Pierluigi Tancredi

L’AQUILA. Quanto costa il silenzio di un politico per non inguaiare un imprenditore corrotto o concusso? «2-3mila euro» per la spesa mensile. Non cifre stratosferiche ma “spiccioli” che fanno «tirare a campare» con maggiore tranquillità. Il dato emerge dalla nuova inchiesta giudiziaria de L’Aquila “Redde Rationem” che tira un po’ le somme di tutta una serie di informazioni che erano emerse come indizi o confessioni già da altre indagini come quella definita “Do ut Des” che pure aveva accertato tangenti e incastrato alcuni esponenti politici aquilani . Ora a vendere il proprio silenzio è Pierluigi Tancredi, ex consigliere di centrodestra e delegato alla ricostruzione dal sindaco Cialente, e, finito nella rete delle intercettazioni, lascia la sua voce impressa sui nastri mentre chiede “lo stipendio” ad un imprenditore.

Il reato contestato è tentata estorsione poichè trattasi di «ex politico» e dunque normale cittadino, altrimenti sarebbe stata concussione.

E’ in questa intercettazione che c'è l'elemento chiave della nuova bufera giudiziaria sulla ricostruzione post-terremoto dell'Aquila: secondo la procura distrettuale antimafia del capoluogo abruzzese, l'ex consigliere comunale di centrodestra Pierluigi Tancredi minaccia un imprenditore per avere un sostegno «non di 20mila, ma di 2-3mila euro per tirare a campare perché sennò scoppio».

 Tancredi finì ai domiciliari già nel gennaio 2014 per un'inchiesta analoga che portò alle dimissioni, poi ritirate, del sindaco Massimo Cialente e dell'allora vice sindaco, Roberto Riga.

500MILIONI DI SOLDI PUBBLICI

 Ora Tancredi e l'imprenditore intercettato, insieme ad altri tre imprenditori impegnati nella ricostruzione, sono finiti ai domiciliari nell'ambito di un'inchiesta portata avanti dai Carabinieri sugli appalti relativi al mega affare, secondo alcune stime 500 milioni di euro di soldi pubblici, per la messa in sicurezza dei moltissimi edifici pericolanti a causa del sisma del 6 aprile 2009, affidati direttamente per le deroghe legate all'emergenza. Una sesta persona, un faccendiere, ha l'obbligo di dimora e di firma.

Gli altri arrestati, attualmente ai domiciliari, sono: Maurizio Polesini e Andrea Polesini, di Montorio al Vomano, rappresentanti della Edilcostruzioni Group Srl, Mauro Pellegrini e Giancarlo Di Persio, dell'impresa Dipe Costruzioni, oggetto di un sequestro per equivalente pari a 450mila euro. Obbligo di dimora per il faccendiere Nicola Santoro.

Gli altri indagati a piede libero sono 19: l'ex cerimoniere del Comune dell'Aquila, Daniela Sibilla, l'ex dirigente comunale, Mario Di Gregorio, il funzionario, Carlo Cafaggi, l'ingegnere Roberto Arduini, e ancora Roberto Scimia, Michele Giuliani, Tommaso Aquilani, Pulcheria Mele, Ciro Scognamiglio, Simonetta D'Amico e Antonio Lupisella.

Sono accusati a vario titolo, e in concorso tra loro, di abuso d'ufficio, subappalto irregolare, dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti, truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche, corruzione aggravata per un atto contrario ai doveri d'ufficio, estorsione.

 Tancredi, ex assessore della Giunta di centrodestra negli anni Duemila, ritenuto figura centrale, oltre che di estorsione deve rispondere di corruzione, che sarebbe stata commessa dopo il sisma quando, tra le polemiche, fu nominato da Cialente consigliere delegato alla ricostruzione. Un incarico che poi lasciò, abbandonando successivamente anche il Consiglio comunale.

Tancredi chiedeva all'imprenditore Mauro Pellegrini di essere ulteriormente finanziato: «Io ho tenuto il punto fino alla fine... Stiamo a parlà di 4 mesi! Non è che mi servono 20 mila euro! 2-3 mila euro per tirare a campare... Guarda se io schiatto di coccia succede l’ira di Dio perché se io non riesco manco più a fare la spesa io cazzo scoppio».

I fatti che prendono spunto dall'inchiesta dello scorso anno si riferiscono in particolare a tre interventi nella zona del centro storico del capoluogo, affidati nel 2010, svolti e pagati tra il 2011 e il 2012.

 Le indagini sono state svolte anche dal Capitano Ultimo, il colonnello dei carabinieri che arrestò Totò Riina, oggi vice comandante del Nucleo operativo ecologico (Noe) ed hanno svelato  svelato che almeno in tre puntellamenti del centro storico - in particolare 'Palazzo della Distilleria', 'Villa Palitti' e il 'Consorzio Angioino' - ci sarebbero un numero di giunti assai inferiori a quelli effettivamente pagati con soldi pubblici. Difficile dire se i giunti siano in misura corretta in tutte le altre costruzioni puntellate perché l’indagine non lo ha verificato anche perché non più possibile.

COMPORTAMENTI MAFIOSI

Secondo la Procura distrettuale antimafia dell'Aquila l’inchiesta ha fatto emergere «comportamenti mafiosi, anche se il fenomeno delle infiltrazioni della malavita organizzata è sotto controllo».

Il comandante dei carabinieri del Noe (Nucleo operativo ecologico), generale Sergio Pascali, ha spiegato: «Si è in presenza di reati simili a quelli che si commettono nelle regioni a presenza mafiosa, nella speranza che in Abruzzo non ci siano insediamenti delle mafie».

 Il vice comandante dei Carabinieri del Ros, colonnello Roberto Pugnetti, ha specificato che «in questa indagine non emerge la presenza di criminalità organizzata, ma comportamenti di tipo mafioso, come garantire l'omertà da parte di una persona indagata».