RESPONSABILITA' IN FUMO

Incendio doloso della discarica, Movimento 5 stelle contro la Procura di Chieti

Raffica di esposti da parte dei grillini: «inerzia e pericolo per la salute»

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Incendio doloso della discarica, Movimento 5 stelle contro la Procura di Chieti

Procuratore Pietro Mennini

CHIETI. Il Movimento 5 Stelle di Chieti chiede chiarezza sulle vicende che hanno interessato la discarica abusiva di Colle Sant'Antonio di Chieti dopo l'incendio verosimilmente doloso che la notte del 27 giugno ha distrutto tonnellate di rifiuti tossici e nocivi.

Nel rogo del sito sono andati a fuoco anche i documenti relativi alle attività di stoccaggio e la mancata identificazione e classificazione dei rifiuti illecitamente stoccati non ha consentito di verificare se tra essi vi fossero rifiuti oggetto di traffico illecito da parte della criminalità organizzata.

Parlamentari, consiglieri regionali, consiglieri comunali e numerosi attivisti hanno presentato un esposto al Consiglio superiore della magistratura, un esposto alla Procura della Repubblica di Chieti e una richiesta di avocazione delle indagini da parte della Direzione distrettuale antimafia.

 CARENZA DELLE INDAGINI

 L'intento, spiegano i 5 stelle, è molteplice: evidenziare le presunte carenze nelle indagini condotte dalla Procura della Repubblica di Chieti, che si rilevano dall'esame della sentenza n. 18/12 del Tribunale di Chieti, a firma del giudice Patrizia Medica e che, presumibilmente, avrebbero impedito di conoscere la reale consistenza dei fatti e delle violazioni commesse.

Nella sentenza il giudice accerta l'accumulo «in maniera incontrollata rilevanti quantitativi di rifiuti, pericolosi e non, miscelati tra loro ed abbandonati direttamente sul terreno vegetale e sul piazzale (area pavimentata non destinata allo stoccaggio) per una superficie di oltre 2.000 metri quadrati e altezza media di circa 3 metri».

«L'incredibile paradosso della vicenda», dice sempre il giudice, «è costituito dal fatto che le condizioni drammatiche dell'area sequestrata dalla Forestale il 10.2.2009 erano state accuratamente monitorate dal Corpo Forestale dello Stato...che sin dal marzo del 2008 aveva trasmesso alla Procura della Repubblica di Chieti il fascicolo delle riprese fotografiche....».

L'evidenza e la gravità delle violazioni accertate (2008) non aveva però portato all'adozione di alcun provvedimento cautelare. 

La Finanza aveva rilevato anche una notevole quantità di farmaci medicinali scaduti e big bags con fuoriuscita di liquidi la cui natura non è stata identificata in quanto stoccati in aree non raggiungibili. 

 IL RACCONTO DEI TESTI

Il Giudice riporta poi le dichiarazioni dei testi: un forestale raccontò di aver notato a marzo del 2008 una notevole quantità di ecoballe provenienti da Udine contenenti unicamente plastica. La caratterizzazione fu del tutto visiva in quanto non era stato possibile richiedere l'intervento dell'Arta. Ad agosto dello stesso anno, invece, erano stati individuati fanghi di lavanderia (trasportati con furgoni identificati) contenuti in fusti di colore blu che  venivano vuotati e lavati, nonostante non risultasse registrata sul formulario dei rifiuti alcuna uscita.

Un altro forestale impegnato nelle indagini riferì della mancata caratterizzazione dei rifiuti «considerato che neppure i Vigili del Fuoco erano stati in grado di effettuare i prescritti prelievi non consentendo la pendenza del terreno l'accesso ai mezzi».

Un dipendente dell'Arta di Chieti, invece, riferì di essere andato due volte sul sito  insieme al Nipaf della Forestale e di non aver effettuato i prelievi in quanto alcuni rifiuti non necessitano di alcuna campionatura in quanto rifiuti pericolosi ab origine la cui presenza va solo visivamente accertata.

 INTERVENGA LA DIA DE L'AQUILA

I 5 Stelle chiedono l'intervento della Dia dell'Aquila affinché si indaghi sul possibile coinvolgimento della criminalità organizzata e denunciare le omissioni di cui si sarebbero resi responsabili gli apparati amministrativi locali. 

Infatti, sostengono i 5 stelle, dall'esame della sentenza "Medica", (che condannò il legale rappresentante della società che gestiva l'impianti dei rifiuti), si ritiene che la Procura di Chieti non abbia agito con le dovute cautele, omettendo persino di provvedere al sequestro del sito operato d'iniziativa dalla Guardia di Finanza ed alla classificazione e caratterizzazione dei rifiuti. 

È emblematico, hanno fatto notare i 5 Stelle, come perfino l'ausiliario di Pg,  Lino Prezioso, incaricato di individuare e classificare i rifiuti, riferiva di non aver potuto procedere a causa della pericolosità dell'area. Inoltre agli esponenti grillini pare assurdo che nessuno abbia chiesto al pm uomini e mezzi per eliminare lo stato di pericolo riscontrato sul luogo e consentire al perito di svolgere il proprio compito. Ed altrettanto "incomprensibile" come, nonostante apparisse fin da subito più che plausibile l'ipotesi che i rifiuti, anche quelli pericolosi, fossero stoccati nel sito da oltre un anno, nessuno abbia pensato di contestare il reato di discarica abusiva come previsto dal D.L.vo 36/2003. 

 LA PROVENIENZA DEI RIFIUTI

Tuttavia - denunciano ancora i 5 stelle, nessuna indagine è stata fatta per accertare con precisione chi, come e quando abbia riversato quei rifiuti nel sito di Chieti e altrettanto importante sarebbe stato indagare sulla provenienza e sulla destinazione di quel materiale tossico e pericoloso, onde verificare se fossero o meno oggetto di traffico illecito, ed, eventualmente, se vi fosse o meno il coinvolgimento della criminalità organizzata. 

Di non poco rilievo risulta poi il fatto - conclude il Movimento 5 stelle - che la Procura della Repubblica di Chieti sia rimasta inerte anche a fronte degli esposti e degli articoli di stampa con i quali, negli anni passati, si denunciavano le gravissime condizioni di pericolo in cui versava il sito di stoccaggio e con cui si chiedevano interventi urgenti di messa in sicurezza e di bonifica. 

 L'INQUINAMENTO DELLE FALDE

Ma altre ancora sono le carenze dell'istruttoria: Forestale e Finanza attestano la presenza sul terreno di percolato proveniente dai rifiuti miscelati pericolosi e non.

«Alla luce di tali risultanze», hanno aggiunto i pentastellati, «si ritiene che sarebbe stato doveroso o quantomeno opportuno ipotizzare il pericolo di inquinamento delle falde acquifere che avrebbe dovuto condurre ad una analisi del terreno e quindi ad una possibile contestazione del conseguente reato».

 Il Pubblico Ministero tuttavia, non dispose le analisi né contestò alcuno specifico reato. Inoltre, alla luce delle considerazioni svolte nella sentenza di primo grado, secondo i 5 Stelle poteva e doveva ipotizzarsi, sin dalla fase delle indagini preliminari, il pericolo di incendio.

«Tuttavia, neppure tale contestazione è stata attribuita agli indagati dalla Procura di Chieti».

 «NESSUNA GARANZIA DI SICUREZZA»

E in queste ore protesta anche il Wwf. Due giorni fa, a distanza di oltre tre settimane dal rogo, c’è stato un nuovo incontro organizzato dal comitato Amici del Colle alla presenza dei sindaci di Chieti, Bucchianico e Casalincontrada. Ha partecipato anche Giovanna Mancinelli dell’Arta, intervenuta la domenica mattina a rilevare i fumi durante l’incendio, nonostante per la sua Agenzia non sia prevista la reperibilità al di fuori degli orari di lavoro.

«Ancora tante domande senza risposte chiare», questo il sintetico commento sull’incontro della presidente del WWF Chieti-Pescara Nicoletta Di Francesco. 

«Ad una mamma che ha chiesto con toni giustamente accorati se può lasciare i suoi bambini liberi di giocare all’aperto senza doversi preoccupare per le possibili conseguenze per la loro salute, il sindaco di Chieti non ha potuto rispondere positivamente, né avrebbe potuto tranquillizzarla qualcun’altro. La verità – aggiunge la presidente – è che si stanno pagando le gravissime conseguenze della mancanza di un piano di emergenza che stabilisca subito e con chiarezza chi deve fare cosa e i tempi dell’intervento».

 Nelle ordinanze di emergenza iniziali erano state date disposizioni valide per uno (Chieti) o due (Bucchianico) chilometri di raggio intorno all’incendio. In quelle del 18 scorso si è arrivati a 3,5 km, con uno “spicchio” di potenziale e in parte accertata contaminazione che arriva a Santa Barbara di Chieti. Qualcuno ha avvertito gli abitanti di quella zona?, domanda il Wwf.

«E siamo davvero certi, visto che non sono stati fatti campionamenti oltre i 3,5 km, che le ricadute non ci siano state anche altrove?»

Un chiarimento, secondo Di Francesco, va dato anche in relazione ai contaminanti respirati dai cittadini. Gli unici limiti stabiliti dalla legge per l’esposizione a sostanze pericolose riguardano gli ambienti di lavoro. In queste situazioni si tratta però di una esposizione a una o comunque poche sostanze. Nel caso di un incendio le sostanze liberate nell’aria sono tantissime, decine delle quali potenzialmente pericolose e scatta l’effetto cumulo. 

«Respirare fumo può far male comunque», insiste Di Francesco, «e per questo è stato giustamente chiesto di chiudere le finestre e di evitare di restare all’aperto durante il rogo, ma siamo sicuri che il consiglio sia arrivato in tutte le zone raggiunte dai fumi e in tempo utile? Purtroppo no, in mancanza di quelle carte atmosferiche cui abbiamo fatto cenno».